Ho trasformato la paura della povertà nella spinta a chiedere di più
Crescere con la costante sensazione di non avere abbastanza trasforma il denaro in una fonte di ansia, dove ogni spesa appare come una perdita irrecuperabile. Sara ha impiegato trent’anni per scardinare questa convinzione interiorizzata dopo una difficile vertenza familiare. La svolta è arrivata quando si è resa conto che lasciar andare i soldi non significa impoverirsi, ma investirli in ciò che conta davvero: la salute, la gioia della famiglia e la propria serenità.
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«Devo prendere un sacco di medicinali, ma ogni volta che devo riordinare l’integratore penso: “Ma questa spesa… magari aspettiamo un attimo a farla”. È questa cosa che ho interiorizzato del denaro come scarsezza, come riserva per un fantomatico futuro peggiore, e che non riesco realmente a lasciare andare quando si tratta di me. Sono generosa con gli altri, ma con me no».
Quando si interiorizza l’idea di scarsità, ogni spesa può diventare difficile da fare, anche se necessaria. Sara ci ha messo trent’anni per capire che i soldi che escono non sono sempre una perdita, ma possono tornare indietro sotto forma di cura, serenità e futuro. E che quella stessa scarsezza, se ribaltata, può smettere di essere un freno e diventare una forza propulsiva per pretendere di più.
Crescere con l’idea di scarsità
Sara ha 43 anni e vive a Roma, dove lavora nelle relazioni internazionali di un’organizzazione. È nata in quello che lei stessa definisce il ceto medio italiano degli anni Ottanta.
«Quello che economicamente stava bene. Mamma che sta a casa, classico, e papà che ha sempre lavorato e provveduto alla famiglia. Sono andata in una scuola cattolica privata e da bambina non ho mai percepito la scarsezza di denaro».
Tutto questo fino a quando non muore il nonno, che a Roma ha una propria impresa di costruzioni.
«Mio nonno è stato una delle persone che con la sua ditta ha contribuito alla costruzione della metro di Piazza di Spagna. E se più o meno dura fino adesso, mi sento di dire che mio nonno, tutto sommato, il suo lavoro l’ha fatto bene».
Alla sua morte, però, l’impresa e le proprietà restano da spartire tra i sei figli. Non c’è un accordo né una volontà scritta, e quell’eredità diventa presto una causa che durerà più di dieci anni.
«Mio nonno è morto senza lasciare una vera e propria divisione tra i fratelli, e le litigate tra fratelli, soprattutto per l’eredità, comportano rivolgersi agli avvocati. E rivolgersi agli avvocati ovviamente costa. È stata una causa estremamente lunga, molto dolorosa e provante per il mio papà e in generale per tutta la famiglia. Alla fine, dopo dieci o addirittura quindici anni, sono arrivati alla divisione».
Sara non capisce fino in fondo il perché di quelle tensioni, ma ne subisce in pieno le conseguenze. A cominciare da un ambito ben più importante di quello finanziario.
«Da che giocavo spesso con le mie cuginette e le vedevo spesso, ho iniziato a frequentarle molto meno».
In casa, intanto, cambia la relazione con il denaro. E la leggerezza dei tempi passati sparisce.
«Mi ricordo che da che andavamo a Sperlonga tutte le estati, siamo passati a non andare proprio più in vacanza. Da che avevamo abbastanza soldi, o comunque c’era una certa serenità nello spendere, abbiamo dovuto iniziare a stare attenti ad ogni spesa. E ti dirò: non mi veniva detto esplicitamente, era una cosa che proiettavo io su me stessa».
Quello che Sara si porta dietro da quegli anni non è una contingenza temporanea, ma una regola interna che modellerà il suo modo di guardare al futuro e a se stessa
«Il denaro, in qualche maniera, manca sempre e, conseguentemente, io devo ritarare i miei bisogni, i miei desideri, e in certi contesti, ridimensionarli».
Un esempio di quel ridimensionamento si vede subito dopo il liceo classico, quando Sara decide di iscriversi a Scienze Politiche e Cooperazione Internazionale.
«C’è stato un periodo in cui mio padre voleva che io facessi la Luiss a Roma, l’università privata. Ma io avevo interiorizzato talmente tanto quell’idea di scarsezza che, persino quando la possibilità me l’ha offerta lui, ho rifiutato e scelto di frequentare l’università pubblica».
Un solo investimento
Durante gli anni universitari Sara non pesa sul bilancio di casa: resta con i genitori e lavora senza sosta. Prima come babysitter fissa per una famiglia con cinque figli, poi dietro al bancone di una libreria. Ogni euro guadagnato viene reinvestito nel futuro: un Master in Cooperazione internazionale, due anni sul campo tra India e Albania, e infine una specialistica seguita da una borsa di studio in Israele. Tutto il resto cade sotto la scure del calcolo. I guadagni finiscono su un conto corrente e restano sigillati lì, mentre la vita quotidiana diventa un esercizio continuo di rinunce e sottrazioni.
«Avevo aperto un conto e li tenevo lì. C’è stato un periodo in cui, pur andando in ufficio tutti i giorni, non mi sono comprata un vestito o non sono mai andata dal parrucchiere. Cioè, il ragionamento che facevo era: se devo uscire una sera in più, quello che potrei spendere al pub me lo brucio poi nella benzina di una settimana. Facevo incessantemente questo tipo di confronti».
Il risparmio forzato è una gabbia che protegge ma soffoca, un meccanismo a due facce che Sara impara ad abitare sia con orgoglio che con frustrazione.
«Ho un freno a mano automatico che non mi permette di distinguere tra le spese che potrebbero essere un investimento – cose positive, con un ritorno anche non monetario – e quelle necessarie. Io questa distinzione non la faccio: per me una spesa è una spesa, punto».
«Da una parte ero orgogliosa della mia capacità di controllo, dall’altra la vivevo come una limitazione e mi chiedevo: “Perché non posso essere serena con le questioni di denaro come lo sono i miei coetanei?”».
Terminate le esperienze internazionali, Sara torna a Roma e la sua carriera sembra prendere quota con uno stage all’Ambasciata Americana seguito un impiego in una multinazionale. Lavora come assistente, guadagna 1.200 euro al mese e a 29 anni va a vivere da sola in un appartamento di proprietà della famiglia. Poi, improvvisamente, il suo dipartimento viene trasferito in Gran Bretagna e il suo ruolo non è previsto nel piano di rientro. Messa alle strette, Sara accetta il primo lavoro che trova.
«La mia idea era: si lavora e non si aspetta l’occasione d’oro. Per come ero, sarei andata anche a servire ai tavoli, e avevo già preso accordi per fare la babysitter in caso. Era diventato quasi un bisogno fisico, quello di non rimanere senza qualcosa che ti entra».
Per diversi anni la sua vita professionale scorre sul filo di contratti a brevissima scadenza.
«Tre mesi, sei mesi, contratti a progetto… fino ai 32, 33 anni».
In questi anni delicati la sua disciplina ferrea le consente di mettere da parte un gruzzoletto. A chi le suggerisce di investirlo, Sara risponde con la consapevolezza di una ferita antica, dove le logiche finanziarie non bastano a sciogliere le paure.
«Non si tratta soltanto di dire: “Ok, ce li hai, prendili e investili”. Significa combattere contro me stessa e anche un po’ contro l’educazione familiare, che ha sempre guardato agli investimenti con molta diffidenza. Secondo quell’educazione i soldi te li metti sotto il materasso o li investi nel mattone».
La metamorfosi
Nel 2017 arriva la svolta. Sara risponde a un annuncio e varca la soglia dell’organizzazione internazionale dove lavora ancora oggi. Sei mesi dopo c’è l’assunzione a tempo indeterminato: per la prima volta nella sua vita, sul contratto non c’è una data di scadenza. Poco tempo dopo, nasce sua figlia. Quando ha appena quindici giorni di vita, lei e suo marito si rendono conto che la neonata ha il collo bloccato. Serve la fisioterapia immediata ma nel sistema sanitario pubblico i tempi di attesa rischiano di compromettere la sua guarigione. È il momento di utilizzare i soldi accumulati per anni.
«Se non avessimo avuto i soldi subito da parte, pronti per cominciare la fisioterapia nemmeno cinque giorni dopo, mia figlia avrebbe probabilmente ancora il torcicollo. Nel pubblico sono entrata dopo un mese, ma quel mese ha significato venti sedute di fisioterapia, cinque a settimana per quattro settimane, perché le dovevo fare tutti i giorni».
Dopo alcuni mesi di terapia, la bambina gira la testa da sola. Quel gesto semplice diventa una rivelazione importante.
«Ci sono situazioni in cui il denaro non solo lo lasci andare, ma sei felice di averlo trattenuto e di averlo lasciato andare».
E questa sensazione Sara inizia a provarla anche per altri tipi di spesa.
«Mi sono resa conto che ci sono spese che non bisogna più considerare solo come uscite. Sono legate non solo al benessere, ma alla gioia di stare in famiglia, e quella non ha prezzo. Anche andare al mare tutti insieme portandosi la tenda: sono uscite con un ritorno immateriale che non ha pari».
La vera metamorfosi, però, avviene nel 2023. Sara accetta l’offerta di un’altra organizzazione e se ne va, ma dopo appena un anno la sua vecchia azienda torna da lei, decisa a riaverla a tutti i costi. È in quel momento che la scarsezza interiorizzata da ragazza cambia improvvisamente polarità e diventa una forza propulsiva. Per la prima volta, Sara si siede al tavolo delle trattative.
«Sebbene sapessi che lo smart, o anche solo il fatto di aver superato una certa soglia di richiesta di RAL, li metteva in difficoltà, non ho ceduto di una virgola, e sono entrata a condizioni che ancora oggi ritengo migliori».
Oggi Sara guadagna 33.000 euro lordi l’anno, ma quella cifra non rappresenta il suo punto d’arrivo. La trattativa vinta nel 2023 è stata solo il primo passo di una nuova postura verso la vita e la professione.
«Sento che dovrei essere pagata di più, perché tolgo tantissime castagne dal fuoco, per la credibilità che ho e perché la mia esperienza ogni anno che passa fa davvero la differenza. E anche perché do tanto, e quel tanto che do lo tolgo progressivamente alla mia vita privata, alla mia famiglia».
C’è un’altra cosa che Sara sta imparando a fare proprio adesso: spendere per se stessa. Nel 2023 le viene diagnosticato il lipedema, una malattia cronica che richiede cure continue, per le quali spende tra i 250 e i 500 euro al mese.
«Non si guarisce, quindi richiede una gestione continua: movimento fatto bene, la fisioterapia, una nutrizione cucita su misura. Per me spendere per il lipedema è un colpo al cuore, perché è quella cosa di cui non puoi fare a meno se vuoi arrivare a 85 anni camminando ancora bene sulle tue gambe».
Così, la necessità di curarsi diventa una spinta ulteriore ad alzare l’asticella economica, trasformando la salute da imprevisto a nuovo incentivo professionale.
«Il lipedema è l’incentivo a migliorare la mia situazione finanziaria: altrimenti l’unica cosa che mi resta da fare è cercarmi non solo un altro lavoro, ma probabilmente anche un’attività complementare. Non voglio che mia figlia percepisca la scarsezza che ho percepito io».
È il compimento di una trasformazione profonda: il denaro smette di essere un feticcio da nascondere o un fantasma da temere, e diventa uno strumento vivo per costruire il futuro.
«Uno dei prossimi obiettivi è questo: i rimborsi della dichiarazione dei redditi, invece di usarli per altre spese, li metto in circolo e li investo. Tanto sono soldi che ho speso e che mi sono tornati indietro».