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Cos’è l’Ets e perché fa discutere il prezzo dell’energia in Europa

L’Ets è il mercato con cui l’Unione europea mette un prezzo alle emissioni di CO₂: chi inquina, paga. Nato per spingere la transizione ecologica, è finito al centro delle polemiche perché in un contesto di prezzi energetici già alti rischia di pesare ulteriormente sulle bollette. L’Italia chiede una sospensione temporanea, ma il tema divide chi guarda all’emergenza e chi alla strategia climatica.

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ETS emissioni CO2
Foto di Matthew Henry

È l’ultimo, in ordine di tempo, di quegli acronimi che sembrano il frutto di una semplice astrazione finanziaria. Eppure, l’Ets di cui si parla tanto negli ultimi giorni è tutt’altro che un piano lontano dalla vita quotidiana. Si tratta, infatti, di uno dei meccanismi che più influenzano il prezzo dell’energia in Europa. Ed è naturale, quindi, che, nei giorni di una delle crisi energetiche più rilevanti di sempre, il dibattito sul suo ruolo sia tornato alla ribalta. Ma in cosa consiste, esattamente?

Che cos’è Ets

Il cosiddetto Ets (European Union Emissions Trading System) è il sistema con cui l’Unione europea mette un prezzo alle emissioni di CO₂. Non è una tassa tradizionale: è un mercato. Un mercato vero e proprio, dove le emissioni si comprano e si vendono. L’idea è semplice: se inquini, paghi. Se inquini meno, puoi guadagnare. Le istituzioni europee fissano un tetto massimo alle emissioni complessive consentite. Questo tetto si riduce ogni anno. Dentro quel limite vengono create delle “quote”, cioè dei permessi a emettere CO₂. Le imprese che rientrano nel sistema devono possedere quote sufficienti a coprire le proprie emissioni annuali.

Se un’azienda inquina meno del previsto, può vendere le quote in eccesso. Se invece supera il limite, deve comprarne altre sul mercato. Così nasce un prezzo della CO₂. E quel prezzo diventa un incentivo: più costa emettere, più conviene investire in tecnologie pulite

Un turbine di polemiche

Il sistema, naturalmente, è stato pensato in un’epoca in cui il quadro energetico era più stabile. Poi sono arrivati la guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche e l’aumento dei prezzi del gas. In questo contesto, il meccanismo della CO₂ si inserisce dentro un mercato già stressato. Ed è qui che si innestano le polemiche. Secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’Ets rischia oggi di contribuire a “gonfiare artificialmente” il prezzo dell’elettricità, incidendo anche in modo significativo sul costo finale dell’energia prodotta da fonti termiche. La richiesta avanzata dal nostro Paese a livello europeo è quindi chiara: sospendere temporaneamente l’applicazione dell’Ets sulla produzione di elettricità da impianti termoelettrici, almeno finché i prezzi delle fonti fossili non torneranno su livelli più equilibrati.

Anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di un possibile effetto “boomerang”: un sistema nato per spingere alla decarbonizzazione rischia, in questo momento, di penalizzare imprese e consumatori.

Una questione di contesto

Una sorta di paradosso, se si pensa che l’Ets nasce con lo scopo non di punire le imprese, ma di rendere economicamente conveniente la transizione ecologica. In condizioni normali, questo meccanismo funziona come una leva: spinge il sistema verso meno emissioni senza imporre divieti diretti. Ma quando il prezzo dell’energia è già alto, il costo delle quote può amplificare la pressione sulle bollette. E in un’economia come quella italiana, fortemente esposta ai costi energetici, l’impatto si sente.

Una sospensione temporanea potrebbe avere effetti immediati: potrebbe alleggerire il costo dell’elettricità per famiglie e imprese, riducendo la componente legata alle emissioni. Potrebbe migliorare la competitività delle aziende energivore, che già operano con margini compressi. Potrebbe dare respiro in una fase di mercato instabile. Dal punto di vista politico ed economico, sarebbe una misura di breve periodo, pensata per gestire un’emergenza.

Il gioco vale la candela?

Dall’altra parte, l’Ets è uno dei pilastri della strategia climatica europea. Se il prezzo della CO₂ si indebolisce, si riduce anche l’incentivo a investire in tecnologie pulite. Il rischio principale è questo: rallentare la transizione energetica proprio quando l’Europa punta a ridurre le emissioni in modo strutturale. Inoltre, i proventi delle aste delle quote finanziano politiche ambientali, innovazione e investimenti verdi. Ridurre o sospendere il sistema significa anche ridurre quelle risorse. E c’è un altro elemento meno visibile ma cruciale: la stabilità regolatoria. I mercati funzionano meglio quando le regole sono prevedibili. Interventi improvvisi, anche se giustificati, possono aumentare l’incertezza per gli investitori. E non   certo un caso che Ursula von der Leyen abbia chiesto un approccio cauto sul tema.

Porsi le giuste domande

L’Ets è uno strumento potente. Funziona come una bussola di mercato: segnala che il costo ambientale ha un prezzo. La domanda oggi non è se la transizione ecologica sia necessaria. È come gestirla in un contesto di prezzi elevati e tensioni geopolitiche. Sospendere il sistema potrebbe offrire sollievo nel breve periodo. Ma potrebbe anche rallentare un percorso costruito per rendere l’economia europea più sostenibile nel lungo periodo. Come spesso accade in economia, la scelta non è tra bianco e nero. È tra equilibrio e accelerazione. Tra gestione dell’emergenza e visione strategica. E, soprattutto, tra ciò che costa oggi e ciò che può valere domani.

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