L’app
di Rame

Negoziare lo stipendio non è mai solo una questione economica

Per Clara, il salario non è mai stato solo un numero sulla busta paga, ma uno specchio del valore del proprio lavoro e un campo di contrattazione costante. Tra aumenti ottenuti grazie alla persistenza e offerte che le hanno permesso di negoziare con sicurezza, Clara ha imparato che chiedere e sostenere il proprio merito è tanto strategico quanto psicologicamente impegnativo.

Tempo di lettura: 10 minuti

negoziare lo stipendio
Clara Marcolin

Ascolta il podcast della puntata:

«Quello che mi fa davvero arrabbiare è dover sempre insistere, mentre il mio aumento non viene riconosciuto naturalmente in base a quello che porto all’azienda. Spesso cerco di razionalizzare: mi dico che probabilmente non ne ho bisogno, che le mie necessità attuali sono già soddisfatte. Eppure, allo stesso tempo, penso che la mia esperienza e il mio contributo continuano a crescere, e quindi è giusto che vengano riconosciuti».

Per Clara, la contrattazione salariale è un atto di costruzione identitaria. Imparare a negoziare significa imparare a separare il proprio valore dal bisogno, dal senso di colpa e dal timore di incrinare una relazione. Prima che essere una competenza tecnica, è una postura interiore.

Il risparmio come capacità innata

Clara ha 31 anni, è designer e lavora in consulenza, a Milano. Figlia di due dipendenti pubblici, papà insegnante e mamma educatrice, cresce in una realtà dove il risparmio è inseparabile dalla quotidianità. I suoi nonni, emigrati dalla Basilicata e dal Friuli, avevano imparato a mettere da parte ogni risorsa per costruirsi una stabilità al Nord.

«Ho avuto nonni e genitori che risparmiavano molto, e credo di aver sviluppato una capacità quasi innata in questo senso. Quando mi confronto con le mie amiche o con i miei colleghi, vedo che loro fanno molta più fatica».

Nell’eredità familiare di Clara non c’è solo l’educazione al risparmio, ma anche modelli femminili di grande determinazione e autonomia.

«Mia nonna era un’imprenditrice: gestiva una lavanderia, ha fatto i suoi soldi e li ha anche saputi godere; e anche mia madre ha sempre avuto un grande controllo sui soldi di casa. Perciò, anche in questo frangente ho assistito a delle situazioni piuttosto originali rispetto a molte altre donne, che pur lavorando spesso delegano al marito o al compagno la gestione delle finanze».

Fin da bambina, Clara gestisce micro-paghette che riceve dai genitori, e ogni scelta diventa un piccolo esercizio di responsabilità.

«C’è un’immagine che i miei genitori ricordano sempre con il sorriso: io al supermercato, davanti a un pacchetto di caramelle, che mi chiedo se valga davvero la pena spendere quei cinquanta centesimi. Alla fine, quel pacchetto di caramelle non l’ho mai comprato».

Crescendo, Clara apprende un altro principio fondamentale: i soldi arrivano dal lavoro. Per cui la paghetta non è un atto dovuto, ma qualcosa che ci si guadagna.

«Per guadagnarla, facevo alcune faccende in casa: pulivo i bagni, passavo l’aspirapolvere, e alla fine ricevevo circa cinquanta euro al mese».

Finito il Liceo Scientifico, Clara si iscrive al Politecnico di Milano, una facoltà notoriamente impegnativa. Ma nonostante ciò, la madre la incoraggia a cercare un lavoro anche durante gli anni universitari.

«Mi chiedevo come avrei fatto, perché non sentivo davvero questa necessità. Eppure lei ha insistito, così ho iniziato a lavorare a ventuno anni. I miei genitori mi pagavano l’università e i libri, e io, lavorando, potevo mettere da parte quello che guadagnavo».

Con quei soldi, però, Clara non si toglie grandi sfizi

«Avevo ereditato da mia madre una gestione molto rigida del denaro. Mio padre, al contrario, pur nonostante abbia un tenore di vita modesto e poche necessità, è molto libero nella gestione dei soldi. Quindi, durante quegli anni, ho più che altro risparmiato e pagato qualche viaggetto, ma non mi sembra di aver fatto grandi cose».

Imparare a spendere

Al termine dell’università, Clara entra subito nel mondo della consulenza. Dopo un periodo di stage viene assunta a tempo pieno e, nel giro di un anno, raggiunge l’indipendenza economica necessaria per lasciare la casa familiare e andare a vivere con il fidanzato. L’ingresso in questa nuova fase della vita non è lasciato al caso: ogni dettaglio viene pianificato con attenzione.

«In quell’anno, per esempio, ho creato un budget che mi permettesse di calcolare tutti i costi che avrei dovuto affrontare insieme al mio compagno per arredare la casa o per il trasloco. Probabilmente il vero salto rispetto ai miei genitori è stato proprio negli strumenti e nella formazione, che poi ho condiviso con loro… perché loro facevano molte cose bene, ma in modo più inconsapevole».

Questa pianificazione scientifica ha un effetto anche psicologico.

«Ormai mi ritrovo a fare degli Excel solo per tranquillizzarmi. Poi ho trovato la mia migliore amica, con cui possiamo avere conversazioni finanziarie completamente aperte e trasparenti: tutti i consigli sul cambio di stipendio, sulla contrattazione, sul fondo pensione… tutte queste questioni le affrontiamo davvero insieme».

Per Clara, che non ha mai avuto difficoltà a risparmiare, la vera sfida è un’altra: imparare a spendere. Ed è ciò che inizia a fare proprio con la convivenza.

«Anche andare a fare la spesa poteva trasformarsi in un piccolo litigio perché il mio fidanzato voleva comprare tutto biologico, e così le spese alimentari diventavano molto alte. All’inizio mi dicevo di trovare un equilibrio, perché c’era quella vocina dentro di me che mi ricordava di non spendere troppo. Con il tempo, invece, ho imparato a concedermi qualcosa in più e a capire che sono diversa da mia madre: abbiamo gusti e necessità differenti».

«Così, anche se mi concedo un ristorante stellato, qualcosa che mia madre non si permetterebbe mai, va bene lo stesso: non sto scialacquando né trascurando il risparmio, sto semplicemente investendo in esperienze che mi rendono la vita più soddisfacente».

Il peso della mobilità sociale verso l’alto

A dispetto della precarietà strutturale che accompagna molti percorsi professionali e della sensazione diffusa, soprattutto tra i giovani, che il lavoro sia una corsa faticosa con ricompense sempre inferiori alle aspettative, per Clara la situazione si manifesta quasi subito in maniera diversa. Dopo pochissimo tempo in consulenza, il suo stipendio supera quello dei genitori.

«Mi sembrava davvero strano che io potessi meritarmi una cosa del genere».

Qui emerge un tema poco raccontato. Quando il reddito cresce più velocemente delle aspettative con cui si è stati educati, può generare disagio, senso di colpa, perché non si tratta semplicemente di guadagnare di più, ma di ridefinire il proprio posto nella storia familiare e nel gruppo di amici.

«Io sono ufficialmente una Millennial e siamo cresciuti con l’idea che un giorno avremmo guadagnato mille euro al mese. Poi, quando entri nel mondo del lavoro e ti accorgi che la realtà è molto diversa da ciò che ti avevano raccontato e da quello che avevi sempre vissuto in famiglia, resti un po’ spiazzato. Ho avuto una conversazione con un’amica che fa il mio stesso lavoro, ha due anni meno di me, ma attualmente guadagna diecimila euro in meno: un divario che non ha alcun senso, considerata la qualità del suo lavoro. Quindi, sì, all’inizio c’è stato un senso di colpa, ma piano piano ho trovato il modo di affrontarlo».

Nell’azienda in cui lavora oggi, Clara ha una RAL di 40.000 euro. Quando è entrata, sei anni fa, era di 27.000. La distanza tra queste due cifre è il risultato di una serie di contrattazioni che ha affrontato negli ultimi anni.

«Una volta ho ottenuto un grande aumento perché avevo un’altra proposta economica sul tavolo, ma altri incrementi sono stati frutto della mia insistenza. Anche oggi, nel mio lavoro attuale, sono due anni e mezzo che continuo a insistere. Quello che mi fa davvero arrabbiare è dover sempre sollecitare, dover forzare la mano, mentre il mio contributo all’azienda non viene riconosciuto naturalmente».

La negoziazione come postura interiore

Il salario, per Clara, non è un numerino sulla busta paga, ma una legittimazione simbolica. Che diventa ancora più importante quando manca la legittimazione quotidiana del saper fare, del sentirsi riconosciuta.

«Ho avuto una capa particolarmente impegnativa, che ha praticamente demolito la mia autostima, e dal suo arrivo non ci sono stati più aumenti. Conquistare un riconoscimento economico è diventato molto più difficile, perché per chiederlo devi crederci, e io ero arrivata al punto di non crederci nemmeno. Ho continuato a insistere, ma ero molto meno credibile. Lavorando con la psicologa, però, sono riuscita a ritrovare un’autostima che mi ha permesso di valutare la situazione in modo più obiettivo».

Se Clara valutasse il suo salario in relazione agli amici che fanno un lavoro diverso dal suo, dovrebbe dirsi contenta.

«Nel contesto del liceo in cui sono andata, molte delle persone che frequentavo sono diventate insegnanti e vivono una vita precaria. Ci sono occasioni in cui ci ritroviamo e so bene che fino a qualche anno fa facevano ancora stage o supplenze, e che io sono probabilmente la persona con la situazione economica più stabile. Perciò cerco di confrontarmi solo con me stessa, di capire quanto valgo e cosa mi merito, perché altrimenti rischierei di ritirarmi dalla competizione».

Oltre la retribuzione

Oggi Clara è incinta di tre mesi e ha accettato un’offerta di lavoro per un’altra azienda: 47.000 euro di RAL e la copertura al 100% degli otto mesi di maternità. Ciò che sta scegliendo veramente non è un numero, ma ciò che quel numero rappresenta: possibilità di crescita, fiducia nelle sue capacità e margini di flessibilità.

«L’idea di andare in maternità senza ricevere alcun compenso, nonostante gli sforzi fatti, mi ha fatto riflettere. Ho pensato: tornerei volentieri in un posto del genere? Per me lavorare è molto importante. Così mi sono detta che non lo farei, perché le donne affrontano già mille difficoltà, e se a questo si aggiunge anche la frustrazione di dover rinunciare al piacere di lavorare, sapendo che la mia crescita sarebbe stata rallentata, allora ho deciso: va bene, vado via».

Intanto, sul piano personale, la scoperta di aspettare un bambino l’ha motivata a riprendere in mano la pianificazione familiare e a rivederla completamente.

«Ho utilizzato ChatGpt per gestire i nostri budget: ne ho uno personale e uno familiare. Gli ho chiesto di aiutarmi a definire possibili percentuali di aumento o diminuzione per ogni voce di spesa. Mi ha fornito alcune indicazioni concrete, altre completamente fuori misura, che ho scartato. Così ho ricalcolato il budget familiare basandomi su quelle prospettive, e ora ho un’idea chiara di quanto ci potrebbe servire».

Per molto tempo Clara e il suo compagno hanno versato sul conto condiviso importi uguali, dividendo le spese alla pari, nonostante lui, insegnante, guadagnasse meno. Poi quando le spese sono aumentate, hanno iniziato a versare in proporzione al reddito di ciascuno.

«Una volta contribuivamo con cinquecento euro al mese, adesso molto di più, e quindi ha molto più senso contribuire in maniera differente. Inoltre, mi sono resa conto che il senso di colpa tornava spesso, perché io sono riuscita a risparmiare molti soldi negli ultimi anni anche grazie al fatto che lui pagava quanto me, e così, in percentuale, io contribuivo meno».

Ma nonostante tutte le pianificazioni e i calcoli, Clara sa bene che alcune cose non si possono prevedere.

«Come affronterò questo prossimo anno? Nell’incompleta incertezza e improvvisazione, nel senso che cerco di fidarmi della scelta che ho preso, per quanto sia inconsapevole, e basta, e poi improvviserò. Però cerco di fidarmi anche della rete di supporto e della struttura che ho intorno».

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori