Quei gettoni d’oro che non ho messo da parte
Ci sono spese che nessuno ci chiede di giustificare, e altre per cui cerchiamo sempre una ragione che non sia il desiderio: un aggiornamento professionale, un’esigenza pratica, un dovere qualsiasi. È un meccanismo che di solito nessuno ci impone dall’esterno, e che continua a funzionare anche quando i soldi ci sarebbero. Loredana ci ha convissuto per vent’anni, poi ha smesso: ha dimezzato lo stipendio, speso i risparmi e rinunciato a una parte di contributi previdenziali. Oggi ha meno soldi di quanti potrebbe averne, e nessun rimpianto.
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«C’è un proverbio da noi che dice: la bara non ha tasche. Certo… quando mi trovo senza soldi mi dico: “Cavolo però, ho lavorato tutta la vita e spesso sono senza soldi. Però poi penso: la casa ce l’ho ed è mia, e non mi piove in testa. Mangiare, mangio. Guardo la mia vita e penso di aver saputo gestire i soldi per godere di quello che mi serviva in quel momento».
Loredana ha imparato da bambina che una spesa non ha bisogno di essere utile per essere legittima. Poi però ha vissuto per anni dentro un’idea opposta, secondo cui il denaro serve a costruire e tutto ciò che non costruisce va giustificato. Per ogni spesa, quindi, si è abituata a cercare una ragione che non fosse il proprio desiderio. Quando ha smesso di cercare quella ragione, si è ritrovata con molti meno soldi di prima. Ma finalmente con una vita in cui spenderli.
Lo studio come strumento di emancipazione
Loredana Scaiano ha 59 anni e vive a Tricarico, un piccolo paese in provincia di Matera. Insegna latino da quasi quarant’anni ed è cresciuta in quello stesso paese, dentro una casa dove entravano due stipendi pubblici.
«Mio padre era impiegato, mia madre insegnante, e in un paese così piccolo, sessant’anni fa, significava vivere abbastanza bene. Quindi mi sentivo, tra virgolette, privilegiata: non ci mancava niente».
O meglio, mancavano delle cose, ma erano ritenute superflue.
«Per esempio, i miei genitori non hanno mai comprato una casa di proprietà, e questa è una cosa molto strana, essendo italiani, essendo meridionali».
«Noi non avevamo neanche i lampadari, perché erano una cosa inutile. Non è uno snobismo, non ci si è mai pensato e basta. La maggior parte dei soldi in casa mia erano spesi per libri, per studiare e per viaggiare».
La casa Loredana l’ha comprata da adulta, per conto suo. Quando aveva 13 anni, la sua famiglia acquistò un altro genere di casa.
«Mi ricordo che mia madre guadagnava tipo 350 mila lire al mese e avevano in banca tipo 13 milioni. E questa cifra fu spesa interamente per comprare un camper».
Quella spesa in qualche modo organizza gli anni a venire.
«Stavamo un mese in viaggio, tutta l’estate. Le ferie di mio padre erano in viaggio, e le altre eravamo al mare, perché i bambini hanno bisogno di mare, quindi mia madre ci portava al mare».
Un’altra spesa su cui non si discute in casa è l’istruzione. Loredana fa il liceo classico a Matera, il conservatorio a Potenza, e nel tempo libero studia francese da un professore quasi madrelingua. Su questo sua madre non scende a compromessi, e il perché va cercato in ciò che ha vissuto da bambina.
«Mia madre viene da una famiglia di sedici figli. Tredici femmine e tre maschi… una situazione patriarcale nella quale solo i maschi potevano accedere a qualunque cosa. E questa cosa lei se l’è portata sempre appresso. Quindi ha preteso che noi diventassimo indipendenti. E per essere una donna indipendente, l’unica strada è lo studio».
Ancora adolescente, Loredana ha in mano sia il diploma classico sia il diploma di pianoforte in conservatorio. Il suo desiderio è proseguire gli studi con scienze naturali in un’altra città, per diventare etologa. Ma dalla madre arriva un netto rifiuto, dettato da una rigida logica familiare.
«La sua idea di giustizia era tale per cui, siccome mia sorella a quell’età già lavorava e non era stata mantenuta, io non dovevo essere mantenuta».
Un’emancipazione a metà
Per la madre, l’emancipazione si ferma all’indipendenza economica: lavorare serve a guadagnare, non a realizzarsi. Un’idea di riscatto a metà, che non contempla la passione o l’investimento sulla propria vocazione. Loredana la asseconda, ma a distanza di tempo le resta l’amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere.
«È vero che serve per essere indipendenti, però il lavoro è una parte così importante della nostra vita, ci prende così tanto tempo, che bisognerebbe sceglierne uno che ci piace davvero».
A diciannove anni Loredana ottiene un posto da insegnante di musica in una scuola parificata.
«E io a diciannove anni ho avuto un alunno di ventidue. Non me lo scorderò mai nella vita».
Mentre lavora a scuola, Loredana dà lezioni private nel suo paese e continua a studiare pianoforte a Roma, pagando un insegnante 80 mila lire all’ora, una volta al mese. Quando arriva il primo stipendio della scuola, capisce che il percorso è ancora molto in salita.
«Musica si fa una volta a settimana, quindi erano tipo quattro ore. E loro ti pagavano sulla busta paga come se tu avessi lavorato una settimana in un mese. Quindi la mia prima busta paga è stata 60 mila lire: meno di quanto costava un’ora di lezione a Roma».
Da lì per Loredana comincia una storia comune a molti insegnanti: supplenze nella scuola statale, diplomi accumulati per il punteggio e un concorso vinto per entrare di ruolo come maestra. La vera indipendenza arriva a 23 anni, quando per la prima volta esce di casa.
«Sono uscita di casa sposandomi».
«Volevo una famiglia, una famiglia mia, ed ero innamorata, certamente. Ma mi sono anche inquadrata in quello che la società voleva per me: fai un buon matrimonio, fai una bella casa…».
Valori differenti
Suo marito fa il medico. Lei insegna musica nelle scuole medie. Fra i due redditi c’è una distanza incolmabile. Ma che nella gestione quotidiana non pesa in alcun modo.
«Non abbiamo mai detto questo è mio, questo è tuo: la famiglia era quella che contava, e lui mi ha sempre incoraggiato. Non mi ha mai detto: “Io ti sto mantenendo, questi soldi sono miei”».
I figli arrivano presto, a ventiquattro e a ventisei anni. In quegli stessi anni Loredana si iscrive all’università.
«Per due motivi. Primo, ho pensato: quando arrivo a cinquant’anni non so se avrò ancora questa pazienza con i bambini. E se non ce l’hai, cade tutto. E poi, alle scuole superiori si guadagna di più. Quindi l’ho fatto per avere un guadagno, sono onesta».
Il marito la sostiene in tutto il suo percorso. C’è un terreno, però, su cui i due scoprono di avere visioni completamente opposte: il valore e l’uso del denaro. Se la famiglia di Loredana sceglieva di godersi i risparmi senza accumulare, quella di lui, con un’altra storia alle spalle, si muoveva secondo priorità ben diverse.
«Loro erano proprio di un’altra mentalità, totalmente: si conservano i soldi per comprare una casa, comprare una terra. Il modo di gestire i soldi era completamente diverso».
Queste due visioni non arrivano quasi mai a scontrarsi, perché Loredana e il marito hanno tutto sommato le stesse priorità. Eccetto per una cosa.
«Nella mia famiglia d’origine i viaggi non erano il superfluo, erano la base. Nella famiglia di mio marito i viaggi andavano oltre il superfluo, capito? Una cosa totalmente inutile».
«Io ho bisogno di viaggiare, perché l’ho fatto sempre. E una volta che mi sono sposata, questa cosa si è interrotta. Però io soffrivo troppo questa cosa».
Il muro invisibile
Quando il problema viene affrontato a viso aperto, la soluzione proposta è puramente contabile.
«Lui mi disse: “Facciamo così: il tuo stipendio si mette da parte per le vacanze”. Ma in realtà non è mai successo, perché i soldi c’erano. Era la testa che non c’era. E questo mi ha pesato piano piano, col tempo».
Di fronte a questo muro invisibile, Loredana elabora una sua strategia: per concedersi ciò che desidera senza entrare in conflitto, deve camuffarlo da necessità. Un meccanismo che applica anche ai suoi spostamenti, agganciando ogni viaggio a un dovere professionale incensurabile.
«Quando sono stata a Rovaniemi, per esempio, ci sono andata per un aggiornamento, per l’università. Mai, nel matrimonio, avrei detto: vado lì perché mi piace fare questa cosa. Magari non era neanche necessario, però sentivo che dovevo dare questa giustificazione».
Nessuno le sta davvero imponendo questa censura. Né il marito né la famiglia le chiedono conto delle sue scelte: è un giudice interno, un senso di colpa metabolizzato che la porta a frenarsi da sola. Per una ventina d’anni l’assetto regge perché ci sono i figli da crescere, la casa da mandare avanti. Poi però le cose cambiano.
«I figli stavano uscendo di casa, e mi sono detta: ora che facciamo? Se prima c’era la scusa dei figli, adesso quale scusa c’è?».
Investire in un sogno
La separazione arriva nel 2012.
«È stato difficile, molto, molto difficile per me, perché io ho una mentalità per cui la famiglia è una, il matrimonio è indivisibile, indissolubile. E però a un certo punto ho detto: “Ok, io devo pensare a me. Magari starò anche peggio, però almeno voglio fare questa prova”».
Per la prima volta, a quarantacinque anni, Loredana si trova a imparare cose che non le era mai servito sapere.
«La casa è enorme e per riscaldarla spendevamo mille euro al mese. Io sono impazzita. Oltretutto ero rimasta sola in questa casa, quindi non sapevo proprio come fare. Allora ho iniziato a spegnere. Poi ho iniziato a stare al freddo. L’ho vissuta malissimo, perché i soldi servivano».
Loredana ne guadagna troppo pochi e così decide di cercarli attraverso una cosa che sa fare proprio bene: studiare. Invia provini per i quiz televisivi a premi e viene invitata ad Avanti Un Altro.
«Vado lì e per tutto il tempo penso: “Vorrei vincere un anno di stipendio. Mi basterebbe un anno di stipendio”. E ho vinto 27 mila euro, che è un anno di stipendio».
Con quei ventisettemila euro Loredana non si limita a pagare le bollette.
«Ho tappato i buchi, ho portato mia figlia in Giappone, mio figlio ai Caraibi, ho fatto un po’ di beneficenza. Alla fine di tutto, questi soldi mi sono serviti per dirmi: “Ok, posso andare avanti, ce la faccio da sola”».
Forte di questa consapevolezza, Loredana decide che è arrivato il momento di realizzare un suo grande sogno: fare il giro del mondo. Così, chiede un anno di aspettativa a scuola. E si mette sulle tracce di una figura femminile dell’Ottocento in cui si riconosce immediatamente.
«Trovai questo nome, Ida Pfeiffer, che aveva fatto il giro del mondo a cinquant’anni. Mi sono vista proprio uguale: lei, una volta lasciato il marito e cresciuti i figli, ha detto: faccio questo. Uguale ma diversa, perché era l’Ottocento. Io mi sentivo inadeguata oggi, e questa nell’Ottocento l’aveva fatto».
Loredana parte da Vienna con un budget limitato e un piccolo sponsor che le dà mille euro in cambio di alcune fotografie. E trasforma il viaggio in un esercizio di oculata ingegneria finanziaria, dove ogni scelta di trasporto e di permanenza risponde a una regola ben precisa.
«Per risparmiare, nei paesi poveri stavo il più possibile, in India per esempio sono stata due settimane; nei paesi ricchi stavo tre giorni. Poi, se l’aeroporto era sicuro, come a Singapore, rimanevo a dormire in aeroporto. Sono stata molto oculata, dovevo stare dentro un budget prefissato, oltre non potevo».
In quattro mesi di viaggio, Loredana spende in tutto diecimila euro.
«Ho speso 5.000 euro per tutti i voli, che è pochissimo, perché stiamo parlando di venti voli in quattro continenti. Altrettanto l’ho speso per mangiare e per fare altri spostamenti interni».
Quei mesi senza stipendio lasciano una ferita sui contributi previdenziali. Ma al rientro Loredana rilancia, scegliendo il part-time. Questa volta non lo fa per viaggiare, perché con metà retribuzione non se lo sarebbe potuto permettere, ma per sottrarsi a un ambiente scolastico diventato pesante.
«Ormai i figli sono adulti, sono fuori, devo mantenere solo me stessa. Una casa ce l’ho, la metà dello stipendio me la faccio bastare. Però mi chiedo: la pensione sì, la pensione no? Quanto vale la mia salute e il mio tempo?».
Loredana decide che il suo denaro serve a comprare la risorsa più preziosa che ha a disposizione: il tempo. Una lezione che ha sempre insegnato in classe, ma che ora sceglie di vivere sulla propria pelle.
«Io insegno latino e mi capita quasi sempre di spiegare Seneca, il valore del tempo, l’otium, eccetera. Queste cose le insegniamo teoricamente, ma in realtà non le mettiamo in pratica, perché il valore del tempo lento non ci è concesso. Tu devi usare ogni secondo: il tempo deve essere usato per studiare, per lavorare, per muoverti».
Con metà stipendio, Loredana compra tre anni in cui le mattine sono sue.
«Svegliarsi senza sveglia non è una banalità, è una cosa così importante. Così bella: svegliarsi e poter fare le cose che vuoi, puoi leggere, puoi fare qualcosa con i tuoi cani… lentamente».
Dopo aver speso gli ultimi risparmi per fare volontariato in Zambia, oggi Loredana sta gradualmente rientrando verso il tempo pieno per ragioni di sostenibilità futura. A volte le capita di fare un calcolo su quello che avrebbe potuto accumulare se si fosse fatta corrispondere la vittoria del quiz in gettoni d’oro.
«Se avessi oggi quei gettoni d’oro, avrei 150 mila euro. Però, anche parlando con te, forse mi sono convinta. Sì, avrei 150 mila euro in mano, ma stiamo parlando di dieci anni di vita che io ho vissuto come volevo. E io, non non rimpiango niente».