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di Rame

Mi hanno insegnato che il lavoro stabile non si lascia. Anche se non ti piace

Cosa succede quando raggiungi la stabilità economica che hai inseguito per anni, e ti accorgi che invece di liberarti ti sta tenendo ferma? È quello che gli analisti chiamano job hugging: l’abbraccio al proprio lavoro anche quando non lo si ama più. La storia di Martina ci aiuta a guardare da vicino questa nuova trappola generazionale.

Tempo di lettura: 8 minuti

trappola del lavoro stabile
Foto di Unsplash

Ascolta il podcast della puntata:

«Da un punto di vista razionale, se mettiamo a tavolino i miei Excel e le mie stime, potrei decidere di sondare altri terreni e avere un paracadute. Ma tu non lasci una cosa certa per l’incerto, soprattutto se quella cosa certa è il tuo lavoro. Lo lasci quando hai un lavoro due che ti dà uno stipendio certo».

Avere i mezzi per cambiare non significa avere gli strumenti emotivi per farlo. E quando la stabilità ti è stata insegnata come l’unico orizzonte legittimo, metterla in discussione diventa un atto faticoso.

Se ce l’hai, il lavoro lo tieni

Martina è cresciuta in Calabria ed è figlia unica in una famiglia di impiegati statali andati in pensione mentre lei era ancora al liceo. Il padre è riuscito a comprare casa senza accendere un mutuo, cosa che, nella sua generazione, con un certo metodo, era ancora possibile.

«I miei sono stati delle formichine oculate nella loro vita. Ero giovane nel momento in cui loro erano alla fine della loro carriera, quando gli stipendi tendenzialmente sono più alti e sei prossimo alla pensione, perciò la loro stabilità economica era chiara, io la percepivo».

La stabilità che Martina respira all’interno delle mura domestiche, però, è un’eccezione nel contesto in cui è cresciuta.

«Nel mio nucleo più esteso, la mia famiglia modalità sud, venti persone tra zii e cugini, i miei genitori e un’altra coppia di zii erano gli unici che avevano effettivamente una stabilità economica».

E proprio per questo, Martina impara fin da bambina un comandamento molto chiaro.

«Il lavoro è importante, soprattutto perché attorno a te non sempre c’è, e se c’è, spesso è precario. Quindi, se ce l’hai stabile è tantissimo, e te lo tieni. Anche se non ti piace, fine».

Lo studio come strumento per l’indipendenza

Finito il liceo, Martina si iscrive a Economia all’Università della Calabria e continua a vivere a casa con i suoi genitori. In quegli anni il suo mandato interiore è studiare e laurearsi il prima possibile.

«Sentivo che prima riuscivo a laurearmi, prima riuscivo ad avere un’indipendenza, prima riuscivo a essere stabile e a distaccarmi anche da loro da un punto di vista economico, perciò mi sono laureata piuttosto velocemente. Non la vivevo come un’ansia, ma come una responsabilità».

Una volta terminata la triennale, Martina decide di occupare i mesi che la separano dall’inizio della magistrale con un viaggio in Bolivia. Un mese e mezzo in una comunità per bambini con difficoltà economiche e familiari, finanziato coi soldi raccolti dai regali di laurea.

«Era un momento in cui avevo voglia di scoprire nuove cose, di fare delle esperienze che non fossero in linea con lo studio. Volevo scoprire nuove realtà. Non ho pensato mai a questa cosa come a un lavoro: l’ho fatto perché volevo fare delle esperienze diverse».

Tornata dalla Bolivia, Martina si iscrive alla magistrale a Milano, in Bocconi. Anche quel trasferimento è incardinato nella stessa logica che l’aveva guidata fino a quel momento.

«Stavo scegliendo una strada sicura per il mio futuro. Una strada che mi avrebbe permesso di accedere a questo mondo del lavoro che è sempre stato visto come complesso, dove se ce l’hai indeterminato… te lo tieni».

E infatti va proprio così. Una volta laureata, Martina riesce a trovare subito un impiego a Milano, in una grande azienda, in ambito dati. Con un contratto a tempo indeterminato.

«Ho raggiunto il fatidico obiettivo: finisci e lavori. La meta. Subito indipendente, finalmente potevo gestirmi i miei soldini, fare delle spese, avere dei risparmi».

L’imperativo familiare è onorato, e la stabilità è un dato di fatto. Una delle prime spese che Martina fa con il suo stipendio la dice lunga su cosa rappresentano per lei i soldi guadagnati.

«Ho fatto una cena con i miei in un ristorante molto buono giù, e li ho invitati io. Ricordo di aver fatto questa cosa».

Da lì in poi, la traiettoria è lineare. In cinque anni Martina cambia tre lavori, sempre nello stesso settore, sempre con stipendi crescenti. E impara sul campo una cosa che non le aveva insegnato nessuno: trattare il suo compenso.

«Non è una di quelle cose che ti insegna nessuno nei tuoi anni di scuola. Negoziare e parlare di soldi con quelli che probabilmente sono i tuoi futuri capi non è banale».

«Seguo tante cose extra-lavoro, e questi vari corsi di negoziazione, anche di soft skills su questo tema, sono cose che vedo solo negli ultimi anni. Prima probabilmente non si negoziava, oppure lo faceva chi lo sapeva fare, chi caratterialmente aveva l’indole».

Piano piano, Martina impara anche a gestire i suoi soldi.

«Il primo anno è stato capire cosa significava avere tutti quei soldi. Però poi, grazie anche a Rame, con il tempo ho iniziato a studiare alcune cose, a farmi i miei Excel, a gestirmi le mie spese, ad avere una mappatura dei miei soldi, di dove andavano a finire. Ho sempre risparmiato e diversificato i miei risparmi, investendo, e mettendo anche un po’ da parte per l’emergenza».

Il momento della rottura

A trent’anni, Martina ha tutto quello che la Martina di vent’anni avrebbe voluto: l’indipendenza economica, un lavoro stabile, risparmi che crescono e una città dove sentirsi adulta. Eppure, inizia a percepire una piccola crepa interiore. Si apre in modo quasi impercettibile, attraverso esperienze che fa fuori dall’orario di lavoro e che cominciano, una dopo l’altra, a raccontarle qualcosa di lei che aveva provato a ignorare.

«Mi accorgevo, nei progetti che facevo all’esterno – il volontariato, i progetti di empowerment per giovani donne – che quella roba lì mi attivava moltissimo. E mi dava anche una sicurezza che spesso nel lavoro non ho. Mi rendevo conto che quando facevo cose che mi appassionavano davvero, dentro di me mi sentivo meglio. Ero più felice, più appagata, più piena. Sentivo che le giornate avevano un senso».

Per la prima volta Martina sente un bisogno nuovo.

«La necessità di mettere in discussione questo punto fisso attorno al quale ho creato un po’ la mia strada.

«E questo significa anche prendersi il lusso di rischiare, prendere strade diverse, coltivare hobby che possano diventare strade in futuro… Darsi l’opzione di dire a sé stessi: “questa strada l’hai fatta e l’hai fatta pure benissimo, brava, complimenti, però sai che c’è, forse te la porterai avanti per i prossimi anni… oppure no”».

Il job hugging

Martina è perfettamente consapevole di avere tutto quello che servirebbe per provarci. Eppure, qualcosa la blocca.

«Da un punto di vista razionale, se mettiamo a tavolino i miei Excel e le mie stime, potrei decidere di sondare altri terreni e avere un paracadute. Ma il mio punto di vista emotivo non mi lascia. Distaccarmi da questa concezione, per quanto razionalmente abbia tutte le carte, tutte le consapevolezze per farlo, è difficile».

Questa paralisi ha un nome: job hugging, l’abbraccio al proprio lavoro anche quando non lo si ama più. Il termine descrive coloro che restano non per fedeltà, ma per cautela, in un contesto percepito come instabile. I numeri raccontano un fenomeno tutt’altro che marginale. Secondo un sondaggio Glassdoor del gennaio 2026, il 93% dei lavoratori dichiara di essere rimasto in un ruolo che non amava per la stabilità che gli garantiva, e il 63% definisce il proprio rapporto con il lavoro “complicato”. In Italia, il Global Talent Barometer 2026 di ManpowerGroup ha fotografato la stessa dinamica: circa due lavoratori su tre dichiarano di voler restare presso l’attuale datore di lavoro, ma più del 60% continua a monitorare il mercato per eventuali alternative.

Martina lo sa. Ed è proprio questo a rendere il suo caso emblematico: non è la paralisi di chi non vede alternative. È la paralisi di chi le vede tutte, le ha calcolate, e non riesce comunque a sceglierne una.

«Anche orientarsi è un tema, perché noi non abbiamo avuto alcun tipo di orientamento. Io, tu, noi tecnicamente in questo mondo oggi potremmo fare tutto. Ci sono corsi per qualunque cosa.  E quindi cosa fai? Sperimenti. Però non è nemmeno banale sperimentare mantenendo quella stabilità economica che vuoi avere. È tutta una contraddizione».

A questa difficoltà, Martina aggiunge un senso di responsabilità verso l’impegno che ci ha messo e il privilegio che ha avuto.

«Mi sono creata una strada con fatica, con soldi, con l’investimento dei miei. Una strada che probabilmente non mi rappresenta appieno in questo momento. Ma accettare che quello che fino a ieri era la cosa più giusta del mondo, adesso potrebbe essere una cosa che non va più bene, non è banale».

Nel suo lavoro attuale, Martina guadagna 42mila euro lordi all’anno. Una cifra che potrebbe sembrare la spiegazione di tutto: chi non resterebbe attaccato a uno stipendio così, in un mercato dove molti coetanei guadagnano meno e con meno garanzie? Ma quando le chiedo di spiegare il legame con il lavoro, la risposta non passa dai soldi.

«Non è tanto la RAL, la quantità di soldi in sé, quanto la stabilità che il lavoro a tempo indeterminato in un’azienda grande ti dà, Anche perché questo tipo di stipendio, in un contesto come Milano dove costa tutto talmente tanto, non è così alto…».

Lo stipendio che permette a Martina di sentirsi tranquilla è anche lo stipendio che le impone di restare in una città che, per come è strutturata oggi, le chiede tutto quello che guadagna. E forse è anche per questo che, quando le si chiede dove si vede tra cinque anni, l’unica risposta possibile è una che fino a poco tempo fa avrebbe escluso.

«Forse mi vedo in Calabria, di nuovo. Non l’avrei mai detto, però in realtà poi si cambia, non so. A quanto pare sta tornando l’idea di tornare. Spero di vedermi più soddisfatta, più appagata, un po’ più felice… indipendentemente da quale sia la scelta che prenderò».

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