Quando ho capito che avrei dovuto monetizzare i miei figli, ho abbandonato il lavoro di creator
Veronica è stata un’influencer della parola quando i blog erano ancora un luogo di scrittura e pseudonimi. Poi è arrivato Instagram, e con Instagram la richiesta di trasformare la vita privata in contenuto: i figli, la casa, il marito. Lei ha scelto di non farlo, pagando il prezzo di uscire da un mondo che le aveva restituito identità e l’aveva tolta dalla solitudine. Oggi insegna italiano agli stranieri, e al suo lavoro chiede anche di essere riconosciuto economicamente.
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«I miei figli erano più biondi dei figli della Ferragni, e avrei potuto monetizzarli molto bene. E non ho mai voluto farlo. Avrei potuto monetizzare la mia casa, e non ho mai voluto farlo. Ho scelto deliberatamente di non impegnarmi in questo passaggio di identità da influencer della parola a influencer dell’immagine. E l’ho vissuta come un lutto, perché mi aveva dato tanta identità e mi aveva tolto dalla solitudine. Mi sono sentita fuori da un mondo che mi era appartenuto tanto».
Ci sono lavori, oggi, che esigono qualcosa in più dell’impegno, della competenza, della professionalità. Il lavoro di content creator, in alcuni casi, chiede di trasformare la propria vita privata in contenuto. Dire “no” significa rinunciare a lauti guadagni, ma anche lasciare spazio a possibilità inimmaginate.
Poveri ma belli
Veronica ha 53 anni, vive a Milano e oggi insegna italiano agli stranieri.
«Io sono la figlia di due poveri ma belli. I miei genitori sono nati in un’epoca in cui non era necessario studiare per fare carriera, in cui le opportunità fiorivano e bastava lanciare un seme nel deserto per vedere fiorire un baobab. Naturalmente lavorando onestamente e lavorando sodo».
Era un’epoca in cui nell’aziende entravi operaio e uscivi amministratore delegato. E infatti i suoi genitori erano diventati lei dirigente bancaria, e lui manager. Ma l’aver dovuto sacrificare gli studi, specie per sua madre, era una ferita antica.
«Mia madre era la prima della classe, e dopo le medie le è stato negato di studiare al liceo perché doveva andare a fare un corso professionale, lavorare, aiutare la sua famiglia. Credo che questa sia la grande ingiustizia fondativa della sua identità. Di conseguenza, per tutta la vita ha voluto rifarsi di ciò che secondo lei le era stato tolto: l’opportunità».
I due opposti
In casa, il denaro lo gestisce al cento per cento la madre. Pur avendo, con esso, un rapporto pessimo.
«Mia madre ha sempre cercato di tutelare la famiglia, è stata brava nel suo lavoro di gestione delle finanze familiari. Ma non mi ha mai spiegato bene come funzionano le finanze. Sembra paradossale, ma proprio perché era una dirigente bancaria ha sempre privilegiato l’efficienza personale nella gestione del denaro rispetto alla delega nei miei confronti. Non mi ha mai insegnato come si faceva, perché tanto ci pensava lei».
Il padre, figlio di un rivenditore di carbone e cherosene, è l’opposto.
«Nonostante non sia nato ricco, lui ha un ottimo rapporto con il denaro. Viveva in una casa di ringhiera senza bagno, lui e due fratelli. Era molto felice, perché erano tutti poveri e non c’era invidia sociale».
Veronica cresce nel mezzo di queste due visioni opposte, prendendo da entrambi i genitori lo stesso mandato: le cose bisogna guadagnarsele.
«Ho avuto accesso alle possibilità che mi offrivano i miei genitori, ma non ne ho mai abusato. L’educazione che ho ricevuto era tesa a evitare gli sprechi. Non ero minimamente capricciosa ed ero estremamente obbediente e ligia al dovere».
Il patto rifiutato
Veronica fa il liceo classico, poi si iscrive a Scienze Politiche perché vorrebbe intraprendere la carriera diplomatica. Quando passa il suo primo esame universitario con trenta, suo padre le propone un patto.
«Mio padre mi disse: “brava, ti voglio regalare duecentomila lire”. Io ho vissuto quella proposta con enorme disagio. Gli ho chiesto: “ma papà, scusami, perché mi vuoi regalare duecentomila lire?”, “Sì sì, ogni esame che passerai ti regalerò duecentomila lire”. Io sono sempre stata brava a scuola, non avevo bisogno di essere incentivata economicamente. Il patto era: tu fai il dovere, noi provvediamo a te, il tuo lavoro è questo. E così gli ho detto “no, ti ringrazio, ma non li voglio”. E lui mi ha guardata come dire: “ma questa è pazza”».
Oggi, ricostruendo quella scena, Veronica riconosce che la proposta conteneva un’insidia nascosta.
«Avere dei genitori generosi è una grandissima fortuna. Però bisogna anche combattere per ciò che si desidera, ed essere educati a farlo. Io non sono mai stata molto educata a combattere economicamente, perché non mi sono mai trovata nella necessità di farlo quando ero giovane».
Quella leggerezza, a un certo punto, le avrebbe presentato il conto.
«Questo fatto ha condizionato fortemente il mio approccio anche con i primi stipendi, con l’autostima o quando cambi lavoro e vorresti chiedere di più».
Il razzo, e poi il vuoto
Dopo l’università Veronica entra in un’agenzia delle Nazioni Unite: è il coronamento della vocazione diplomatica che aveva coltivato a Scienze Politiche. Ma dura poco. Le offerte che arrivano sono di un altro tipo, lei le accetta, ed entra così nel mondo del marketing.
«Mi sono accorta ben presto che avevo la possibilità di avere un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio sicuro. Non avrei più lavorato in ambito diplomatico, avrei lavorato in ambito aziendale. Perché no? Facendo un lavoro che mi piaceva».
Veronica è giovane, è brava, e fa carriera in brevissimo tempo. Cambia diverse aziende e il suo stipendio cresce con lei. Nel frattempo si sposa. Le cose vanno a gonfie vele, fino al 2001.
«Io e i miei colleghi dell’epoca siamo stati tra i pochi, per non dire gli unici, licenziati da una multinazionale nel settore data center. Lavoravo per una multinazionale olandese, poi acquisita dagli americani, che era arrivata troppo presto in Italia. Quando arrivi troppo presto sul mercato, il mercato non è pronto e va tutto in fumo».
Veronica si ritrova senza lavoro in un momento in cui la sua categoria non è esattamente la più richiesta.
«Non ero più una ragazzina che costava poco alle aziende. I posti belli, interessanti, per me erano pochi: finché sei uno specialist hai tante opportunità, quando sei una manager ne hai poche. E costi di più. Stiamo parlando di una donna di trentuno anni nel 2001. Ho sempre pensato che nella testa di chi assume ci fosse anche il dubbio: questa si sposa, questa fa un figlio, cosa succede di questa persona?».
I primi anni da freelance
Veronica apre la partita Iva e inizia a fare la freelance. Lo vive male, almeno all’inizio.
«Innanzitutto io sono figlia di due genitori che non erano imprenditori, ma lavoratori dipendenti. Nel loro mondo la carriera si faceva come dipendente: iniziavi da usciere e finivi direttore generale. L’idea di base era: se fai carriera è merito tuo, se non fai carriera è perché non ci hai creduto abbastanza, e ti devi sforzare di più».
«L’ho vissuto come un deficit, un fallimento personale. Solo anni dopo ho capito che era semplicemente un altro modo di lavorare, e che poteva essere sia un’opportunità di crescita sia un’opportunità di libertà».
La svolta – quella interiore, prima ancora che professionale – arriva un giovedì mattina, in piscina.
«All’inizio mi ricordo che mi sentivo in colpa perché andavo in piscina mentre tutti erano a lavoro. C’erano dei pensionati nella corsia di fianco alla mia, e io mi sentivo tremendamente in colpa nei confronti della società. Mi sembrava che tutti mi guardassero».
Ciò che Veronica capirà solo molti anni più tardi è di essere stata, suo malgrado, un’apripista. Una cavia della precarizzazione del lavoro qualificato, che ha anticipato di vent’anni quello che sarebbe diventato la normalità per tutti.
«Tutti questi cambiamenti hanno avuto un giorno zero, e io quel giorno zero l’ho vissuto come matricola numero uno. È stato scioccante all’epoca. E ho fatto il percorso inverso: mentre tutti i miei compagni di scuola ancora facevano il tirocinio dall’avvocato, io ero partita come un razzo, avevo già lo stipendio, il contratto a tempo indeterminato, i viaggi, l’opportunità di crescere. E poi sono andata decrescendo dopo i trent’anni».
Il soffitto buio
Dopo qualche anno da libera professionista, Veronica resta di nuovo senza certezze lavorative: mentre è incinta del secondo figlio, il suo committente principale cambia direttore generale, e con il nuovo direttore arriva anche un cambio di consulenti. Nello stesso periodo viene chiusa la sede decentrata di un master in cui insegnava.
«Mi sembrava di tradire la mia vocazione interna e mi sentivo sprecata a casa. Ricordo che stavo sveglia la notte, guardavo questo soffitto buio e dicevo: “ma che ne sarà di me?”».
Alla difficoltà professionale si somma una solitudine che, a metà degli anni Duemila a Milano, era una condizione poco raccontata.
«Non c’erano mamme a casa. Non avevo amiche, i miei amici non avevano figli, non avevo compagnia. Ero una mamma da sola con due bambini, a farmi il mazzo in solitudine, ad aspettare che il marito tornasse la sera. Andavo ai giardinetti ed ero l’unica italiana, circondata da tate di ogni nazionalità. Mi sentivo sola, oltre che inutile. Aggiungiamoci che a Milano la prima domanda che ti fanno è: “che cosa fai di lavoro?”».
Influencer della parola
Un giorno, dopo l’ennesima occasione sociale in cui si sente sottovalutata perché sta a casa con i figli, Veronica torna a casa arrabbiata. Apre il computer, va su Blogspot, e in dieci secondi apre un blog.
«Scrivo un post in cui racconto in forma anonima, con lo pseudonimo di “manager di me stessa”, quello che mi è successo a questa festa dove sono stata sottovalutata. Spengo e non riapro più per tre giorni. Dopo tre giorni apro il computer: dieci commenti. E lì mi si apre un mondo».
Siamo nel 2008. Internet è ancora un posto in cui si scrive, senza la necessità di performare. Le mamme blogger di quegli anni si danno pseudonimi, non mostrano la faccia, non pubblicano i figli. E in quel suo nuovo spazio, Veronica parla di sé, della sua vita.
«Non avevo censure nel parlare anche di qualcosa di socialmente rilevante. Non avevo la paura che qualcuno potesse criticarmi o fare le emoji col pagliaccio, come si usa adesso. Non era così all’epoca. C’era un onesto scambio di punti di vista. La gente scriveva e si impegnava per scrivere bene, perché la socialità dell’epoca era legata alla parola. Io ero un’influencer della parola».
La crescita rapida
Il blog cresce. Un giorno una sconosciuta le scrive per invitarla a parlare a un convegno alla Bocconi sul modo in cui i genitori si informano in rete. Veronica ci va emozionata, ma non per la Bocconi: per le donne che fino a quel momento aveva incontrato solo come pseudonimi sotto i suoi post. E mentre parla davanti a una platea che la ascolta – lei, la mamma a casa con due bambini – fa un calcolo mentale.
«Io che resto marketing e communication manager nella testa, penso: “Ma per avere questo spazio e questo ascolto, se fossi stata ancora in azienda, quanto avrei dovuto pagare?”. Stavo monetizzando nella mia testa lo spazio e l’ascolto che mi stavano dando. E il che è paradossale».
La biforcazione
Da quel convegno in poi succede di tutto. Una rubrica su Radio 24, una trasmissione su una web radio, l’inviata speciale a Sanremo con un’amica blogger, la casa editrice che la cerca per scrivere un romanzo, le aziende che le mandano i loro prodotti perché lei li recensisca. Per qualche anno, Veronica vive la cosa più vicina alla pienezza professionale che abbia mai sperimentato. Non sta guadagnando molto, ma non le importa.
«Non divento assolutamente ricca, perché i soldi che giravano non erano così tanti».
«A un certo punto chiunque inizi a essere blogger per passione, influencer per passione, deve decidere che cosa vuole fare della sua vita. Puoi diventare un professionista o restare un hobbista che ogni tanto viene pagato».
La blogosfera si esaurisce in maniera graduale. A metà degli anni Dieci, Instagram comincia ad avere la meglio. Le aziende smettono di guardare ai contenuti e iniziano a guardare ai numeri: follower, interazioni, post, stories. Gli influencer della parola vengono progressivamente sostituiti dagli influencer dell’immagine. Per restare in gioco bisogna fare un passaggio molto preciso: smettere di scrivere e iniziare a mostrarsi.
«Essendo tu una mamma blogger, il prodotto sei tu. E io non volevo mostrarmi a quel livello per avere dei follower».
È davanti a questa biforcazione che Veronica fa la scelta che oggi descrive come la più consapevole della sua vita professionale.
«Non ho mai commercializzato i miei figli. È chiaro che se un produttore di abiti per bambini ti regala un guardaroba, tu devi mettere i vestiti ai tuoi figli e far vedere quanto sono carini. I miei figli erano più biondi dei figli della Ferragni, avrei potuto monetizzarli molto bene. E non ho mai voluto farlo. Avrei potuto monetizzare la mia casa e non ho mai voluto farlo. Avevo molto rispetto di mio marito, non volevo tirarlo dentro l’esibizione della nostra casa e della nostra famiglia. Ho scelto deliberatamente di non impegnarmi in questo passaggio di identità da influencer della parola a influencer dell’immagine».
«L’ho vissuta come un lutto, perché quel mondo mi aveva dato tanta identità e mi aveva tolto dalla solitudine. Mi sono sentita fuori da un mondo che mi era appartenuto tanto».
Una porta laterale
Veronica ha ben chiaro il prezzo di quella scelta, perché ancora una volta si ritrova senza un lavoro. Con un patrimonio di competenze accumulate in vent’anni, e nessuna idea precisa di cosa farsene. La svolta arriva, come succede quasi sempre nella sua vita, da una porta laterale. Sua figlia di dieci anni manifesta l’interesse di imparare il cinese. Veronica trova online delle lezioni, e proprio lì scatta una scintilla.
«Quello che per me è sempre stato un grandissimo divertimento, e che non avevo mai pensato di fare nella mia vita, è studiare le lingue. E dico: “Cavolo, peccato, ma chi vorrà mai studiare l’italiano?”».
E invece. Veronica si iscrive a un corso per certificarsi come insegnante di italiano per stranieri, e appena finisce comincia a insegnare. È un altro mestiere, costruito con i pezzi di tutti gli altri.
«Metto insieme tutte le mie competenze informatiche, tutte le mie competenze di content management, tutta la mia esperienza umana e professionale, tutte le mie lingue, la tecnologia e la tecnica di insegnamento online. E si apre una prateria. Inizio a insegnare italiano agli stranieri online. Ma non a stranieri qualunque: a manager, a cantanti lirici, a studenti universitari. È una cosa che mi gratifica tanto».
In questo nuovo percorso professionale Veronica fa un passo avanti anche nel modo in cui percepisce il lavoro. Se il lavoro è il modo in cui esisti nel mondo, allora deve essere riconosciuto anche economicamente.
«Quando ero in questo giro del mommy blogging la componente economica non era molto importante per me, perché ero una mamma con una quotidianità estremamente complicata e un marito in viaggio trecento giorni l’anno – non esagero – e non ce la facevo a dare più di quello».
«Oggi i soldi sono molto più importanti, perché voglio dare valore a me stessa e alle mie competenze. Oggi il fattore economico è al cinquanta per cento con la soddisfazione di fare una cosa che mi piace. Quando sei libera dai figli hai bisogno di vederti come persona indipendente. Per te stessa. Non moglie di, non mamma di. Sei tu che vendi te stessa. E quello che mi gratifica tanto è che io vendo me stessa: loro comprano me».