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Regime forfettario o ordinario? Ecco il simulatore per calcolare quale conviene

Meglio la flat tax al 15% o l’Irpef a scaglioni? È la domanda che tante partite Iva si fanno quando le spese iniziano a salire e l’impossibilità di poterle “scaricare” pesa sempre di più, almeno psicologicamente. Ecco allora qualche risposta alle domande più comuni, e un simulatore da usare per scoprire quando previdenza complementare, ristrutturazioni e costi d’impresa rendono il regime ordinario più conveniente del forfettario.

Tempo di lettura: 8 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

Regime forfetario o ordinario?
Foto di Fa Barboza

«Sono una lavoratrice autonoma e ho la partita Iva, regime forfettario, ma le mie spese sono in crescita, qual è il limite oltre il quale mi conviene passare all’ordinario?». La domanda che ci è arrivata da Giada è molto frequente tra i lavoratori autonomi. Quando le spese personali e i costi legati all’attività aumentano, la tentazione di passare dal regime forfettario all’ordinario per potere usufruire di detrazioni e deduzioni cresce. E ci si domanda se l’imposta al 15%, benché molto più bassa, sia ancora la più conveniente, oppure quale sia il “limite” oltre il quale  conviene cambiare. Proviamo allora a fare chiarezza.

Regime forfettario vs ordinario, le differenze

Prima un piccolo passo indietro. Una delle prima scelte da fare, quando apriamo un’attività, riguarda il regime fiscale a cui aderire, se forfettario o ordinario. Il primo ha una formula semplice: un’unica imposta sostitutiva che rimpiazza Irpef, Irap e addizionali, indipendentemente dal reddito, a patto che i ricavi e compensi siano entro gli 85.000 euro. Per usufruire dell’aliquota agevolata bisogna però rinunciare a deduzioni e detrazioni, sia per i costi legati all’attività sia per le spese personali. Si deve quindi dire addio alla possibilità di “scaricare” spese mediche, spese scolastiche dei figli, costi di ristrutturazioni, interessi passivi dei mutui, per citare solo i casi più comuni, e lo stesso avviene per la deduzione di quanto versato per la previdenza complementare, le spese per materiali e macchinari necessari allo svolgimento dell’attività, con la sola eccezione dei versamenti in previdenza obbligatoria, i contributi versati cioè all’Inps o al proprio ente previdenziale.

Al contrario, il regime ordinario segue altri criteri: tassazione Irpef a scaglioni con aliquote che salgono con il reddito: 23% per i primi 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000 e 45% per i redditi sopra questa quota, con la possibilità, però di portare in detrazione e deduzione tutte le spese ammissibili.

L’eccezione, il dipendente con partita Iva

C’è una sola eccezione alla regola. L’unico caso in cui un contribuente con partita Iva forfettaria può usufruire delle detrazioni ammesse è quello in cui abbia altri redditi al di fuori del lavoro autonomo, come ci spiega la commercialista Valentina Salamina: «Se, per ipotesi, oltre alla partita Iva con il regime forfettario, si possiede un reddito da lavoro da dipendente – possibilità ammessa se il reddito da lavoro dipendente non supera i 35.000 euro annui – il contribuente può portare in detrazione le proprie spese private dall’ Imposta Irpef che paga sul reddito da lavoro dipendente».

Perché il regime forfettario conviene: il coefficiente di redditività

Nonostante le limitazioni, il regime forfettario appare più vantaggioso per tutti, a patto di non essere nella situazione di dover sostenere importanti costi legati all’attività. La realtà in questo caso non smentisce l’apparenza. Dice Salamina: «Al di là del fatto che chi apre una nuova attività e possiede determinati requisiti, può usufruire per i primi 5 anni di un’aliquota ridotta ulteriormente al 5%, il forfettario prevede un abbattimento alla fonte. L’imposta non viene calcolata sulla totalità dei ricavi, ma solo su quota parte. Il calcolo del reddito imponibile si basa sul cosiddetto coefficiente di redditività, che varia a seconda del codice Ateco scelto in fase di apertura partita IVA e identifica l’attività economica esercitata».

Ad esempio, il codice Ateco che identifica le altre attività professionali n.c.a. è abbinato a un coefficiente di redditività del 78%. In altre parole, se i tuoi ricavi ammontano a 30.000 euro all’anno, pagherai le imposte su un reddito imponibile pari a euro 23.400 e non su 30.000.

Ecco quattro concetti che dobbiamo conoscere per poter scegliere il regime fiscale:

Deduzioni: sono le spese che puoi sottrarre direttamente dal tuo fatturato totale per ottenere la base su cui verrà calcolata l’imposta (il cosiddetto “reddito imponibile”). Se l’anno scorso hai guadagnato 50.000 e versi 5.000 di contributi previdenziali obbligatori, lo Stato ti tasserà su 45.000. [Esempi: previdenza complementare (fondo pensione), contributi previdenziali obbligatori]

Detrazioni: sono “sconti” che si applicano direttamente sull’imposta lorda. Se dal tuo calcolo emerge che quest’anno devi 8.000 euro allo Stato, ma hai detrazioni per spese mediche o ristrutturazioni per 2.000 euro, ne verserai all’Erario solo 6.000. [Esempi: spese sanitarie e assicurazioni, interessi sul mutuo prima casa, spese universitarie, bonus casa]

Aliquota: il termine indica  la percentuale di tasse che devi pagare sul tuo reddito imponibile.

Capienza: è la capacità del tuo reddito di “assorbire” le detrazioni. Le detrazioni personali valgono solo se hai abbastanza Irpef da pagare per poterle scalare. Se hai 5.000 euro di detrazioni per ristrutturazione casa, spese mediche ecc, ma la tua imposta Irpef è di soli 3.000 euro, gli altri 2.000 andranno persi.

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Deduzioni e detrazioni, le spese che fanno la differenza

Quando, allora, è preferibile passare al regime ordinario? «Quando i costi legati all’attività rappresentano una componente rilevante rispetto al fatturato», dice la commercialista. «In questo caso costi come per esempio l’affitto, il noleggio di attrezzature, le utenze, le collaborazioni e le altre spese di gestione ed espletamento dell’attività possono rappresentare una discriminante importante. Chi svolge attività di consulenza pura, magari da casa o direttamente presso il cliente e sostiene costi relativamente bassi non ha convenienza ad aderire al regime ordinario».

Può valere la pena rimettersi a fare i conti, se anche le spese personali si impennano. Se, per ipotesi, c’è un’importante ristrutturazione in vista, abbinata a grandi spese mediche, e se si versano delle somme in un fondo pensione. Se per esempio si è ristrutturata casa e ogni anno si hanno 2.000 o 3.000 euro di detrazioni, l’ordinario può diventare un’opzione da valutare. In questo regime, quelle detrazioni vengono scalate direttamente dalle tasse da versare. In questa situazione, però, bisogna verificare la capienza. Se il nostro fatturato è basso, le imposte a nostro carico potrebbero non essere sufficientemente alte da contenere le detrazioni, e queste andrebbero perdute, perdendo così la possibilità di usufruire dell’agevolazione.

La simulazione: conviene l’ordinario con 50.000 euro di fatturato?

Proviamo a spiegare cosa succede, usando i numeri. Con la commercialista Valentina Salamina abbiamo provato a fare una simulazione su un fatturato di 50.000 euro lordi annui. In questo caso abbiamo verificato che la scelta dell’ordinario inizia a essere conveniente solo in presenza di determinate detrazioni e deduzioni. Nel nostro esempio, i costi legati all’attività sono di ben 10.000 euro all’anno, le detrazioni sono intorno ai 5.000 euro (cifra molto alta, che presuppone un intervento di ristrutturazione edilizia, per esempio, abbinato a spese mediche alte, e altri carichi di famiglia), con in più un versamento di  ben 5.000 euro all’anno in previdenza complementare.

La previdenza obbligatoria non conta, perché è deducibile in entrambi i regimi fiscali. Nel caso analizzato, con una flat tax e un coefficiente di redditività del 78%, si arriva ad avere un reddito mensile netto di 2.875 euro circa, che sale con il regime ordinario a 3.085. Nel momento in cui diminuisce l’importo delle detrazioni, però, la convenienza viene meno.

La prova dei numeri: come usare il simulatore di Rame

Ogni caso è un caso a sé, per questo abbiamo deciso di mettere a disposizione il simulatore, che può aiutare a calcolare quale regime è più conveniente, sulla base dei numeri. Per ottenere una proiezione basta sostituire i numeri presenti nelle caselle. Ecco qualche indicazione:

  • Fatturato. Nella prima cella bisogna unire il totale dei compensi dell’anno passato, o che si prevede di incassare nell’anno (al netto dell’Iva, per l’ordinario). Se non ci sono grandi novità rispetto al passato si può usare la media degli ultimi tre anni o il valore indicato nell’ultima dichiarazione dei redditi.
  • I costi. Accanto a questa voce bisogna inserire tutto ciò che serve a far girare l’attività: software, affitto dello studio, benzina, cancelleria, corsi di aggiornamento, eventuali acquisti di materiale, cene e pranzi di lavoro, trasferte, ecc. Bisognerà ripescare fatture, ricevute e bollette. Nel regime ordinario sono importantissimi, perché sono deducibili, vengono cioè sottratti dall’imponibile, l’importo da cui vengono calcolate le imposte.
  • Il coefficiente di redditività. Nel forfettario la voce “costi” non è prevista. In cambio, bisogna indicare l’indice di redditività della propria attività, che varia a seconda del proprio codice Ateco. Il codice è indicato nel Certificato di attribuzione del numero di Partita Iva. Una volta individuato, è sufficiente una rapida ricerca online (“Tabella coefficienti ATECO”) per vedere la percentuale associata al gruppo di attività. È importantissimo inserire questa voce, perché va ad abbassare l’importo su cui il Fisco conteggerà le imposte dovute. Nella simulazione, dove l’indicatore è del 78%, il fatturato è di 50.000 euro, ma il reddito imponibile calcolato sulla base dell’indice di redditività è di 39.000 euro. In questo caso lo Stato presume che il contribuente di quella categoria abbia in media il 22% di spese, e le sottae dall’imponibile.
  • Oneri deducibili. Qui si devono inserire le somme versate per la previdenza obbligatoria, che saranno dedotte in entrambi i casi. Per chi non ha questo dato, il totale annuo si può scaricare nell’area personale del sito proprio ente previdenziale. Inserito il numero, il file calcola automaticamente l’imponibile netto su cui verranno applicate le tasse. (Nel file bisogna modificare anche, più in basso, l’aliquota contributiva, la percentuale dipende dalla cassa previdenziale di appartenenza e va inserito il numero corrispondente a quello del proprio ente previdenziale).

Una voce in più

Nel regime ordinario compare in più la voce “previdenza complementare”, perché c’è la possibilità di dedurre anche i versamenti nel fondo pensione o del piano pensionistico individuale. Anche in questo caso il dato viene messo a disposizione dal fondo pensione o dall’ente che ha emesso il piano pensionistico.

Detrazioni d’imposta. È l’ultima voce e compare solo nel regime ordinario, e qui bisogna inserire le detrazioni che il contribuente ha accumulato come privato, e cioè:

  1. Spese sanitarie e mutuo. Quanto hai speso in farmacia o dal dentista? E gli interessi passivi del mutuo sulla prima casa?
  2. Bonus Edilizi. Se hai ristrutturato casa o pagato lavori in condominio, devi inserire il valore della detrazione maturata, diviso per 10 anni. Di conseguenza, se si sono spesi 30.000 euro, e permette di portare in detrazione 15.000 euro, l’importo da inserire è di 1.500 euro per anno.
  3. Famiglia. I costi per i figli a carico (spese mediche, scolastiche, ecc), gli assegni di mantenimento, interessi passivi di mutui, polizze, ecc. Qui trovi un elenco.

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