L’anno scorso ho fatturato solo 3.540 euro. In quella cifra c’è una diagnosi arrivata dopo trent’anni
L’anno scorso Silvia ha fatturato 3.540 euro lordi. Dentro quel numero c’è il costo di una diagnosi arrivata a 42 anni, dopo trent’anni passati a compensare e a fingere di stare al passo degli altri; c’è il valore che il mercato editoriale attribuisce al suo lavoro: un euro a cartella, contro i due previsti dal tariffario di categoria; e c’è l’impossibilità di adattarsi a un ufficio qualunque senza pagarne un prezzo che il sistema non riconosce.
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Questa puntata è offerta da Bravo, una società che aiuta le persone a gestire e risolvere i propri debiti in modo sostenibile, attraverso un percorso costruito sulle proprie reali capacità economiche e sulla propria situazione finanziaria.
«Il fatto di essere stata diagnosticata così tardi e di aver vissuto una vita senza saperlo mi ha impedito di chiedere i supporti di cui avrei avuto bisogno. Per cui ho sempre “spinto” per farcela come gli altri. E adesso, invece, mi sto dicendo: “Ma chi sto prendendo in giro?”. Infatti, tra tre giorni ho l’appuntamento all’Inps per il riconoscimento dell’invalidità. Ho fatto anche il test del QI: ho 128, mentre la media italiana è 100. Però mi devo presentare come invalida perché la società per come è strutturata, per le richieste che ha, mi chiede di fare delle cose che io non riesco a fare».
Nella puntata di oggi affrontiamo un tema diventato attuale solo negli ultimi anni, ma che viene raccontato quasi sempre come questione clinica o identitaria, e quasi mai come questione economica: la neurodivergenza. L’anno scorso Silvia ha fatturato 3.540 euro lordi. Dentro quel numero c’è il costo di una diagnosi arrivata troppo tardi, ma anche di una società che non riesce a garantire l’autonomia di chi non ha una mente o un corpo conformi alla maggioranza.
La grammatica della scarsità
Silvia ha 43 anni e vive Udine, dove è scrittrice, editor e correttrice di bozze freelance. Originaria di Pordenone, suo padre faceva l’elettricista mentre la madre era infermiera. Quando nasce la terza figlia, la madre decide di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia. Sono gli anni Novanta, e a 36 anni, lei ha già maturato abbastanza contributi per la pensione.
«Quando anni fa ho compiuto 36 anni, mi sono detta: mia mamma a questo punto aveva già tre figlie e la pensione, e io non ho combinato un tubo».
In famiglia, il risparmio era la cosa più virtuosa da fare.
«C’era questo ritornello di mia nonna che chiedeva di qualsiasi cosa: “quanto costa, quanto costa, quanto costa”. C’era questa angoscia di dover risparmiare a tutti i costi… bisognava spendere soldi solo per le cose super essenziali, proprio per non morire di fame, per avere un tetto sopra la testa. Non era assolutamente giustificato, non c’era nessun bisogno di risparmiare a quei livelli».
Non è povertà, quanto piuttosto una grammatica della scarsità che, a partire dal nonno emigrato in Francia a lavorare, attraversa le generazioni: chiedere è una colpa, desiderare è un lusso. E Silvia lo impara presto.
«In quinta elementare mi piaceva giocare a basket. Però quell’anno i miei hanno comprato casa, e io mi sentivo in colpa a far pagare loro le 20.000 lire del basket. Così, ho rinunciato, e l’anno dopo non mi sono più iscritta, anche se mi piaceva moltissimo».
«Non ci è mai mancato niente, però non mi sono mai sentita a mio agio nel chiedere qualcosa. Anzi: mi sentivo incoraggiata a rinunciare anche alle cose che secondo me erano importanti. In quinta superiore avevo chiesto di fare lezioni di chitarra, e ho scelto di continuare a chitarra invece di andare in gita a Berlino. Dovevo scegliere: o una cosa o l’altra».
Una bambina che non va bene da nessuna parte
Oltre questa povertà interiorizzata, c’è un’altra circostanza che rende la sua infanzia particolarmente faticosa. Silvia è neurodivergente. Lo scoprirà solo a 42 anni, ma da bambina qualsiasi suo comportamento che esca dallo standard viene letto come capriccio. Uno tra questi è la selettività alimentare.
«Sarei morta di fame piuttosto che mangiare una cosa che mi dava i conati. Non perché ero viziata, ma per una difficoltà sensoriale».
«Ci sono persone a cui non piacciono alcune cose da mangiare, ma questo non è selettività alimentare. La selettività alimentare è quando mangi quattro cose in croce, e prima di uscire a cena devi controllare il menu per vedere se c’è qualcosa che puoi mangiare. È rifiutare qualsiasi invito a cena fuori, perché altrimenti devi dire: “Guarda, io non mangio questo, non mangio quest’altro, e questo solo se è a una certa temperatura”».
Silvia si succhia le ciocche dei capelli, mastica i tappi delle penne. Sono forme di stimming, autoregolazione – parola che Silvia imparerà molti anni dopo. Ma intanto, mentre è bambina, sono botte continue da suo padre. Così, inizia a fare una cosa che farà per trent’anni: compensare.
«Ero consapevole di non andare bene in nessun modo, in nessun contesto. Né a casa né a scuola. Sentivo di essere diversa, sapevo di essere diversa, e ho sempre cercato di compensare le difficoltà con l’ambito cognitivo. Studiavo gli ambienti, studiavo le persone, studiavo i comportamenti, leggevo. Mi è nata questa passione per la letteratura perché vedevo nei libri una sorta di manuale per capire come si vive. Continuo ancora a leggere per capire come fa la gente a vivere, e cercare di riprodurre nella realtà le cose che le persone si aspettano da me».
Andarsene, ma non davvero
Quando compie 18 anni, Silvia decide di andarsene di casa e di prendersi un anno sabbatico per fare il Servizio Civile alla Caritas, dove le danno vitto, alloggio e anche un piccolo stipendio. Apre dunque il suo primo conto corrente.
«In quel periodo ho anche risparmiato parecchio, perché non sentendomi in diritto di premiarmi per qualcosa o di meritarmi qualcosa, non spendevo niente».
Ma l’indipendenza di quell’anno è solo temporanea. Silvia si iscrive a Lettere a Padova. E i soldi messi da parte con il Servizio civile non sono sufficienti a pagarle l’affitto, per cui deve chiedere aiuto, suo malgrado, ai genitori.
«Mi sentivo in colpa a farmi aiutare. Avevo quasi ripudiato la mia famiglia, e rifiutare il loro aiuto era un modo per dire: “Non ho bisogno di voi”».
Una volta laureata, Silvia entra in una grande casa editrice italiana, il mondo in cui aveva sempre sognato di essere. Il lavoro, però, è di segreteria. Quattro anni a occuparsi di tutto tranne ciò che l’aveva portata lì, i testi, gli autori, i contenuti, i libri. Il malessere che prova non è dovuto solo alla tipologia di lavoro, bensì anche alla fatica di relazionarsi con i colleghi. Per fortuna lavora come pendolare da Torino a Milano. Il treno, all’andata, le serve per prepararsi all’ufficio; al ritorno, per scaricare. Ancora non sa che quel rito quotidiano di decompressione è esattamente ciò di cui il suo sistema nervoso ha bisogno per sopravvivere alla giornata. Quando il compagno, con cui è andata a vivere, riceve un’offerta di post dottorato a Vienna, Silvia vede l’opportunità di un cambiamento.
«Ho detto: “Vabbè, vado con lui, tanto qui mi sento bloccata”. Non c’era speranza che mi spostassero in redazione, e fare la segretaria – per carità, era bellissimo, ho imparato un sacco di cose, i grafici, la gestione… – però non era quello che volevo».
Il suo fidanzato doveva rimanere a Vienna per un anno.
«Poi gli hanno rinnovato la borsa di un altro anno, e poi di un altro anno. È andata avanti così per sei anni. Se avessi saputo all’inizio che saremmo rimasti sei anni, mi sarei impegnata in un progetto, invece ho fatto dei lavori stagionali nelle varie gelaterie italiane che ci sono lì, e qualche collaborazione di editing, correzione di bozze, lettura di inediti».
Silvia si ritrova a dipendere dal suo compagno e ad aspettare che arrivi il suo momento.
«Ho sempre vissuto la mia vita pensando che la vita vera sarebbe iniziata dopo. Quando ero alla medie, pensavo sarebbe iniziata alle Superiori; quando ero alle Superiori, pensavo sarebbe iniziata all’Università…».
O 700 euro al mese, o la vita
Nel 2016 tornano in Italia, a Udine. Silvia ha 34 anni. È il momento in cui, in teoria, la vita vera potrebbe cominciare. Inizia a collaborare con un’agenzia e dopo tre anni viene assunta. È dipendente, part time, a dieci minuti a piedi da casa. Sulla carta è la situazione che molti descriverebbero come ideale. Per lei, è un incubo.
«Mi sarei buttata sotto a un treno piuttosto che tornare in quell’ufficio. Non mi piaceva il lavoro, non mi piacevano le colleghe, non sopportavo niente. Era tutta un’aggressione alla mia esistenza. A un certo punto ho detto: o 700 euro al mese o la vita».
I sintomi sono tipici della neurodivergenza che Silvia non sa ancora di avere. Così, nel 2022, decide di licenziarsi, di aprire la Partita Iva e iniziare a lavorare come freelance nel mondo editoriale. È una soluzione che funziona a metà: libera Silvia dall’ufficio, ma la consegna a un altro problema, più antico e più difficile da risolvere: quello del chiedere.
«La verità è che non riesco a chiedere soldi perché non ho la percezione che quello che faccio abbia valore. So benissimo, perché sono un’autrice, che il massimo che puoi avere dalla vendita di un libro sono mille euro netti. E allora come faccio a far pagare 2.000 euro di editing a un autore che magari non pubblicherà mai, o che se anche riesce a pubblicare gli daranno un dito nell’occhio? Pur sapendo che ci metto molte ore a fare il lavoro che faccio, mi sento in colpa, perché so che quello che spende non verrà mai recuperato».
Mentre Silvia costruisce la sua nuova vita lavorativa, qualcosa in lei sta cedendo. Ha passato trent’anni a compensare: a studiare i comportamenti degli altri, a imitarli, a fingere. Ha sviluppato un sistema così raffinato di mascheramento che quasi nessuno, intorno a lei, ha mai davvero capito quanto tutto questo le costasse.
«Una finzione portata avanti per decenni non è sostenibile. E quindi nel momento in cui si sono accumulate un tot di cose è crollato tutto».
Quando il mascheramento crolla
Il crollo psicologico arriva nel febbraio del 2025. E dopo quel momento arrivano i test e arriva, per la prima volta, una diagnosi: depressione a insorgenza precoce, autismo, tratti di ADHD. Non è una sorpresa, lo sospettava da dieci anni. Eppure non aveva mai fatto il passo di farsi diagnosticare davvero.
«Ci vuole tantissimo tempo per capire cosa vuol dire avere una caratteristica autistica. Si può declinare in tantissimi modi diversi e avere un impatto completamente diverso, soprattutto in base al contesto che c’è fuori. Se non ci sono richieste stressanti, tu stai anche bene. Il problema è il contesto che ti disabilita. Per esempio, dover stare in un ufficio X ore al giorno, con luci al neon che traballano, un fax che ronza, un telefono che squilla, il capo che ti chiama come un cane dal suo ufficio. Queste cose fanno crescere la pressione, e a un certo punto arrivi a casa e stai così fino al giorno dopo».
La diagnosi non risolve né guarisce; le dà soltanto un vocabolario per capire perché, per trent’anni, certi ambienti le toglievano l’ossigeno e altri no. Le spiega perché i lavori stagionali funzionavano e quelli a tempo indeterminato la schiantavano. Ma non le restituisce vent’anni di scelte economiche che adesso non può più negoziare.
«Il fatto di essere stata diagnosticata così tardi, e di aver vissuto una vita senza saperlo, mi ha impedito di chiedere i supporti di cui avrei avuto bisogno. Ho sempre spinto per farcela come gli altri. E adesso mi sto dicendo: “Ma chi sto prendendo in giro?”».
3.540 euro: cosa c’è dietro quel numero
Con il suo lavoro da correttrice di bozze freelance, nel 2025, Silvia ha fatturato 3.540 euro. È la cifra che ha reso pubblica in un post sui social, qualche mese fa. Dice molto di chi vive con una neurodivergenza.
«Ho sempre visto l’indipendenza economica come una cosa auspicabile, che avrei voluto raggiungere. Però in realtà forse non ce l’ho mai avuta davvero, nel senso che avevo sempre un paracadute: o la mia famiglia o il mio compagno. Dentro di me c’è la percezione che se lui domani mi lasciasse, io sarei sotto un ponte. E questa cosa mi pesa. Ho sempre sperato di essere indipendente dal punto di vista economico, e non lo sono».
Certo, Silvia ha la sua cassetta di emergenza.
«Nei periodi in cui ho lavorato ho risparmiato tutto quello che ho potuto, e ho un mio gruzzoletto cuscinetto che tengo lì, in case of emergency. Anche perché non saprei come spenderli: non mi piacciono i vestiti, non mi piacciono le borse, viaggiare mi riempie di un’ansia terribile. Per me sarebbe un incubo il pensiero di prendere un aereo, fare una valigia… Adesso che posso scegliere, e so perché viaggiare è così per me, non vado. Sto bene sul mio divano».
Quei 3.540 euro guadagnati l’anno scorso, però, dicono anche qualcosa del settore in cui lavora.
«L’editoria è un settore poverissimo, che sfrutta in modo assurdo. Ricalibrando quei soldi con il tariffario di Redacta, sarebbero stati più di 8.000 euro».
Redacta è l’associazione dei professionisti freelance che si occupano di libri in Italia, e il suo tariffario indica quanto dovrebbe essere pagato un lavoro come quello di Silvia. La differenza tra 3.540 e 8.000 non è una differenza di bravura: è una differenza tra ciò che il lavoro vale e ciò che il mercato è disposto a pagarlo. Silvia viene pagata un euro a cartella per la correzione di bozze, ma non è un’eccezione.
«Ci sono agenzie che ti offrono anche 70 centesimi. Io non ho mai accettato 70 centesimi a cartella, però una tariffa di un euro a cartella per la correzione di bozze è normale. È standard, è quello che ti offre normalmente una grande casa editrice o uno studio editoriale che lavora con grandi editori».
Mentre parliamo, nel giro di qualche giorno, Silvia ha un appuntamento all’Inps. Ha avviato la pratica per il riconoscimento dell’invalidità. L’obiettivo, però, non è una pensione.
«Il mio obiettivo sarebbe quello di essere inserita in queste liste speciali, e quindi di poter lavorare da casa e magari part time».
C’è qualcosa di vertiginoso in questa procedura. Silvia, in seguito a una valutazione clinica del QI, ha ottenuto un punteggio di 128, che in ambito verbale arriva a 133. La media è di 100. In pratica, il suo punteggio è superiore a quello di 97 persone su 100.
«Però mi devo presentare come invalida, perché la società per come è strutturata, per le richieste che ha, mi chiede di fare delle cose che io non riesco a fare».
Il welfare inesistente
La soluzione sarebbe riconoscere che l’occupabilità non è una soglia ma una condizione: una persona può lavorare, purché esistano le condizioni perché lo faccia. È una visione più ampia, in cui il problema di Silvia diventa per un attimo quello di una categoria molto più larga: chi convive con malattie croniche, disturbi mentali, neurodivergenze, per cui il mercato del lavoro così com’è costruito non prevede un posto vero. E in assenza di un sistema pubblico che intervenga, a farsi carico del vuoto resta sempre la rete di supporto personale.
«È pieno di statistiche che dicono che le persone con malattie croniche, o autistiche, hanno molta più probabilità di essere disoccupate o sottoccupate. Il problema è che il welfare, la maggior parte delle volte, è la famiglia. O hai una rete che ti sostiene, oppure…».
Oppure resti solo, emarginato. Per questo, Silvia spera anche in qualcosa che in Italia non esiste: il reddito universale, ovvero una rendita garantita a ogni cittadino per il fatto stesso di esistere. Anzi, per riconoscere che l’esistenza non può dipendere interamente dal potere contrattuale che hai sul mercato. E che una società può scegliere di garantire una sicurezza materiale minima, prima ancora di qualsiasi prestazione. Soprattutto in un’epoca storica in cui abbiamo le risorse per garantire a tutte e tutti il benessere di base.
Questa puntata è offerta da Bravo, una società che aiuta le persone a gestire e risolvere i propri debiti in modo sostenibile, attraverso un percorso costruito sulle proprie reali capacità economiche e sulla propria situazione finanziaria.