Oggi sono davvero un libero professionista. Libero di non dover sempre produrre
Cadere nella trappola dell’iperlavoro non richiede un capo tiranno o obiettivi impossibili. Spesso lo facciamo da soli, spinti dalla paura di non avere abbastanza lavoro, dal desiderio di guadagnare di più o di sentirci più importanti. Ma cosa succede quando ci si ferma e si cambia direzione? Antonio ci insegna che interrompere questo meccanismo è il primo passo verso un’esistenza più piena e appagante.
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«A un certo punto mi sono accorto che stavo semplicemente replicando il modello dei miei genitori: lavorare sempre, lavorare per guadagnare di più. Il lavoro è importante, certo. Ma oggi sto bene: lavoro bene, guadagno bene, vivo bene. Perché dovrei strafare? Per quella voce che mi dice che non è mai abbastanza? Cioè, se non stai attento alle proporzioni, quell’ambivalenza ti divora».
Non è necessario avere un datore di lavoro esigente, scadenze impietose, obiettivi imposti dall’alto per cadere nella trappola dell’iperlavoro. Spesso ci finiamo da soli, anche quando siamo liberi professionisti. Per paura di non avere abbastanza lavoro domani, per guadagnare di più, per sentire di valere di più. Ma cosa succede quando si prova a invertire l’equazione? La storia di Antonio ci mostra che interrompere questo meccanismo è il primo piccolo atto di ribellione – controintuitivo – che può portarci a un’esistenza più appagante.
Il mantra del sacrificio
Antonio è uno psicologo e psicoterapeuta che da sei anni vive Firenze. Le sue radici affondano nelle Valli dell’Appennino Lucano, in Basilicata, in una piccola frazione di Lauria. È nato nel 1981, e proprio in quel territorio, due anni prima, i suoi genitori avevano aperto una macelleria.
«Era il periodo del boom economico e i soldi giravano. I miei erano partiti da un piccolo negozio in affitto e, con il tempo, sono riusciti non solo a mantenere me e mio fratello all’università, ma anche ad acquistare un immobile per l’attività e a costruire la casa in cui siamo cresciuti».
Come spesso accade quando si gestisce un’attività in proprio, parlare di denaro era parte della quotidianità.
«In famiglia si parlava molto di risparmio e soprattutto di sacrificio. Era questa la parola chiave: solo facendo sacrifici si potevano ottenere le cose. I soldi, quindi, erano qualcosa di necessario, di indispensabile».
Il sacrificio si materializzava principalmente sotto forma di rinunce o di piccoli godimenti vissuti, mai, però, come spreco di risorse.
«Abbiamo rinunciato a tante cose, soprattutto ai viaggi. Ad agosto non si partiva: la macelleria doveva restare aperta, perché era il periodo in cui tornavano molti clienti, soprattutto gli emigrati al nord. Qualche volta andavamo al mare la domenica, ma era un sacrificio. Oppure, lo facevamo perché io da bambino ero asmatico, perciò era più una necessità che uno svago. Non esisteva l’idea di chiudere due settimane dopo un anno di lavoro».
I soldi guadagnati non venivano mai goduti ma continuamente rimessi in circolo. Qualche anno dopo aver aperto la macelleria, costruiscono una stalla con il fienile per seguire tutta la filiera di produzione. Qualche anno dopo ancora comprano una casa destinata ai figli.
«I soldi seguivano sempre lo stesso circuito: sacrificio, investimento, risparmio».
Antonio, assieme al fratello, comincia presto a dare una mano nella macelleria di famiglia, ma anche nella pizzeria dello zio, dove lavora come cameriere.
«Con i primi soldi che ho guadagnato mi sono comprato una chitarra usata. È stato bellissimo: per la prima volta non stavo chiedendo ai miei. Per carità, non mi hanno mai fatto mancare nulla, ma in qualche modo quel peso lo sentivamo».
La strada verso Sud
Quei discorsi sul sacrificio e sulle rinunce si insinuano in Antonio, diventando parte del suo modo di vivere. Così, quando finisce il liceo, la sua idea è già chiara: pesare il meno possibile sulle economie familiari.
«All’inizio avevo pensato a un compromesso: fare un diploma di laurea breve, iniziare subito a lavorare e pesare il meno possibile sui miei. Mi sembrava la scelta più giusta. Poi mio fratello mi ha fatto riflettere: i nostri genitori avevano dei risparmi, mi stavano dando un’opportunità. Non dovevo sentirmi in colpa».
E così Antonio si trasferisce a Padova per studiare Psicologia, mentre suo fratello sceglie Bologna. Finita l’Università però, il richiamo del Sud si fa irresistibile.
«Ho detto: “Non è vero che giù non c’è niente”, perché è la classica frase che dicono tutti. Così, ho deciso di verificare di persona, di provarci. Molti amici mi dicevano che ero matto».
Antonio torna a vivere a casa dei genitori e comincia a collezionare tirocini. Il primo lavoro vero è in una comunità di tossicodipendenti a Tortora, in Calabria, al confine con la Basilicata, dove viene assunto come educatore.
«Ho iniziato con un part-time, una ventina d’ore. Ricordo ancora la prima busta paga: 500 euro. Per noi, che venivamo da una famiglia di commercianti, era qualcosa di completamente nuovo… numeri, contributi, trattenute. Non ci capivo nulla. E poi la tredicesima, i permessi studio: piccole cose che però davano una grande soddisfazione».
I permessi studio Antonio li utilizza per frequentare la scuola di specializzazione in psicoterapia a Reggio Calabria. Intanto le ore di lavoro aumentano e così il suo stipendio. Prima 800 euro poi 1100. Quei soldi per lui sono abbastanza.
«Per un trentenne, mille euro al mese al Sud – con un costo della vita piuttosto basso e vivendo ancora con i miei – erano più che sufficienti».
Antonio riesce persino a risparmiare e a muovere i primi piccoli passi nel mondo degli investimenti.
«I miei mi avevano trasmesso il valore del risparmio: il libretto, il conto corrente, persino un piccolo piano previdenziale. Poi, con il tempo, è arrivato anche un salto di qualità nell’educazione finanziaria, con strumenti come i piani di accumulo».
A 32 anni, finita la scuola di specializzazione, Antonio inizia a sentire l’urgenza di cambiare. Lascia il lavoro in comunità e si prende un anno sabbatico. Il suo budget sono i 5mila euro accumulati nel Tfr, con i quali programma esperienze di volontariato in Italia e in Brasile.
«In quel periodo il mio obiettivo era capire cosa volevo fare davvero: provare, sperimentare, “assaggiare” contesti diversi».
La trappola dell’iperlavoro
Alla fine di queste esperienze, Antonio ha le idee chiare: vuole tornare in Basilicata e aprire il suo studio privato, iniziando così la carriera da psicologo e psicoterapeuta libero professionista. La sua base è sempre Lauria, ma facendo un calcolo demografico statistico capisce che non può limitarsi a quel territorio: così costruisce una rete nei punti nevralgici del Sud, dedicando alcuni giorni alla settimana a ricevere pazienti e seguire casi a Cosenza, Potenza e Salerno.
«Aprire uno studio un giorno a settimana in diversi centri, farmi pubblicità online e costruire una rete di colleghi è stata la svolta. Anche con un solo paziente a settimana, a 50-60 euro a seduta, riuscivo a coprire i costi e guadagnare qualcosa. Poi i pazienti sono aumentati e, in poco tempo, riempivo intere giornate. Per quattro anni ho vissuto così, macinando anche 800 chilometri a settimana».
Pian piano inizia a guadagnare ben oltre ciò che prendeva in comunità.
«Quando ho iniziato a ingranare davvero, ho ottenuto un incarico come specialista ambulatoriale e sono passato a un regime fiscale diverso: un salto importante, anche nei contributi. All’inizio mi spaventava vedere tutti quei soldi “andare via”. Poi il mio psicologo mi ha fatto capire che non erano soldi persi, ma investiti per il futuro. Pur nonostante venissi da una famiglia di commercianti io queste cose non le sapevo… e poi da noi si dice: “Occhi e soldi cacciati non tornano più”, e cioè “la salute e i soldi che uno dà via, non tornano più”».
Il ritmo di lavoro, però, è frenetico e Antonio comincia a percepire i primi segnali di affaticamento, non solo fisico.
«C’era un periodo in cui facevo Cosenza il lunedì, Salerno il mercoledì, Napoli il giovedì, e a volte Potenza il sabato. Viaggi infiniti, autostrade chiuse, rientri la sera tardi. A un certo punto ti chiedi: ne vale davvero la pena? Ok, guadagni 100 euro…, però l’onnipotenza non va bene. Anche perché la realtà, prima o poi, ti presenta il conto».
Antonio si rende conto che sta scivolando dentro la vita di lavoro e sacrificio che aveva visto vivere ai suoi genitori.
«Quell’idea di lavorare sempre di più, di non accontentarsi mai, di non essere mai abbastanza, mi impediva di godermi davvero i risultati dei miei sforzi. Cioè, se non fai attenzione alle giuste proporzioni l’ambivalenza ti frega, ti mangia. E se non la riconosci, forse sì, hai tanti vantaggi, tante soddisfazioni. Ma poi hai anche tanti tormenti».
La svolta: riconoscere i propri limiti
La svolta arriva nel 2018, quando Antonio durante la seconda scuola di specializzazione in psicoterapia a Firenze, incontra quella che oggi è la sua compagna. Da quel momento, decide di prendere in affitto una stanza nel capoluogo toscano e, poco alla volta, di cominciare a lasciare alcuni degli impegni professionali nel Sud Italia per trascorrere più tempo a Firenze. A rendere questo cambiamento ancora più rapido e definitivo è la pandemia di Covid.
«All’inizio era soprattutto la mia compagna a farmelo notare: “stiamo bene così”. Ma a me bastava pochissimo per entrare in ansia. I pazienti, si sa, vanno e vengono, c’è sempre un flusso. E quando iniziavano a diminuire, o anche solo un paio interrompevano un percorso, subito scattava la paura: riuscirò a mantenere questo stile di vita? Anche nei momenti più belli, come le vacanze, c’era sempre sotto traccia un senso di colpa, una voce che non mi lasciava davvero stare».
Nel 2020 prendono in affitto uno studio, l’anno successivo, una casa. Poco tempo dopo arriva anche una figlia. Quando nasce, fanno una scelta che per Antonio e per il suo modo di intendere il lavoro è a dir poco rivoluzionaria
«A un certo punto ci siamo fermati e ci siamo detti: dobbiamo organizzarci. Abbiamo deciso di lavorare due giorni e mezzo a settimana a testa. Con una bambina piccola e i nonni lontani, non possiamo contare su aiuti immediati: o trovi una babysitter al volo – e non è semplice – oppure devi esserci tu. Il vantaggio, da liberi professionisti, è proprio questo: possiamo costruirci un equilibrio su misura».
Oggi la bambina ha più di due anni e la loro settimana è ancora organizzata così: ciascuno utilizza lo studio due giorni e mezzo, mentre il partner si occupa della gestione della casa e della cura della bambina.
«Detta così sembra una vita perfetta: lavori solo due giorni e mezzo a settimana. In realtà sono giornate densissime, dalla mattina alla sera, con i pazienti uno dietro l’altro. E nei giorni in cui sei a casa magari incastri una seduta online».
Questo nuovo equilibrio è stato possibile grazie a un radicale cambio di mentalità. La vita non è più solo sacrificio o accumulo di denaro, ma una ricerca continua di proporzioni: tra tempo libero e attività professionale, tra lavoro pagato e lavoro di cura.
«Dal punto di vista economico, superare i 20 pazienti a settimana sarebbe anche molto conveniente: significherebbe guadagnare di più. Ma mentalmente è un altro discorso. Tenere dentro più di 20 storie, seguirle davvero, è estremamente impegnativo. Quindi, ecco un’altra cosa che ho imparato: per risolvere l’ambivalenza e per far pace con me stesso, non solo mi serve avere un budget, ma anche un limite. Poi magari tra qualche anno che la bimba cresce posso anche andare oltre, però ora come ora io sto bene, vivo bene, lavoro bene, guadagno bene, perché devo strafare? Appunto per quella voce che dice non è mai abbastanza, perché devo guadagnare di più, perché devo essere uno psicologo fico… ma chi me lo fa fare?».
Antonio, mentre impara a mettere limiti al lavoro, sta imparando anche a spendere i soldi, a goderseli.
«Domani, per la prima volta, andremo in un ristorante stellato Michelin. Era un’idea che accarezzavo da tempo, anche un po’ influenzato da tutto quell’immaginario, da MasterChef agli chef stellati. E alla fine abbiamo deciso di farlo: sono soldi spesi bene, senza rimpianti».
Oggi può dire, finalmente, di aver compiuto il senso di quell’etichetta professionale che ha scelto negli ultimi dieci anni.
«“Libero professionista” è un’espressione che sento profondamente mia. Dentro c’è tutto: la libertà di scegliere con chi lavorare, di decidere le tariffe, ma anche – e forse soprattutto – la libertà di non lavorare, di non essere sempre obbligato a produrre».