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Le cose da non fare quando investiamo i nostri soldi

Sai cosa succede quando investiamo i nostri soldi? Che il più delle volte prendiamo decisioni dettate dall’emotività o da fattori esterni, senza ragionare. In un mondo in cui tutti si soffermano a spiegarci cosa fare, Barry Ritholtz, analista finanziario statunitense, già editorialista del Washington Post e Bloomberg, e autore di “Come non investire” (Hoepli), ci dice gli errori da non commettere, e il perché evitarli è il modo più efficace per ottenere buoni rendimenti. Qui i suoi consigli.

Tempo di lettura: 11 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

cose da non fare quando investiamo
Foto di Annie Spratt

Quando investiamo i nostri soldi, tutti ci dicono cosa fare, molto meno spesso ci viene suggerito cosa non dovremmo fare. Parte da questa constatazione “Come non investire”, il saggio dal titolo provocatorio firmato da Barry Ritholtz, analista finanziario statunitense, già editorialista del Washington Post e Bloomberg, nonché fondatore di una delle più note società di consulenza del Paese. Il libro è stato tradotto e pubblicato in Italia da Hoepli, e il suo messaggio è chiaro: “Negli investimenti, come nel tennis amatoriale, vince chi commette meno errori non forzati” come dice lo stesso autore citando una massima ripresa da “Il gioco dei perdenti” di Charley Ellis. Tradotto: se arricchirsi con gli investimenti è cosa rara, per mettere al sicuro e far fruttare i propri risparmi, bisogna soprattutto evitare passi falsi indotti da ignoranza ed emotività.

Nel raccontare e spiegare gli inganni dei media, i sofismi del mondo finanziario, il modo in cui i dati vengono distorti e il modo altrettanto distorto in cui noi li interpretiamo, Ritholtz suggerisce strategie e mosse concrete. Dal libro, rivolto soprattutto agli investitori fai da te, noi di Rame abbiamo tratto alcuni consigli preziosi, che sono in questa guida.

Come i dati dimostrano che sbagliano spesso

Come la maggior parte degli analisti finanziari sa, i mercati nel lungo termine tendono a salire, nel senso che, globalmente, i titoli quotati acquistano valore nel tempo: nella realtà, però, la maggior parte degli investitori non ottiene rendimenti adeguati dai propri asset, e guadagna molto meno, per via di errori di valutazione e comportamentali. Stando a quanto riportato da Ritholtz, che cita un report di JPMorgan, tra il 2002 e il 2021, l’indice S&P 500 ha reso il 10% annuo, ma gli investitori hanno ricavato in media appena il 4% annuo: poco più di un terzo. Questo perché con molta probabilità hanno investito senza una strategia precisa, sono usciti dagli investimenti nei periodi sbagliati e non hanno reinvestito nei momenti opportuni. La conclusione? Il più grande problema degli investitori non è l’incapacità di scegliere titoli o di prevedere l’andamento dei mercati, bensì quella di gestire il proprio comportamento.

Le tre regole dell’investitore consapevole

Per ottenere rendimenti adeguati alle aspettative, spiega l’esperto, basterebbe invece ragionare su un lungo periodo di tempo durante il quale attenersi a tre semplici regole, che sono – a differenza delle condizioni geopolitiche, dell’andamento dei tassi e dell’inflazione – tutte sotto il nostro controllo:

  1. comprare quando i prezzi sono nella norma, senza andare a caccia del titolo “di moda”, che significa acquistare quando il valore è già salito;
  2. mantenere le somme investite;
  3. non lasciarsi prendere dal panico, vendendo prematuramente quando i prezzi scendono, spezzando così la “catena” dell’interesse composto.

La strategia giusta: come si definisce il piano

Prima di partire, ovviamente, va impostata la propria strategia. La scelta di cosa comprare non può essere casuale, ma va invece declinata in base ai propri obiettivi, costruendo un piano finanziario scritto e ben ponderato. La decisione di dove direzionare le risorse va presa sulla base delle esigenze di vita, e guardando al traguardo immaginato, che sia la pensione, l’acquisto della casa, lo studio dei figli, senza lasciarsi influenzare dalla direzione prevista per i mercati nei successivi sei mesi. Come dice Ritholtz, “se il tuo piano dipende dalla capacità di indovinare il futuro, è destinato a fallire”. La scelta della linea di investimento e dei titoli o prodotti da inserire in portafoglio andrà calibrata sulla base del proprio piano.

Alcune regole, invece, valgono sempre e per tutti: portafoglio a basso costo, quindi occhio ai costi e alle commissioni legate ai prodotti finanziari, basso turnover, che equivale a dire mantenere per lungo tempo i titoli, senza cambiarli in continuazione, oltre ovviamente al lungo termine. C’è un scossone e i mercati traballano? Niente panico.  “I mercati sono fatti così. Salgono e scendono, a volte bruscamente. Poi tutto torna tranquillo”, ripete  l’esperto.

Cosa non scegliere: la struttura del portafoglio

Secondo Ritholtz, inoltre, il portafoglio davvero efficiente ha un’architettura ben precisa, ed è composta da un “cuore” e da un satellite. Tradotto: la parte centrale e più importante, la quota maggioritaria, va investita in strumenti passivi a basso costo, come gli Etf, ma  ampiamente diversificati a livello globale. Andranno preferibilmente scelti Etf che replicano dunque indici globali (lo spieghiamo bene anche qui). L’altra porzione, quella minoritaria, può invece essere riservata a settori specifici, sperimentazioni o passioni personali. Se sei particolarmente attratto da un comparto, o vuoi testare una strategia o un prodotto, ti lasci un margine, ma senza rischiare il grosso del tuo patrimonio. 

L’ingrediente finale della ricetta, quella che fa sì che tutto funzioni, è il cosiddetto ribilanciamento periodico, da attuare ogni 2 o 3 anni. Significa dare un occhio al portafoglio a cadenze regolari e decidere se e cosa vendere o comprare. Naturalmente la scelta del “cosa” segue anch’essa una strategia precisa: dare via una parte di ciò che è salito molto, per acquistare titoli che sono stati svalutati, riportando l’asset allocation (e cioè le quote di titoli azionari, obbligazionari e di altra natura) ai livelli iniziali.  

Come ribilanciare le perdite: quando il crollo del mercato è una vendita a saldo

Nei mercati azionari la volatilità è la norma, non l’eccezione, ed è per questo che non è sano correre dietro ai picchi o farsi prendere dal panico durante i crolli, decreta Ritzholtz. Questa sì, spiega l’esperto, genera perdite permanenti. Il metodo migliore per ribilanciare naturalmente le perdite, e invece l’investimento periodico e automatizzato, che si traduce nello strumento del Pac, il Piano d’accumulo capitale. Come abbiamo già spiegato su Rame, destinare mensilmente una somma fissa all’acquisto di titoli, permette di comprare un numero più alto di quote quando i prezzi scendono, riequilibrando in un certo senso la perdita: nel momento in cui quei titoli risaliranno se ne possederanno di più.

Anche cambiare la prospettiva è molto utile. Durante i mercati ribassisti, mentre i titoli di giornale e l’ansia collettiva spingono a liquidare le posizioni nel momento peggiore, si può pensare a quel momento come a un’opportunità: se si ha un orizzonte temporale lungo e non si ha necessità immediata di quel capitale, un crollo è una vendita a saldo che consente di accumulare asset di qualità a prezzi scontati.

Chi non seguire: l’importanza della “dieta mediatica” 

Un corposa sezione del libro di Ritholtz riguarda il bombardamento continuo di notizie finanziarie, fininfluencer e previsionisti di ogni tipo che molto spesso puntano sulla leva emotiva soprattutto per scopi personali, fosse anche solo quello di fare ascolti. “Per prendere decisioni finanziarie migliori è indispensabile selezionare le fonti di informazione”, dice l’analista. Meglio mettersi a “dieta” eliminando allora le fonti di troppo. Tra i primi rami da potare ci sono coloro che fanno pronostici: le previsioni a un anno su indici o azioni sono statisticamente assimilabili al caso. Se l’idea è di seguire qualcuno, meglio selezionare esperti che mostrano la propria storicità, spiegano i processi anziché elargire “dritte” e insegnano ad analizzare i fatti in autonomia.

Conoscersi per evitare errori

Molti dei nostri errori finanziari nascono da una percezione distorta della realtà, frutto di quelli che la psicologia e la finanza comportamentale chiamano bias. Conoscerli è il primo passo per non caderci. Eccolo elenco tratto dal libro.

L’effetto dotazione

Se ci pensi, ti renderai conto che gli esseri umani tendono ad attribuire a ciò che è in loro possesso un valore maggiore di quello reale.In uno dei suoi primi esperimenti, Richard H. Thaler, economista e Premio Nobel per l’Economia nel 2017, consegnò a un gruppo di studenti volontari delle tazze di scarso valore con il logo della loro scuola. Una volta messi alla prova della compravendita, si vide che gli stessi erano disposti ad acquistarle a un prezzo molto più basso di quello a cui erano disposti a venderle.

Il fenomeno si chiama effetto dotazione, e nel mondo degli investimenti si manifesta quando sviluppiamo un legame affettivo verso beni o titoli già presenti in portafoglio, magari ereditati o detenuti da molto tempo. Rifiutiamo di venderle anche quando tutto suggerirebbe il contrario ostacolando il ribilanciamento e immobilizzando il portafoglio, che dovrebbe invece essere uno strumento dinamico. Se arriva il momento di dare via dei titoli, meglio razionalizzare.

L’effetto Dunning-Kruger

L’effetto Dunning-Kruger descrive la tendenza per cui le persone meno esperte in un determinato campo tendono a sopravvalutare nettamente la propria preparazione, mentre chi possiede una reale competenza coltiva più spesso il dubbio. In ambito finanziario questo porta molti investitori alle prime armi – magari ingannati da qualche operazione fortunata o da un mercato rialzista generale – a ritenersi trader provetti. L’eccessiva sicurezza porta però a buttarsi in manovre spericolate, come il day trading compulsivo, e cioè il comprare e vendere in continuazione, o l’acquisto di titoli senza una sufficiente conoscenza del settore, e senza alcuna gestione del rischio. Un bagno di realtà ogni tanto fa bene.

La fallacia narrativa

Il nostro cervello è programmato per amare le storie coinvolgenti e per cercare legami di causa-effetto anche laddove esiste soltanto pura casualità, si chiama fallacia narrativa. Questo potrebbe portarci ad abbracciare un trend solo perché supportato da un racconto avvincente, brillante e facile da comprendere. I media finanziari conoscono benissimo questo meccanismo e confezionano continuamente “storie perfette” su aziende o settori rivoluzionari per attrarre i risparmiatori. L’investitore, sedotto dal fascino della narrazione della nuova startup prodigio o dai titoli del momento, tende a ignorare i dati fondamentali, i bilanci e le valutazioni reali, finendo a volte per pagare a caro prezzo l’illusione a cui ha creduto. Ancora una volta, bisogna invece affidarsi ai numeri.

L’effetto recency

È la propensione a dare un peso sproporzionato agli eventi più recenti, rispetto al contesto storico complessivo. Detto in altre parole, l’effetto recency acceca la visione di lungo termine e fa dimenticare la natura ciclica dei mercati. Durante una fase di prolungato rialzo, questo bias può per esempio portare a credere che i mercati continueranno a salire all’infinito, spingendo a comprare quando i prezzi sono al picco; al contrario, durante un crollo, fa percepire la crisi come una condizione permanente, scatenando il panico e la vendita al minimo. L’investitore finisce così per inseguire costantemente le tendenze dell’ultimo minuto. 

Sunk cost fallacy

La fallacia del costo sommerso ci porta a insistere in un’iniziativa finanziaria fallimentare al solo scopo di giustificare il capitale, il tempo o le energie che vi abbiamo già investito in passato. In Borsa si traduce nell’incapacità di liquidare una posizione anche quando tutto suggerirebbe di farlo: anziché ammettere l’errore e tagliare le perdite per riallocare il denaro su asset più efficienti, l’investitore resta incatenato al titolo nella speranza di “andare al pareggio”. Questo attaccamento irrazionale alle scelte passate impedisce di valutare la situazione presente in modo obiettivo, bloccando risorse preziose su investimenti ormai compromessi e aggravando progressivamente il danno patrimoniale.

L’avversione alla perdita

La conosciamo bene perché molti di noi l’hanno sicuramente già provata, anche se in un contesto diverso: la sofferenza emotiva causata da una perdita finanziaria è quantitativamente doppia rispetto al piacere provato per un guadagno di pari entità. L’avversione alla perdita rende gli investitori visceralmente terrorizzati dai cali temporanei del portafoglio. Questo difetto porta a due comportamenti opposti ma ugualmente dannosi: la paralisi, che spinge a tenere troppa liquidità in contanti erodendola con l’inflazione, oppure il panico, che induce a vendere tutto al fondo di un sell-off per arrestare la sofferenza emotiva. Per evitare il dolore a breve termine della volatilità, si finisce per distruggere il rendimento reale di lungo periodo. Se si è particolarmente vulnerabili, il consiglio è di informarsi il meno possibile.

Il pregiudizio retrospettivo (hindsight bias)

Il pregiudizio retrospettivo è ciò che ci porta a valutare gli eventi passati come se fossero stati del tutto prevedibili fin dall’inizio. Dopo che un crollo di mercato, una pandemia o un boom azionario si sono verificati, il nostro cervello riorganizza le informazioni e ci convince che “era ovvio che sarebbe andata così”. è un autoinganno è estremamente pericoloso: genera una falsa sensazione di controllo sui mercati finanziari e alimenta un’illusoria fiducia nella propria capacità di prevedere il futuro. L’investitore convinto di aver “visto arrivarla” la volta precedente si sentirà autorizzato a fare scommesse azzardate o market timing sulla crisi successiva, finendo puntualmente travolto dall’imprevedibilità reale del mercato.

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