Perché oggi ci incontriamo solo consumando?
Incontri tra amici, coppie o colleghi spesso si svolgono in bar o locali, e il tempo condiviso è scandito dall’ordinazione e dalla durata della permanenza. Il consumo diventa così una misura del tempo, un modo per regolare la relazione. Questo fenomeno solleva interrogativi psicologici e sociali: quanto il legame tra tempo condiviso e spesa economica influisce sul senso di libertà, sulla qualità delle relazioni e sulla capacità di vivere il tempo insieme senza pressioni esterne?
Tempo di lettura: 5 minuti
di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.
Non sempre ce ne accorgiamo, ma in molti incontri quotidiani il primo gesto non riguarda il tempo o la conversazione, bensì l’ordinazione. Seduti a un tavolino, scegliamo cosa bere o mangiare prima ancora di chiederci quanto spazio vogliamo dare a quell’incontro. È un’abitudine diffusa che rivela come il tempo condiviso tenda sempre più spesso ad assumere una forma concreta; e un cappuccino, una birra o un conto diventano i parametri che definiscono la durata e la legittimità di quell’incontro, trasformando lo stare insieme in un rito scandito dal consumo.
Il ruolo rassicurante del consumo
Oggi facciamo sempre più fatica a incontrarci semplicemente per stare insieme, senza un’attività a fare da cornice. Preferiamo che l’incontro abbia uno scopo immediato: bere qualcosa, mangiare, comprare, guardare; perché il tempo vuoto, quello senza uno scopo immediato, ci mette a disagio e rende la lentezza inquietante.
«Questo disagio nasce da un vuoto di ritualità e da un cambiamento radicale negli spazi della socialità. In passato le relazioni si svolgevano prevalentemente in casa: si invitavano amici e parenti, si preparava qualcosa, si condivideva uno spazio intimo, mentre oggi facciamo fatica ad invitare a casa nostra. Da un lato, abbiamo molti più contatti – ma più superficiali – con persone con cui non ci sentiamo in confidenza sufficiente per aprire le porte di casa; dall’altro, mancano il tempo e l’abitudine all’accoglienza: preparare casa, cucinare e dedicare cura all’ospitalità sono gesti che richiedono tempi ed energie che, con i ritmi contemporanei, non ci possiamo più concedere», spiega Elena Carbone, psicologa e psicoterapeuta esperta in traumi.
Il consumo scandisce così l’inizio e la fine degli incontri e ci dice quando è socialmente accettabile alzarsi e andare via, sostituendo il valore intrinseco del tempo condiviso con una misura economica e funzionale. «Ordinare qualcosa ci dà un copione, un’azione che riempie l’ansia del “cosa facciamo ora?” e legittima la nostra presenza. Dal punto di vista cognitivo, si attiva un ancoraggio transazionale, ossia l’oggetto, che può essere un caffè, un aperitivo o una cena, giustifica l’occupazione dello spazio. Senza casa propria come alternativa e senza questo ancoraggio commerciale, molte persone sperimentano un senso di inadeguatezza, come se stare insieme “senza consumare” fosse insufficiente o privo di scopo», continua la psicologa.
Quando il denaro misura le relazioni
In questo modo, la cultura del consumo sembra aver creato una sorta di “tariffario” del tempo relazionale, trasformando ogni incontro in una sorta di calcolo implicito tra denaro e valore affettivo. Non ci sentiamo in debito soltanto verso il locale in cui ci troviamo, ma abbiamo interiorizzato l’idea di attribuire un costo a tutto, persino al tempo libero.
«Quando usciamo con qualcuno, calcoliamo inconsciamente quanto valga quell’incontro in termini economici: un caffè veloce per un conoscente, un aperitivo per un amico, una cena per qualcuno di più importante. Il denaro speso diventa un indicatore del valore che attribuiamo alla relazione e al tempo condiviso: più spendiamo, più ci sentiamo allineati con l’incontro, come se avessimo pagato la quota necessaria per legittimare quella porzione di tempo insieme», spiega Carbone. «Invece, quando facciamo qualcosa di gratuito, come una passeggiata, si può generare una sensazione di inadeguatezza, come se non avessimo fatto abbastanza. Il risultato è una monetizzazione della relazione stessa dove il gesto economico diventa prova tangibile dell’investimento affettivo, sostituendo la qualità della presenza con la quantificazione della spesa».
Come il consumo influenza le relazioni autentiche
Questo meccanismo può influenzare profondamente la qualità delle relazioni interpersonali e la capacità di creare connessioni autentiche: «Dipendendo dal contesto, il tempo è strutturato dall’ordinazione e dal pagamento, perdendo la capacità di sentire l’altro e di moderare la conversazione prestando ascolto e dandosi tempo. Spesso le conversazioni più significative nascono in contesti non strutturati come durante una camminata, seduti su una panchina o aiutando qualcuno a fare qualcosa in momenti in cui l’unica cosa importante è la presenza», spiega Carbone.
Ma questo non è l’unico rischio. L’abitudine a prevedere sempre una transazione economica negli incontri rischia di escludere chi non può sostenere la spesa, generando disuguaglianze e determinando in modo implicito con chi scegliamo di trascorrere il nostro tempo, facendo coincidere la qualità delle relazioni con la capacità di spesa o raggruppando le persone in base alla disponibilità economica.
Come recuperare il tempo condiviso
«Riappropriarsi del tempo condiviso richiede un lavoro consapevole su più livelli», spiega la psicologa. «Come prima cosa possiamo imparare a identificare i nostri pensieri automatici come “dobbiamo andare a cena” come esito di condizionamento culturale e non come verità assolute. Questo ci può permettere di prendere distanza da questi pensieri e metterli in discussione chiedendoci cosa renda davvero significativo un incontro: la presenza? Il poter abbracciare l’altra persona? Il poter condividere qualcosa insieme? Questo esercizio può aiutare a spostare l’attenzione dal contesto esterno al vero valore della relazione», spiega la psicologa.
«Facendo questo, è anche possibile accorgersi che sprechiamo tempo con persone con cui non vorremmo condividerlo e quindi possiamo diventare più assertivi nel limitare le nostre uscite solo con chi ne valga veramente la pena, in questo modo potremmo avere più voglia anche di aprire casa nostra anche se non è perfettamente in ordine o non abbiamo nulla da offrire perché nelle relazioni di valore possiamo anche permetterci di essere vulnerabili e non perfetti. L’ultimo livello riguarda l’accettare i tempi morti e i silenzi imparando a rimanere veramente presenti a noi stessi notando quando la mente si sposta verso aspettative esterne o verso il bisogno di riempire il tempo», conclude Carbone.