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Investire in azioni di una singola azienda, si o no?

Investire in azioni di una singola azienda è un’idea che piace a tanti. Nel concreto significa acquistare titoli di una società, puntando sulla sua crescita futura. Una strategia potenzialmente più redditizia rispetto a quella di altri strumenti diversificati come Etf o fondi, ma ben più rischiosa. A volte, poi, a proporre l’acquisto è l’azienda per cui si lavora. Come comportarsi? Ecco le cose da sapere.

Tempo di lettura: 6 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

investire azioni di una singola azienda
Foto di Bram Naus

Questa guida nasce da una discussione nata nel team di Rame, dopo un quesito arrivato dalla nostra community: quanto conviene comprare le azioni dell’azienda per cui si lavora? E in generale, quanto conviene investire in azioni di una singola società? Il quesito è interessante, perché benché si parli quasi sempre di Pac, Etf e titoli di Stato, comprare un “pezzettino” di qualcosa che conosciamo, che sia la multinazionale per cui lavoriamo o un nome noto, ha un certo fascino. È un acquisto “facile” da capire, immediato, ci fa sentire parte di un qualcosa, e questo ci dà l’illusione di potere monitorare meglio quell’investimento.  È così? Ne abbiamo parlato con un’esperta, ecco i suoi consigli.

Comprare azioni di una singola azienda, i rischi

Che sia Tesla, Amazon, una società controllata dallo Stato o la multinazionale per cui lavoriamo, comprare azioni di un’azienda a noi nota o familiare è semplicissimo; bastano la liquidità, e un conto titoli presso un broker online o una banca. «Prima di agire bisognerebbe però fare diverse valutazioni» premette Ginevra Zucconi, consulente finanziaria e divulgatrice sui social, (il suo account è @lafinanzadonna).

«Dovremmo sapere che nel momento in cui compriamo azioni di una singola società ne stiamo diventando soci e ci stiamo esponendo, perché avremo dei benefici se questa crescerà e delle perdite se le cose non andranno bene. E allora, il primo passo è sapere esattamente cosa si sta comprando». Non è per nulla facile analizzare lo stato di salute e le prospettive future di una società, alla luce di tutti gli scenari possibili, tanto che esistono analisti che fanno questo di mestiere, premette Zucconi, valutano la robustezza delle aziende, i loro bilanci, la capacità di fare utili e ricavi nel tempo, la concorrenza, il settore e il mercato in generale.

Cosa chiedersi prima dell’acquisto

«Viene da sé che la scelta migliore sarebbe quella di rivolgersi a un esperto. In ogni caso, non è pensabile investire in una società senza avere almeno un’idea di chi è l’azienda, di qual è il suo stato di salute generale, delle prospettive del settore», prosegue la consulente.

L’errore da non fare, al contrario, è comprare titoli per effetto del passaparola, perché il proprio cugino, collega o amico ci ha appena detto che ci hanno guadagnato, e tanto. «È un po’ come giocare d’azzardo, puntare su un numero perché è ritardatario e ha forse più probabilità di uscire. Non c ‘è logica, invece negli investimenti deve sempre esserci una logica. Chiediamoci perché vogliamo comprare proprio quelle azioni, se crediamo in quella società e se abbiamo elementi sufficienti per considerarlo un investimento che ci darà dei frutti».

Come arginare i rischi, quote e diversificazione

La regola d’oro, poi, valida per tutti i tipi i investimento, ma a maggior ragione per quelli rischiosi come l’azionario, è non concentrare troppo del proprio patrimonio. L’abbiamo scritto già altre volte su Rame, nessun investimento dovrebbe prescindere da una strategia di insieme, che parte definendo i propri obiettivi, gli orizzonti temporali, e la definizione di quanto si è disposti a rischiare. «All’origine di tutto c’ è la composizione del proprio portafoglio. Una volta definito il rischio che voglio assumermi, stabilisco su quali strumenti o titoli puntare, e da qui decido la quota di azioni della società che ho selezionato. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda non consiglierei di investire più del 10% in singoli strumenti finanziari, per non concentrare troppo il rischio».

Se stai esagerando, come e quando vender le azioni di troppo

«Poniamo  di scoprire che le nostre quote di azioni di quell’azienda, superino il 5% del nostro patrimonio totale, il tetto che ci eravamo dati. Questo può succedere se il prezzo delle azioni sale e di conseguenza la loro percentuale nel portafoglio. Se la società è quotata in borsa, possiamo vendere in qualunque momento, ma il quando va valutato con attenzione», premette Zucconi. «Non è bene farsi trasportare dall’emotività, o muoversi perché in un dato momento o giornata le quotazioni di quei titoli stanno scendendo. Negli investimenti bisogna darsi delle regole. 

Qualora fosse per noi il momento di vendere, per tornare alla percentuale che ci eravamo prefissati (o per altre regole che ci eravamo dati prima dell’acquisto), iniziamo osservando il mercato e i prezzi, per evitare decisioni impulsive e restare coerenti con la strategia. Se non è così, monitoriamo la situazione per un po’, cercando di capire se conviene aspettare o se è meglio uscire subito, sulla base anche degli eventi che ci aspettano, per esempio la presentazione del bilancio aziendale. Fermo restando che nessuno ha la palla di cristallo, sapere dove ci troviamo può se non altro farci agire con maggiore consapevolezza».

Se le azioni sono della tua azienda

E se è la tua azienda a proporti di acquistare le sue azioni? «Alla base vale lo stesso principio: non concentrare il patrimonio in titoli di una sola società, stabilire una percentuale e non superare il limite che ci si è dati. Va anche considerato che se investiamo nell’azienda in cui lavoriamo abbiamo un rischio specifico in più, perché nella malaugurata ipotesi in cui le cose vadano male, non solo rischiamo il reddito, ma anche i risparmi».

Quando la scelta riguarda la nostra azienda, dobbiamo inoltre fare i conti con l’home bias, il pregiudizio per cui tendiamo a investire in società o Paesi a noi vicini, perché più familiari. «Questa distorsione è spesso la causa di errori clamorosi. Pensiamo a noi italiani. I titoli del nostro Paese rappresentano più o meno l’1% dei mercati globali, ma è soprattutto su di questi che si concentrano i nostri investimenti, precludendoci tante altre occasioni e possibilità. Allo stesso modo, molti di noi scelgono a occhi chiusi di dirottare i propri risparmi nell’azienda per cui lavorano, e non altrove, per familiarità. Invece dovrebbero chiedersi: la conosco davvero? Ne conosco l’andamento, i bilanci, le prospettive future? Sono consapevole che la mia salute finanziaria viene legato a doppio filo alle sorti dell’impesa?».

Se è l’azienda che ti chiede di comprare

Spesso è la stessa azienda a chiedere ai dipendenti di comprare azioni della società, magari a un prezzo di mercato più concorrenziale. «Anche in questo caso dobbiamo chiederci: davvero credo nell’azienda e nella sua capacità di fare utili in futuro?», suggerisce Zucconi. «Il fatto di potere acquistare titoli a un prezzo migliore certamente merita considerazione, ma attenzione, spesso a un prezzo più basso si accompagnano vincoli temporali sulla vendita, altro fattore su cui riflettere, con uno sguardo al futuro. Controlliamo allora le condizioni di vendita, e facciamoci le dovute domande. È un po’ come quando prendiamo un abito in saldo: ogni volta dovremmo domandarci se lo stiamo comprando perché lo paghiamo meno, o perché lo avremmo acquistato comunque. La convenienza sta tutta lì».

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