Il tempo libero mi ha svelato cosa volevo davvero
Quando qualcuno decide di lasciare un lavoro sicuro per “mettersi in proprio”, i primi dubbi riguardano la sostenibilità economica del progetto. Tuttavia, non sempre è il punto più importante. La motivazione, infatti, raramente riguarda solo il denaro: più spesso nasce da un insieme di bisogni profondi. Il denaro, nella storia di Stefano, non scompare; anzi, rappresenta l’elemento concreto che rende possibile la scelta. Ma ciò che davvero guida la decisione è proprio questo mix di bisogni che Stefano ha definito “cuore”.
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«Non avevo in mente di fare l’imprenditore, soprattutto perché non vengo da una famiglia di imprenditori. Da una parte c’è la ragione che ti dice: “Ma chi te lo fa fare? Hai un contratto a tempo indeterminato, guadagni bene, puoi andare in un’altra azienda, fare carriera…”; dall’altra, invece, c’è il cuore che ti urla: “Ma Stefano, a te, cosa piace davvero fare?”».
Quando qualcuno lascia un posto sicuro per “mettersi in proprio”, la domanda che ci facciamo di solito è: “Sì, ma economicamente…?”. Domanda legittima. Ma non è sempre la domanda giusta. Perché la motivazione raramente è solo denaro: più spesso è un mix di bisogni profondi. Una teoria molto accreditata, la Self Determination Theory, dice che alla base della nostra motivazione ci sono tre leve: competenza (sentire che sappiamo fare qualcosa e che ha un impatto), autonomia (decidere noi come e dove mettere le energie) e connessione (sentire che non siamo soli, che apparteniamo).
Il denaro, in questa storia, non sparisce: anzi. È la parte concreta che rende possibile una scelta, lo vedremo presto. Ma il motore della scelta è in questo mix di motivazioni che Stefano ha chiamato “cuore”.
Il lavoro come forma di appartenenza
Stefano D’Alessandro ha 43 anni e vive a Spoltore, in provincia di Pescara, ma è originario di Pesche, un borgo medievale in Molise, dove cresce in una società profondamente egualitaria.
«Il contesto era quello di un paese di duemila anime, dove ci si conosceva tutti, ci si incontrava, ci si salutava e ci si scambiava consigli. E non c’era troppa discrepanza tra chi non aveva niente e chi aveva moltissimo. C’era qualcosa, certo, ma non c’è mai stata invidia o rancore».
Il lavoro, in casa di Stefano, non è mai stato solo una questione di busta paga. Suo padre, geometra, e sua madre, che per alcuni anni ha lavorato come sarta in una fabbrica di moda e poi si è dedicata alla famiglia, gli hanno trasmesso una cosa semplice: in una casa si lavora in tanti modi diversi, e non tutti hanno un prezzo.
«Mia mamma per me ha sempre lavorato, seppure in maniera diversa: non era tangibile la sua retribuzione, ma restava comunque un esempio. Ognuno nella mia famiglia faceva il suo, e fa tutt’ora il suo, e per me questa cosa ha avuto un valore enorme. Se dovevo occuparmi delle faccende di casa o aiutare mio papà fuori, per me non è mai stato un peso: è sempre stato un modo di sentirsi parte di una famiglia».
Quando il denaro diventa esperienza
In casa di Stefano, il valore delle cose non viene trasmesso attraverso la rinuncia e la fatica. Il denaro non è un tabù e nemmeno un’ansia: ma uno strumento, una parte della vita.
E questa impostazione, nell’adolescenza, diventa una lezione pratica. Quando lui inizia a desiderare uno scooter, come i suoi amici, i genitori non glielo trasformano in una predica, né in un regalo che piove dal cielo. Gli dicono: ok, se lo vuoi, prova a fare un lavoretto.
«Allora sono andato a fare il cameriere a matrimoni, banchetti… ho iniziato con un sabato e una domenica, e mi ricordo che la domenica sera, dopo quei due giorni, quando sono tornato a casa, stanchissimo, ho detto: “Mamma, tutto questo casino per questi due pezzi di carta?”. Avevo guadagnato tipo 50 euro il primo giorno e 50 euro il secondo e da lì ho iniziato a chiedermi: “Ma quanti giorni devo lavorare per comprarmi lo scooter?”».
«E a un certo punto lo scooter è arrivato. I miei mi hanno detto che una parte l’avevo comprata io e una parte l’avevano messa loro. Poi, anni dopo, ho scoperto che in realtà quei soldi che avevo guadagnato erano semplicemente stati messi da parte e che lo scooter l’avevano comprato loro. Questa cosa per me è meravigliosa: un gesto educativo bellissimo. Ancora oggi quasi mi commuovo, e mi ha insegnato tantissimo».
Le lezioni che restano
Quel primo lavoretto cambia il suo modo di guardare al denaro e al tempo. Stefano inizia a lavorare ogni estate come cameriere e quell’esperienza si trasforma in una vera scuola di vita, da cui lui trae lezioni che influenzeranno anche il suo futuro professionale.
«Qualche settimana fa ho letto un’intervista a Maurizia Cacciatori, la pallavolista, e lei racconta questo aneddoto. Quando è stata eletta capitana della nazionale dal suo team, è andata a parlare con Velasco e gli ha chiesto dei consigli. E lui le ha risposto così: “Devi essere come una straordinaria cameriera, devi sapere accogliere, essere preparata all’altezza delle aspettative di ogni tuo cliente, che avrà esigenze differenti”. E questa cosa me la sono portata anche nel lavoro. Anche adesso, che ho l’azienda, quell’idea di empatia, di ascolto, di accogliere l’altro… se ci pensi, nasce da un piccolo lavoro, da quella proposta dei miei genitori che mi hanno detto che per comprare lo scooter ci vogliono i soldi».
Terminate le superiori, Stefano si iscrive alla Facoltà di Informatica e si trasferisce a L’Aquila. Durante gli anni dell’università può contare sul sostegno economico dei genitori, che gli coprono il costo della retta e dell’affitto. Ma, ancora una volta, è il supporto emotivo quello che fa davvero la differenza.
«Non è stato sempre molto facile all’università. Ai primi anni facevo fatica anche a sostenere gli esami. Però loro avevano piena fiducia in me e mi vedevano felice. Questa cosa, insieme al fatto che prendevamo tutte le decisioni insieme, ha fatto la differenza. A un certo punto ho deciso di fare un master, così ci siamo seduti a tavolino e ne abbiamo parlato, anche dal punto di vista economico. È sempre stato così: le decisioni nella nostra famiglia sono sempre state condivise».
La scelta tra sicurezza e vocazione
Finito il Master, Stefano decide di iscriversi alla Magistrale. Quando gli mancano ancora sette esami, riceve un’offerta da un’azienda a Pescara, in un periodo particolarmente florido per il settore digitale. È un mondo in rapida evoluzione: la tecnologia cambia a ritmi vertiginosi e le competenze acquisite si confrontano subito con sfide inedite, mettendo alla prova la preparazione dei giovani professionisti.
«Quando ho iniziato a studiare non c’erano le app, non c’era nemmeno Facebook. Quindi, quando sono arrivato in azienda, si stava iniziando a muovere tutto quel mondo. Noi abbiamo le basi, come informatici, per poter affrontare qualsiasi tipo di tecnologia però è un mondo talmente in evoluzione che non sai mai esattamente su cosa andrai a lavorare».
Per otto anni, Stefano lavora in azienda: un lavoro vero, retribuito, con uno stipendio e una traiettoria possibile. Ma, nello stesso periodo, ne fa anche un altro, che sulla carta è “gratis”. Sempre più spesso, infatti, si ritrova coinvolto in progetti imprenditoriali e start-up e ci dedica il tempo libero: sere, weekend, energie che nessuno gli paga. Ed è proprio lì che gli si accende qualcosa. Perché la gratuità, a volte, è un faro: ti mostra che cosa faresti anche senza ricompensa immediata, che cosa ti prende così tanto da farti dimenticare l’orologio. Non è idealismo: è un segnale.
Così, mentre la ragione gli suggerisce di restare nel percorso più sicuro, cambiare azienda, fare carriera, il cuore gli mette davanti una domanda più netta: che cosa ami davvero fare? E a un certo punto la scelta di seguire quella direzione diventa inevitabile.
«A un certo punto, al lavoro, mi sentivo un po’ fermo. Allora mi sono detto: “O si cerca un’altra azienda, oppure si prova a dare credito a quello che sta venendo fuori”. Quando lavoravo nel mondo start-up, sulle varie idee, mi ritrovavo sempre più spesso a star lì senza nemmeno guardare l’orologio, così ho capito che era arrivato il momento di buttarsi».
Il denaro come strumento, la fiducia come motore
Stefano decide di lasciare l’azienda, e lo fa usando il denaro esattamente per quello che è: uno strumento che può comprare tempo, margine, possibilità.
«Quando sono partito avevo il mio budget, il mio file Excel… Il tema era: quanto tempo posso stare senza stipendio? E poi male che andava, potevo sempre tornare a fare il cameriere».
I primi mesi della sua nuova vita professionale li investe nella formazione: si iscrive a Roma a un corso per startupper e, per quattro mesi, ogni weekend prende e va nella capitale.
«Il corso a Roma l’ho pagato io, gli spostamenti, le spese. Sono stato autonomo da questo punto di vista, facendo un minimo di budgeting, perché dovevo pagare l’affitto per stare fuori, avevo le mie spese, i viaggi, il corso… più l’incertezza di lanciare un’azienda senza sapere se e quando saremmo riusciti a pagarci lo stipendio».
Grazie a questa pianificazione accurata, Stefano riesce a mantenere il suo stile di vita anche durante i primi mesi di avvio dell’azienda.
«In quel periodo avevo appena comprato la moto e c’erano diverse cose che non volevo che mancassero nella mia vita. Io ho mille passioni: c’era il corso di ballo… infatti io e mia moglie balliamo swing, ci siamo conosciuti lì tra l’altro… c’era la cena con gli amici, le vacanze…».
La fiducia profonda che accompagna Stefano nella vita e nel lavoro nasce non solo dall’enorme sostegno della famiglia, ma anche dalla sua fede personale.
«Io sono cristiano, e questa cosa mi ha aiutato tanto. Sapere che la realtà è positiva ti sostiene: tutte le volte che ho detto “sì” è stata sempre una cosa meravigliosa per me. Quando invece ho detto “no” a delle cose che sentivo, magari per paura, per i pensieri, per quello che le persone avrebbero potuto pensare… è stato sempre un “di meno” per me. E quindi questa positività, unita al sostegno di una famiglia che non ti punta il dito se sbagli, è un motore molto potente».
La svolta imprenditoriale
Nel 2017 Stefano e altri tre founder fondano Suredi: una software house che lavora soprattutto nel fintech, sviluppando prodotti digitali per aziende e start-up. Al suo interno si integra un Innovation Lab: uno spazio in cui le idee vengono messe alla prova con metodo, business model, numeri, test, per capire se stanno in piedi davvero. Il principio è semplice: non innamorarsi dei progetti, ma validarli; partire autofinanziati, tenere d’occhio il cash flow e decidere quando investire di più, quando fermarsi, e solo se serve quando aprirsi a capitali esterni. A nove mesi dalla fondazione, Stefano e gli altri soci riescono a percepire il primo stipendio. Una cifra modesta, ma sufficiente a rendere tangibile il loro impegno e a dare forma concreta alla nuova realtà, che oggi è cresciuta progressivamente.
«600 euro, che è una cifra proprio simbolica… Però è stato facile: abbiamo fatto il prodotto e, dopo qualche mese, abbiamo cominciato a salire, salire, fino ad arrivare ad altre cifre. Adesso siamo 5 interni e abbiamo circa 8 freelance che coinvolgiamo all’occorrenza».
Usare il linguaggio economico, anche a casa
Mettersi in proprio, per Stefano, non ha significato solo cambiare lavoro ma anche imparare un linguaggio nuovo, quello dell’economia. E quel linguaggio, invece di restare chiuso in ufficio, gli rientra in casa: diventa un modo di prendere decisioni di vita, di dare una forma concreta ai desideri e ai progetti familiari.
«Io vengo da un profilo da informatico, quindi mi sono dovuto mettere a studiare economia. Ho imparato la finanza, ho capito cos’è un bilancio e come leggerlo, ho studiato il flusso di cassa… insomma, tante cose. E tutto questo mi sta aiutando anche nella vita personale, nella gestione della vita privata. In famiglia, abbiamo il nostro budget, conosciamo le entrate mie e di mia moglie e sappiamo esattamente quali sono le nostre spese».
«Per esempio, abbiamo amici che hanno cambiato vita e sono andati a vivere a Bali con due figli e l’anno prossimo ci piacerebbe andare a trovarli. Allora ci siamo chiesti: quanto tempo possiamo stare a Bali? Un mese? Quindici giorni? Due giorni? Ogni cosa è decisa in base al budget».
Stefano ha deciso di gestire con attenzione non solo il risparmio ma anche l’investimento.
«Tendenzialmente dedico al massimo un’oretta al mese a queste cose. Per quanto riguarda il mio portafoglio, mi approccio completamente al passive investing. Uso i cosiddetti lazy portfolio: metto lì i soldi che mi arrivano, o nel mio Pac, e non li voglio nemmeno vedere, vanno direttamente investiti in maniera automatica. Anche il tema della previdenza e della pensione ce l’abbiamo sotto controllo. Dobbiamo lavorare fino a una certa età, ok, ma a un certo punto il patrimonio investito, insieme al vitalizio che dovrebbe arrivare dal fondo pensione, dovrebbe permetterci di lavorare sapendo che, se necessario, potremmo smettere da un giorno all’altro, oppure andare in pensione prima».
La gestione finanziaria come gesto d’amore
Tutto questo, il budget, i numeri, l’idea del denaro come strumento, converge in un punto molto preciso: la genitorialità. Quando diventa padre, per Stefano la pianificazione smette di essere solo una competenza “da imprenditore” e diventa un gesto d’amore. Non per costruire un futuro perfetto, ma per tenere aperta una possibilità: poter dire un giorno “sì” a un desiderio di suo figlio, senza che quel sì sia un salto nel buio.
«E soprattutto, quando è nato Gioele, nostro figlio, ci siamo chiesti: “E se un giorno volesse fare un Master? Possiamo permettercelo oppure no? Come si fa a permetterselo?”. Allora abbiamo deciso di mettere dei soldi da parte per lui, con obiettivi precisi, così che possa avere un capitale da usare per realizzare il suo futuro. Il capitale è intestato a noi, perché quando compirà 18 anni, potrà decidere di spenderlo in altre cose. Quindi il rubinetto restiamo sempre noi, ma è bello poter dire a tuo figlio: “Ok, se ti piace questa cosa, possiamo farla”. Così, mettendo piccoli mattoni già da ora, sappiamo che, investendo in maniera sana, con costi bassi, sfruttando l’interesse composto e i mercati che tendenzialmente sul lungo periodo crescono, forse potremo permettercelo».