Albania: il resort di Jared Kushner e il conflitto tra turismo e territorio
Dall’Albania a Barcellona, lo stesso schema: un investitore arriva, lo Stato concede, nascono resort e affitti brevi. Ma spiagge, lagune e centri storici non sono solo asset da bilancio. Sono beni comuni che producono identità e appartenenza, e che una volta venduti smettono di essere casa.
Tempo di lettura: 6 minuti
di La redazione
“Albania is not on sale”. L’Albania non è in vendita. Da settimane questo slogan risuona nelle piazze di Tirana e di altre città dello stato balcanico, dove migliaia di persone si sono ritrovate per protestare contro un progetto economico ed urbanistico che, a loro dire, rischia di snaturare la fisionomia del territorio. Ben presto, la questione si è trasformata in un caso mediatico, perché l’intenzione di costruire un gigantesco resort in un’area dal grande valore naturalistico è collegata a Jared Kushner, imprenditore e genero del presidente statunitense Donald Trump.
A prima vista, potrebbe sembrare l’ennesimo scontro tra i sostenitori ad oltranza dello sviluppo economico e quelli della tutela ambientale. Ma oltre gli slogan, i fischietti e le sagome di fenicotteri esibite dai manifestanti, si nasconde una questione molto più ampia: chi decide il destino di un territorio? Nel caso specifico, infatti, la vicenda riguarda una vasta area della costa meridionale albanese, compresa tra l’isola di Sazan e la laguna di Vjosa-Narta, vale a dire uno degli ecosistemi più preziosi del Mediterraneo e meta di migrazione per tante specie, tra cui, appunto, il fenicottero rosa e le tartarughe marine.
Il progetto promette investimenti miliardari, migliaia di posti di lavoro e l’ingresso definitivo dell’Albania nel mercato del turismo di alta gamma. Per molti cittadini, però, la vera posta in gioco non è soltanto ambientale. Ma ha che fare con la prospettiva che rischia di tramutare un patrimonio collettivo in un investimento privato a beneficio di pochi.
Il confine tra sviluppo e appartenenza
Dal punto di vista economico, la logica è apparentemente semplice. Un investitore porta capitali. Lo Stato concede autorizzazioni. Nascono strutture ricettive, infrastrutture e nuove possibilità di impiego. Aumentano gli introiti fiscali e cresce l’attrattività internazionale del territorio. È il modello che negli ultimi vent’anni ha trasformato molte coste del Mediterraneo. Ma c’è un aspetto che spesso non compare nei business plan: il valore sociale degli spazi pubblici. Una spiaggia, una laguna, un’isola o una montagna non sono soltanto asset economici. Sono luoghi che contribuiscono a costruire identità, memoria condivisa e senso di appartenenza. Sono storie ed immaginari che si tramandano e che educano. Quando questi spazi vengono convertiti in resort, marine private o complessi turistici esclusivi, il rischio non è soltanto quello di deturparli materialmente, ma che una parte della popolazione smetta di percepirli come propri.
Un fatto che, in Albania, si sta già verificando. Secondo quanto ricostruito dai media, il progetto prevede investimenti per oltre un miliardo di euro. Un’occasione che la politica albanese, alle prese con la fase finale del percorso di integrazione nell’UE, non vuole lasciarsi scappare. Motivo per cui molti manifestanti accusano il governo del primo ministro Edi Rama di privilegiare gli interessi dei grandi investitori rispetto a quelli delle comunità locali. E di favorire quel capitalismo sfrenato che mette a repentaglio le comunità di cui dovrebbe favorire lo sviluppo. La questione, tuttavia, è ancora in divenire, dal momento che la SPAK, la procura speciale albanese contro corruzione e criminalità organizzata, ha avviato delle indagini per esaminare alcuni aspetti legati alla modifica dello status di protezione dell’area e alle operazioni immobiliari collegate al progetto.
L’anima fragile dei luoghi storici
Il caso dell’Albania si inserisce in una scia di eventi che, negli ultimi anni, hanno rimesso il centro il rapporto tra città, benessere, storia diritti. Filo conduttore di questi casi è stato, sempre, il tema dell’attrattività turistica. Non perché l’aumento dei visitatori sia di per sé un problema, ma perché in alcuni casi la crescita degli investimenti e delle strutture ad essi dedicate ha finito per alterare la percezione stessa che alcuni luoghi hanno avuto per secoli.
A Barcellona, ad esempio, il boom degli affitti brevi e degli investimenti immobiliari legati al turismo ha contribuito a un forte aumento dei prezzi delle case. In diversi quartieri storici, molti residenti hanno denunciato di non riuscire più a sostenere il costo della vita, mentre lo spazio urbano veniva sempre più modellato sulle esigenze dell’industria turistica. Non a caso, negli ultimi anni, le manifestazioni contro l’overtourism sono diventate una presenza ricorrente nella vita politica cittadina, al punto che, nei prossimi anni, il governo potrebbe imporre una stretta al fenomeno.
Anche Lisbona è diventata un simbolo delle tensioni tra attrazione degli investimenti e diritto alla città. Le politiche che hanno favorito l’arrivo di capitali stranieri e la diffusione degli affitti turistici hanno contribuito alla riqualificazione di molte aree urbane, ma anche a una forte crescita dei prezzi immobiliari. In alcuni quartieri storici, il rischio percepito dai residenti è quello di assistere a una progressiva sostituzione della comunità locale con una popolazione temporanea composta da turisti, investitori e residenti ad alto reddito. Risultato? Una proposta di referendum per limitare le strutture ricettive. Sono situazioni diverse tra loro, ma accomunate da una domanda simile a quella che oggi attraversa l’Albania: quando un territorio viene sempre più progettato per chi arriva da fuori, cosa resta di chi lo abita ogni giorno?
La ricchezza che non si può comprare
Proprio da alcune nozioni d’economia si potrebbero trarre spunti per affrontare la questione. Gli economisti, infatti, definiscono “beni comuni” quelle risorse che producono valore collettivo e il cui beneficio non può essere ridotto al semplice prezzo di mercato. I luoghi di pregio paesaggistico e culturale non generano soltanto ricavi turistici. Producono qualità della vita, coesione sociale, identità culturale e benessere diffuso. Questi elementi sono difficili da quantificare in un bilancio, ma diventano immediatamente evidenti quando vengono meno.
Per questo motivo, sempre più studiosi sostengono che la valutazione di grandi progetti turistici dovrebbe includere non soltanto l’impatto economico diretto, ma anche i costi sociali e ambientali nel lungo periodo. Tradotto, il caso del resort albanese pone una questione che riguarda tutti noi. E il rapporto tra possesso dello Stato e vissuto della cittadinanza, tra progressismo e conservazione di simboli che hanno attraversato indenni intere generazioni. Probabilmente la risposta sta nell’equilibrio tra queste dimensioni. Ma anche nel maturare la convinzione che un bene, se inteso a discapito di chi ha contribuito a renderlo tale, smette di avere un valore che va oltre i numeri. A volte, anzi, il bene più prezioso è la possibilità, per una comunità, di continuare a sentirlo come casa propria.