L’app
di Rame

Ho detto sì a un mutuo da 800 mila euro senza sapere cosa stavo firmando

Nelle famiglie in cui del denaro non si parla, le decisioni economiche più importanti finiscono spesso per essere prese in silenzio. E quel silenzio si trasmette di generazione in generazione, insieme all’abitudine ad accettare scelte mai davvero discusse. Quando manca il dialogo, una firma può sostituire una conversazione, e l’accondiscendenza prende il posto della consapevolezza. Con conseguenze che si pagano per anni, ben oltre il bilancio familiare.

Tempo di lettura: 11 minuti

mutuo
Erika Borile

Ascolta il podcast della puntata:

«Un giorno qualsiasi, un mercoledì. C’eravamo io e mio fratello che guardavamo i Simpson, e mia mamma dice: va bene, dobbiamo dirvi una cosa, abbiamo comprato quel ristorante. Sappiamo che non vi piace, ma è quello. Tu Erika, domani vieni con noi dal notaio a firmare, sei parte della società. Io gli ho fatto solo il piacere di mettere una firma, ero lì per fare un piacere a loro. Questa accondiscendenza è una cosa che ci siamo portati dietro nelle generazioni, fino a dire di sì a situazioni in cui sarebbe stato meglio dire no».

In molte famiglie il denaro non è una lingua che si impara: è un silenzio che si eredita. E dentro quel silenzio, a volte, si dicono sì che non sono davvero delle scelte. Erika non avrebbe mai immaginato che quel sì pronunciato 23 anni fa avrebbe condizionato così tanto la sua vita.

Il lavoro come risposta a tutto

Erika ha 43 anni e vive a Teolo, sui Colli Euganei, in provincia di Padova, dove fa la cameriera in una trattoria. La sua storia comincia proprio in quel territorio, in una famiglia molto umile.

«Di denaro non ce n’era. Vengo da una famiglia di operai. Mio papà e mia mamma hanno sempre fatto un doppio lavoro per tirare su tre figli: ho un fratello di un anno più grande e una sorella di sette anni più piccola. Il discorso sul denaro che ho respirato in casa era che bisognava guadagnarselo lavorando duramente».

Eppure Erika non ricorda né ansia né privazioni. Anzi, un’immagine che l’accompagna è quella delle estati in Sardegna, dove la famiglia tornava ogni anno a trovare la nonna: la madre, sarda, era emigrata in Veneto da adolescente insieme alle sorelle per cercare lavoro. Per una bambina degli anni Ottanta, attraversare il mare per raggiungere l’isola era già di per sé qualcosa che sapeva di benessere.

«Facevamo delle vacanze di lusso, tra virgolette, andando a trovare la nonna in Sardegna. Non avevo per niente la percezione che fossimo poveri. D’altronde erano anni in cui eravamo tutti più poveri».

Quando Erika ha undici anni, i suoi genitori decidono di fare un salto. Insieme a due soci prendono in gestione una pizzeria sui colli, con l’idea di mettersi in proprio e costruire qualcosa che possa dare alla famiglia un po’ più di respiro.

«Questo posto era proprio sulla curva del tornante per salire sui colli, con un ruscello che passava sotto al locale. Dai bagni si sentiva lo scroscio dell’acqua, sembrava di essere sopra una cascata».

La famiglia di Erika va a vivere nell’appartamento sopra il locale. Di quegli anni, lei ha un ricordo bellissimo.

«I miei andavano a lavorare e noi bambini stavamo a casa con la nonna, che era venuta su dalla Sardegna per starci vicino nel periodo di transizione. Ho un ricordo affettuoso di quel momento. Per me è stato bello, era una nuova avventura. Ed era anche affascinante avere quel posto: tutte quelle cose da mangiare, la pizza, i gelati, la Coca-Cola alla spina. Cose incredibili per noi».

I soldi come strumento per realizzare i desideri

In quell’impresa di famiglia, tutti sono chiamati a fare la propria parte.

«Eravamo reclutati a fare lavoretti, e così ho cominciato a lavorare con loro che ero in terza media. Io e mio fratello venivamo sempre ricompensati: 10.000 lire, 20.000 lire, niente di che. Però eravamo abituati ad avere sempre dei soldini in tasca, e quindi io avevo anche imparato un po’ a gestirmi».

Erika inizia a mettere da parte piccole somme. Per lei il denaro non è un concetto astratto: è la distanza tra un desiderio e la sua realizzazione. E il primo desiderio ha un’immagine precisa.

«L’insegnante d’inglese tutti gli anni accompagnava dei gruppi a fare vacanze studio in estate. In terza media le avevo già detto: “appena parlo un po’ d’inglese voglio andarci”. E mia mamma mi ha detto: “ti metti via due soldi e te lo paghi”. Così, mettere da parte i soldi con l’idea di realizzare quel sogno è stato molto naturale. Poi è arrivato il motorino… però sempre guadagnandoselo, lavorando».

Finite le superiori, Erika decide di andare in Spagna a fare l’animatrice turistica. Studia lingue, le piace quel mondo. Ma dopo due anni torna a casa.

«Dentro di me sentivo che stavo scappando da qualcosa. Andare all’estero, parlare una lingua straniera, era per me un modo di nascondermi. Mi sono detta: devo stare a casa e capire. Cos’è questa cosa che mi chiama? Da cosa sto scappando?».

Il “sì” che le ha cambiato la vita

Erika torna nella pizzeria dei suoi e riprende a lavorare con loro. Nel frattempo inizia a studiare yoga e comincia anche a insegnarlo. La vita sui colli va avanti così per qualche anno, fino al giorno in cui qualcosa si rompe. Erika ha ventitré anni quando i proprietari dell’immobile dove la famiglia lavora e vive decidono di aumentare l’affitto.

«L’aumento è stato esagerato, anche piuttosto veloce nel tempo, e i proprietari non ascoltavano le nostre richieste. C’erano lavori da fare, di muratura, l’adeguamento dei bagni, diversi interventi sull’immobile che spettavano a loro, e non volevano farli. Allora i miei genitori hanno deciso che si andava via».

Questa volta, però, i genitori di Erika non vogliono più stare in affitto: comprano un ristorante per circa ottocentomila euro, con un mutuo trentennale. Il posto è più grande, con un palazzetto storico e una torretta decorata.

«Era un posto un po’ più elegante, si configurava come ristorante, anche se facevano anche la pizza. Sembrava estraneo rispetto alla nostra esperienza del mondo. Eravamo una famiglia di persone venute dal basso, e quel mondo un po’ più raffinato non ci apparteneva, non era cosa nostra. Per questo mi sembrava un ambiente non adatto».

Erika non viene coinvolta nella scelta del posto. Ma nell’acquisto sì. E in modo del tutto inaspettato.

«Un giorno qualsiasi, un mercoledì, c’eravamo io e mio fratello che guardavamo i Simpson mentre pranzavamo. E mia mamma dice: “dobbiamo dirvi una cosa. Vi avevamo detto che stavamo andando a vedere dei posti: abbiamo deciso, abbiamo comprato quel ristorante. Sappiamo che non vi piace, ma è quello. Tu Erika, domani vieni con noi dal notaio a firmare, sei parte della società”».

Solo anni dopo, Erika riesce a mettere a fuoco le vere ragioni di quella firma.

«L’idea era di darmi un ruolo per il futuro, di avere anche una cosa mia, visto che lavoravo con loro e non stavo dimostrando un’ambizione diversa. Almeno, così l’hanno detta a me. Ma a guardare bene, capisco che la banca li aveva consigliati di avere la figlia come parte della società: così sarebbe stato più facile concedere quel mutuo trentennale così importante».

Ma Erika non viene mai coinvolta nella gestione dell’attività, neppure dopo la firma.

«Ero socia per comodità, per avere una socia giovane a livello burocratico. A livello pratico io non partecipavo. Delle decisioni, del menù, di come amministrare, di come dirigersi per il futuro, non sapevo niente. Non era un’idea mia. Ero lì per fare un piacere ai miei genitori. La cosa che ancora mi fa venire il nodo in gola è l’incapacità di comunicare che abbiamo avuto, sia i miei genitori nei miei confronti, sia io nei loro. Non siamo stati capaci di dialogare su un tema importantissimo. Di dirci: “guarda, prendiamo questo locale, ti va di entrare nella società? Può essere una prospettiva interessante, cosa ti piacerebbe fare?”. Queste cose non sono mai state sviscerate, e mi è pesato».

La mancanza di educazione finanziaria

Erika non attribuisce ai genitori cattiveria o calcolo. Quei silenzi erano figli di una mancanza più profonda.

«Non erano proprio capaci. Non avevano una conoscenza, una cultura che permettesse loro di capire che bisognava fare dei passaggi, prima di arrivare a quella cosa lì».

Lo stesso schema si ripete in ogni snodo di questa storia.

«Così come a me è stato chiesto da un giorno all’altro di firmare per una società e per un mutuo, allo stesso modo abbiamo chiuso la pizzeria da cui venivamo, da un giorno all’altro, senza nemmeno lasciare un cartello scritto. Siamo come scappati, spariti nel nulla. Ma come?».

Nel piano dei genitori, il mutuo si sarebbe ripagato con gli incassi del Pos. Ma le cose non vanno come previsto. Sono gli anni della crisi Lehman Brothers e il ristorante non ingrana.

«Sono cominciati anni difficili. C’era tensione tra i miei, assistevo a scene di litigate continue, mutismo assoluto da tutte le parti. Io non vedevo l’ora di scappare, di nascondermi. Mio fratello faceva la sua vita, mia sorella era piccola e andava a scuola. Le cose andavano sempre peggio, fino al punto che mio papà mi ha chiesto: “Erika, ma tu avresti due soldi per pagare le bollette?”».

Gli anni della crisi

Erika attinge ai suoi risparmi per contribuire ai costi fissi del ristorante. Intanto, vede sfaldarsi il matrimonio dei genitori. Col senno di poi, Erika capisce che la crisi economica e quella coniugale sono facce della stessa medaglia.

«La situazione tra i miei genitori ha portato alle condizioni economiche difficili. È solo il mio punto di vista, ma se fossero riusciti a parlarsi un po’ più in profondità, non avrebbero fatto il passo più lungo della gamba. Non avrebbero puntato a un locale più grande: ne avrebbero scelto uno più piccolo, si sarebbero comprati un appartamento, intanto avrebbero avuto delle certezze. Magari piccole, ma certe. Invece mio papà voleva un posto più grande, più bello, mentre mia mamma non avrebbe voluto. Ma quella accondiscendenza che ci portiamo dietro da generazioni ci ha fatto dire di sì a situazioni in cui sarebbe stato meglio dire no».

I genitori tentano un’ultima mossa: danno il locale in affitto a dei gestori esterni, ma continuando a lavorarci dentro.

«Speravano di evitare il fallimento. Magari, prendendo loro in mano la gestione, sarebbe andato tutto bene, avrebbero pagato l’affitto. Ma neanche così è stato abbastanza».

Quando il fallimento diventa l’unica opzione, la prima cosa che la famiglia cerca di fare è estromettere Erika dalla società. Le sue quote vengono cedute ai genitori ma la banca non ci sta.

«Abbiamo fatto il cambiamento della società dal notaio, e ovviamente il notaio l’ho pagato io con i miei risparmi, per poter cedere le mie quote. Poi la banca, quando ha saputo dell’operazione, ha mandato gli avvisi: “per conto nostro non accettiamo lo scarico di responsabilità di Erika Borile”. E io avevo questa sensazione: ma cosa stiamo facendo? Che conseguenze avrà tutto questo? Non ne capivo nulla».

La famiglia si frantuma piano piano. Erika è già andata a vivere con un’amica. I genitori iniziano il processo di separazione.

«Mia mamma si è trovata un altro posto dove stare: stirava le camicie da una signora che la ospitava. La casa in affitto di fianco al ristorante nuovo non potevano più permettersi di pagarla, così l’hanno lasciata. Mio papà è andato a stare sopra al ristorante con mio fratello, ma sopra c’era un appartamento abbandonato da vent’anni, e per un po’ hanno vissuto in condizioni a dir poco precarie».

Col tempo, la situazione si ricompone, almeno in parte. La madre trova lavoro in Germania e riesce a saldare i debiti che le spettano. Il padre riparte da un lavoro come aiuto cuoco in un albergo, lo stesso che svolge ancora oggi. Ma il conto più pesante, per lui, non è quello economico.

«Per lui è stato un grande fallimento sotto tanti aspetti, anche dei suoi progetti di vita, di lui come uomo capace di badare alla famiglia. Del suo sogno di passare da una vita cresciuta in povertà ad avere finalmente del benessere in mano, del denaro da spendere come voleva. E invece vedersi sgretolare tutto. Persa la famiglia, la moglie, i figli che scappano da tutte le parti, un lavoro che non funziona più… doversi trovare un posto come dipendente».

Gli strascichi di quella decisione

Erika oggi lavora da tredici anni come cameriera in una trattoria sui colli. È in regola, ben pagata, serena. Ma quella vicenda ha lasciato un segno nel modo in cui guarda al denaro.

«Non mi sono mai sentita serena di dire: “adesso vado in banca a vedere se mi fanno un mutuo per prendermi un appartamento”. Meglio girarci lontano, dalle banche. Ho sempre avuto la sensazione di stare giocando con cose più grandi di me. Non sono ancora stata capace di dire: “dai, si prende in mano, si impara. Tutto si impara”».

Qualcosa, però, da quando ha incontrato Rame, si sta muovendo.

«Adesso che ho scoperto questa rivista, dove si può parlare un po’ di denaro in maniera più trasparente, vedo che se posso indagare con tranquillità su questi temi, informarmi poco alla volta, mi prendo un po’ più di coraggio. In questo momento c’è anche l’idea di dire: “ok, ho questa capacità di insegnare yoga, può essere un secondo lavoretto che mi dà un po’ più di respiro economico. Posso giocarmelo bene, posso riprenderlo, posso collocarmi”. Anche se ora non ho progetti precisi per il futuro, mi sto aprendo all’idea. Magari anche su questo affitto che pago da tredici anni: vediamo se si riesce a cambiare la situazione».

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