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Più diventavo indipendente, più mi sembrava di tradire la mia famiglia

Maddalena è cresciuta in una famiglia patriarcale nell’entroterra marchigiano, dove il ruolo femminile era già deciso. Laurearsi e guadagnare il proprio stipendio le ha dato autonomia, ma anche un peso emotivo legato alla distanza dalla famiglia. Oggi i suoi risparmi sono simbolo di libertà e la base per costruire una vita secondo le proprie scelte.

Tempo di lettura: 10 minuti

indipendenza finanziaria

Ascolta il podcast della puntata:

«Magari capita che manifesto il mio essere contenta per il mio stipendio, per il mio stile di vita, per poter andare a cena con un amico o fare un viaggio, e mio padre me lo fa pesare. Mi dice che anche se sono contenta del mio stipendio, lo stipendio non basta, che c’è altro, che lui ha fatto di più perché ha seguito le orme della famiglia».

L’indipendenza finanziaria per molte donne è il primo atto concreto di autodeterminazione: la possibilità di scegliere dove vivere, quale lavoro fare, come spendere il proprio tempo, quali strade percorrere. Ma quando quella libertà si costruisce dentro un contesto familiare che la vive come un allontanamento, ogni conquista porta con sé anche un prezzo emotivo. La storia di Maddalena racconta esattamente questa tensione.

Un’adolescenza dai confini stretti

Maddalena ha 26 anni. Oggi vive sulla costa marchigiana, ma è nata nell’entroterra, dove la sua famiglia possiede un’azienda agricola.

«Sono cresciuta in una famiglia di stampo patriarcale, agricolo, in cui si viveva tutti insieme. Sono vissuta con i miei genitori e i miei nonni paterni, finché mia madre non è venuta a mancare, quando avevo sei anni».

Il capofamiglia è il nonno, e ogni decisione passa da lui. Il padre di Maddalena accetta quella gerarchia senza metterla in discussione.

«Mio padre credeva che quella fosse la strada giusta. Ed è questo il punto che crea un distacco fra noi: il fatto che io non seguo quello che ha fatto lui, quello che hanno fatto i suoi genitori e i suoi nonni».

L’idea che esista un modo giusto e uno sbagliato di vivere – e che quello giusto coincida con ciò che si è sempre fatto in famiglia – si riflette anche nel rapporto che il padre di Maddalena ha con il denaro: un approccio rigido, profondamente ancorato alla mentalità della generazione precedente.

«Lui è sempre stato molto attaccato al denaro. Non spende per il riscaldamento, per comprarsi i vestiti, anche se potrebbe permetterselo. Per quelle cose lì non vuole spendere. Spende per l’attività: se deve comprare un attrezzo o un macchinario, magari spende un po’ di più per avere una qualità superiore. Ma per quanto riguarda la sua vita personale o di famiglia, no, non ci tiene».

La madre di Maddalena muore quando lei ha sei anni. Fino ad allora si era divisa tra la cura della casa e il lavoro nell’azienda di famiglia. Dai racconti degli altri, Maddalena ricostruisce l’immagine di una donna che immaginava per sé una vita diversa: più autonoma, meno intrecciata a quella della famiglia del marito. Si era ritrovata invece a condividere ogni spazio con i suoceri, a vivere dentro ritmi e regole che non aveva scelto. È dentro questo stesso sistema di aspettative rigide che cresce Maddalena. Fin da bambina capisce che il suo futuro, agli occhi della famiglia, non è qualcosa da costruire liberamente, ma un copione già scritto: un ruolo da interpretare, un posto da occupare.

«Quello che ho percepito è stato che ero una donna, e quindi dovevo pensare non tanto a studiare o a lavorare, ma soprattutto a trovarmi un bravo ragazzo, farmi una famiglia, fare figli – soprattutto maschi. C’era meno attenzione allo sviluppo personale, alle passioni, ai propri interessi. E soprattutto c’era il senso di dover avere rispetto per la famiglia e per quello che la famiglia aveva costruito».

Quel destino già tracciato si traduce, per Maddalena, in un’infanzia dai confini stretti.

«Fin da piccola non ho mai fatto sport o attività extrascolastiche, nemmeno un corso d’inglese. Niente che andasse oltre il minimo indispensabile. La mia routine era abbastanza monotona: andavo a scuola, tornavo a casa, facevo i compiti, poi stavo con mia nonna a cucinare e a fare le faccende. Non uscivo, anche fino a un’età molto avanzata e aevo pochi amici. Non mi era permesso fare cose che erano normali per i miei coetanei».

Maddalena frequenta un istituto tecnico e, una volta terminato il percorso, decide di iscriversi all’Università di Economia ad Ancona. In famiglia, quella scelta non è ben vista. E non per motivi economici.

«Non volevano che andassi a lavorare lontana o che mi costruissi una vita dove sarei stata fuori dal loro controllo».

L’unico a non opporsi apertamente è il nonno.

«Anche lui non era molto convinto, però diceva: “è una cosa che fanno tutti, magari poi se ne pente, magari prova e neanche si trova bene. Quindi non è niente, vediamo”».

Lo studio come strumento di emancipazione

E così, col benestare del nonno Maddalena parte. La sorella di sua madre la aiuta a pagare le tasse universitarie, mentre il padre e i nonni coprono i 150 euro di affitto e le danno circa 50 euro a settimana per le spese quotidiane. Ma quei soldi non arrivano mai da soli: insieme ci sono aspettative, controllo e la sensazione di dover restituire qualcosa.

«Mi pesava molto chiedere i soldi. Evitavo il più possibile e mi sentivo molto in colpa. Cercavo di finire gli esami dell’anno entro la sessione estiva, in modo da non dover studiare durante l’estate e poter stare a casa ad aiutare, perché se fossi rimasta a casa a studiare, me lo avrebbero rinfacciato. Mi dicevano che se avessi lavorato subito dopo avrei potuto aiutare di più».

Al terzo anno, grazie a un tirocinio obbligatorio, Maddalena entra per la prima volta nel mondo del lavoro. E percepisce il suo primo stipendio.

«Ero molto contenta perché, anche se prendevo solo cinquecento euro al mese di borsa di tirocinio, riuscivo a pagarmi l’affitto, le tasse universitarie, a mettere qualcosa da parte e a concedermi delle uscite, andare a cena fuori – cose che prima non potevo fare, o che facevo col senso di colpa. Ho fatto il mio primo viaggio: sono andata a Roma con un’amica. Ero molto contenta e orgogliosa di avercela fatta con le mie forze».

In parallelo, Maddalena inizia a svolgere anche altri lavoretti: fa la promoter, la tutor in università, dà ripetizioni online. Ma più conquista pezzi di indipendenza, più quella stessa conquista – invece di essere motivo di orgoglio – diventa qualcosa da tenere nascosto

«Mi vergognavo un po’ a dirlo, e ancora oggi spesso faccio le cose un po’ di nascosto e non dico quanto guadagno. Anche allora dicevo che sì, lavoravo, ma che lo studio era più importante. E anche mio padre non riteneva che il mio lavoro fosse importante: in parte per colpa mia, perché lo nascondevo, ma anche perché non credeva che sarebbe stato il mio futuro. Lui sperava che, una volta laureata, sarei tornata a casa e avrei cercato un lavoro il più vicino possibile».

Il peso dell’indipendenza

Dopo la Triennale, Maddalena si iscrive alla Magistrale. Ormai è indipendente economicamente e questo le permette, per la prima volta, di non andare di fretta, di godersi il percorso studiando e dando esami al suo ritmo. Ma vivere secondo i propri tempi, in un contesto che misura il valore in velocità e confronto, non è mai del tutto indolore.

«Ho fatto la magistrale in tre anni anziché in due. Da una parte me la sono presa con più calma per prendere il voto che volevo, ma allo stesso tempo questa cosa mi ha pesato molto, perché facevo continuamente confronti con gli altri colleghi di università. Quindi ero molto stressata… anche quando ero a casa, il fine settimana studiavo quasi sempre la sera: dopo cena, fino alle dieci, le undici».

«Mi sentivo una persona che era indietro sulla tabella di marcia, nonostante stessi facendo qualcos’altro per me».

Finita la Magistrale, Maddalena trova lavoro ad Ancona. Ha uno stipendio, un ambiente familiare, le amicizie di sempre. Eppure, quel senso di insoddisfazione che l’accompagna da tempo smette di restare in sottofondo e diventa un malessere più profondo.

«Sentivo di avere, sì, un lavoro sicuro, ma allo stesso tempo sentivo che non stavo crescendo, che non facevo un lavoro da laureata. E vedevo tutti gli altri che andavano all’estero, che prendevano delle strade che magari avrei voluto percorrere anch’io».

Il prezzo della libertà

Maddalena inizia a cercare qualcosa che la appassioni davvero. Dopo diversi colloqui, capisce che vorrebbe lavorare in ambito finanziario. Partecipa a una selezione per un posto molto ambito e viene presa: contratto a tempo indeterminato, in banca. Ma scegliere quel lavoro significa anche lasciare Ancona, le amicizie, la vita che si era costruita. Maddalena accetta, e il padre, per la prima volta, sembra apprezzare la sua scelta lavorativa. Ma il suo riconoscimento non arriva mai da solo: porta sempre con sé un peso.

«Ora è contento del mio lavoro, perché è un tipo di lavoro che gli piace. Però vorrebbe che quanto prima mi facessi trasferire in una sede più vicina a casa. Da una parte lo capisco, perché lui sente che sta invecchiando e vorrebbe che stessi quanto più possibile con lui, anche per aiutarlo nelle faccende domestiche… preparare il pranzo, la cena, quelle attività da donna che lui dice di non saper fare».

Oggi Maddalena guadagna circa 2.000 euro al mese. Il suo obiettivo è risparmiare almeno il 50% dello stipendio. Così ogni mese trasferisce 1000 euro in un conto dedicato esclusivamente alle spese e se nel mese precedente ha speso meno, sottrae l’avanzo dall’importo da trasferire il mese successivo. In quel modo il suo risparmio talvolta supera anche il 50%. Ha due conti deposito: uno vincolato e uno non vincolato, dove tiene circa la metà del suo patrimonio complessivo. Sono la sua riserva di liquidità per gli imprevisti della vita. Poi ha degli investimenti in obbligazioni, BTP, BOT e strumenti simili che considera a medio e lungo termine. In totale, quindi, possiede 3 conti correnti, 2 conti deposito, 2 depositi amministrati. La sua routine è scientifica.

«Ogni volta che faccio una spesa, la segno prima nelle note del telefono e poi, a fine mese, riporto tutto in un file Excel che ho strutturato: mi calcola tutte le entrate, tutte le uscite, il fondo di emergenza, quanto devo risparmiare ogni mese per arrivare all’obiettivo che mi sono prefissata a fine anno».

Nonostante questa gestione così accurata, Maddalena fa ancora fatica a spendere i suoi soldi.

«Ogni volta che faccio una spesa un po’ futile, che va al di là delle spese ordinarie, ci penso duecento volte prima di farla e poi a volte mi sento in colpa. Sto cercando di viaggiare di più, e i viaggi li ho messi al primo posto tra gli obiettivi per cui spendere. Poi, per esempio, ho iniziato da poco un percorso per fare il laser, e già spendere centocinquanta euro per la seduta dal dermatologo mi sembra di buttare i soldi. Da una parte lo voglio fare, li ho guadagnati, li ho messi da parte, sono i miei, li posso spendere… però dall’altra mi sembra sempre di fare troppo».

Oggi, più che mai, i soldi sono per Maddalena il ponte verso la libertà e l’indipendenza. Non solo dalla famiglia d’origine, ma da qualsiasi altra forma di condizionamento.

«Mi piacerebbe un giorno, spero non troppo lontano, comprare una casa. Potermi permettere di cambiare lavoro, se lo volessi. Magari aprire un’attività mia. Sentirmi indipendente: non solo nei confronti di mio padre o della mia famiglia, ma rispetto a qualsiasi cosa possa succedere».

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