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di Rame

Non cercavo solo un lavoro. Cercavo la prova che i soldi investiti su di me fossero serviti

Il sostegno economico della famiglia dovrebbe renderci più liberi di scegliere. A volte, però, anche quando nessuno presenta il conto, si finisce per sentirsi in debito lo stesso. Allora l’università pagata, gli anni di formazione e i soldi messi da parte per una casa diventano qualcosa da restituire. E il primo lavoro smette di essere solo uno stipendio: diventa la prova di esserseli meritati.

Tempo di lettura: 9 minuti

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Andrea

Ascolta il podcast della puntata:

«C’era un po’ questa pressione, del tipo: “Qualsiasi lavoro trovi va bene, basta che ne trovi uno”. Io invece dicevo: “Ok, però ho fatto i miei anni di università, ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è”».

Poter contare sull’aiuto economico della famiglia ci rende, almeno in teoria, più liberi di scegliere. Ma a volte succede qualcosa di strano: nessuno ci presenta il conto, eppure cominciamo a sentire di doverlo pagare.È quello che è successo ad Andrea. Che negli anni ha trasformato le opportunità ricevute in una domanda sempre più esigente verso se stesso: che cosa devo farne, perché tutto questo sia valso la pena?

Il ragazzo di Bergamo Alta

Andrea ha 28 anni ed è un product designer. È cresciuto sui colli di Bergamo Alta, in una grande casa che la sua famiglia abitava da generazioni e che oggi si trova in una delle zone più ricercate della città, anche se la storia di chi ci ha vissuto è molto più umile di quanto il luogo lasci immaginare.

«I miei nonni sono contadini, vengono da un passato povero. Da quel punto di vista, però, è sempre stato un po’ come vivere in una specie di bolla: ero circondato da un certo stile di vita che, per quanto venissi da una famiglia normalissima, finiva per mettere anche me su una specie di piedistallo».

A scuola, in classe con i figli delle famiglie più in vista della città, Andrea desidera tutto ciò che i suoi pari posseggono, ma che i suoi genitori, impiegati, non potrebbero permettersi.

«Non mi è mai mancato niente, però sentivo questa necessità di avere qualcosa che gli altri avevano e io no. Mi vengono in mente, per esempio, i vestiti di Abercrombie e Hollister, che in quegli anni andavano molto di moda. C’era chi arrivava con quelle cose perché i genitori erano stati in America per lavoro e gliele avevano portate, e io ero lì che le volevo anch’io, quei vestiti, perché volevo essere alla pari».

In casa di soldi si è sempre parlato. A occuparsene è soprattutto la madre, impiegata amministrativa, che ai figli insegna che bisogna farsi bastare quelli che si hanno, che vanno gestiti nel modo corretto e usati per ciò che serve davvero. Nel ricordo di Andrea, però, a quel modo di parlare di soldi è legata anche una certa apprensione.

«Penso di avere una pessima relazione con i soldi, perché mi porto dietro questo senso di angoscia: la paura costante di fare la scelta sbagliata, la cosa sbagliata».

Quando arriva il momento di andare alle superiori, l’ansia rivolta al futuro entra direttamente nella scelta della scuola. E Andrea si iscrive all’Istituto Tecnico.

«Io sarei stato più portato per un liceo, per qualcosa di più umanistico. Ma visto che avevo già una propensione per il mondo del design e della progettazione, i miei genitori mi hanno detto che quella scuola mi avrebbe potuto aiutare anche dopo. Ed era la scuola che aveva fatto mio papà ai suoi tempi, e prima di lui mio nonno. Così ho seguito il loro consiglio, nonostante avessi desideri diversi».

Dietro il consiglio dei genitori c’è un’idea molto concreta del lavoro: prima di tutto deve permetterti di cavartela. Possibilmente presto.

«L’idea era fare una scuola che mi desse un titolo di studio con cui, se non avessi voluto continuare a studiare, avrei trovato lavoro facilmente».

«C’è stato un momento in cui ho pensato: basta, cambio, perché qui non mi trovo. Poi, un po’ per orgoglio, un po’ per non voler deludere nessuno, sono andato avanti».

La scuola è in città, e molti compagni arrivano dalla provincia. Lì il piedistallo di Andrea diventa visibile anche agli altri.

«Quando mi chiedevano di dove fossi e rispondevo Bergamo Alta, arrivava subito il commento: “Ah, Bergamo Alta, allora c’hai i soldi…”».

Studiare ancora

Finite le superiori, molti dei suoi compagni vanno direttamente a lavorare, come quella scuola aveva promesso. Andrea invece si iscrive all’università, al Politecnico di Torino, in un momento di cambiamento anche per la sua famiglia. L’azienda di Bergamo in cui il padre ha lavorato per molti anni viene ceduta a un gruppo tedesco, e lui cambia lavoro ottenendo una promozione.

«Questo passaggio è avvenuto proprio nel momento in cui i miei genitori si sono resi conto di poter dire: “Ok, possiamo permetterci di sostenerti nel tuo percorso, con tutte le spese che comporta».

A Torino Andrea resta cinque anni, tra una triennale che si allunga più del previsto e un Erasmus. Per tutto quel tempo può contare sul sostegno economico dei genitori. Una possibilità che gli permette di concentrarsi sugli studi, ma che piano piano si trasforma, nella sua testa, in una specie di debito. Anche se nessuno gli ha mai chiesto di restituirlo.

«Nemmeno nei primi anni di università ho mai cercato, o trovato, un lavoro che mi mantenesse mentre studiavo. Forse questo senso di colpa arriva da lì: dalla sensazione di avere sempre le spalle coperte».

Negli anni successivi la grande casa di Bergamo Alta cambia destino: nel 2020 la famiglia decide di venderla per trasferirsi in un posto più vicino ai servizi e più facile da gestire. Intanto, il valore degli immobili in quella zona è cresciuto molto, e la vendita porta una somma importante. I genitori ne destinano una parte ad Andrea e alla sorella, perché un giorno possano comprare casa. Per Andrea quel denaro riaccende lo stesso meccanismo: più riceve, più sente che prima o poi dovrà dimostrare di esserselo meritato.

«Comprare casa è qualcosa che di solito ci si suda, dopo anni di lavoro. Sapere che c’è un gruzzolo lì, che ho questa possibilità, è sicuramente un privilegio rispetto ad altre persone».

Dopo la Triennale Andrea si iscrive alla Magistrale a Milano. Mentre completa la tesi partecipa al bando del servizio civile e comincia a lavorare in un centro per il volontariato a Brescia. Quella scelta, però, non viene capita.

«La reazione era un po’: “Ma perché lo stai facendo? Nel mondo del design, in fondo, il lavoro l’avresti trovato comunque. Il lavoro c’è”».

Dopo l’università e il servizio civile arriva anche un anno a Parma per un corso di specializzazione, ultimo tassello di un percorso di studi che dal diploma in avanti non si è mai davvero interrotto.

«Ho dato molta priorità alla formazione forse perché non mi sentivo all’altezza di un certo tipo di ruolo. C’è sempre stata questa scelta: faccio un corso di formazione e non vado a lavorare».

Come se tutto tornasse lì

Chiuso anche il capitolo di Parma, Andrea arriva al momento che ha rimandato a lungo: trasformare tutta quella formazione in un lavoro. E qui si scontrano due idee molto diverse di che cosa un lavoro debba essere.

«C’era un po’ questa pressione, del tipo: “Qualsiasi lavoro trovi va bene, basta che ne trovi uno”. Ok, però io ho fatto i miei anni di università, ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è, anche quando non ha niente a che vedere con quello che ho studiato. Nel frattempo, mentre cercavo, qualcosina da fare l’ho trovata, ma non pensavo che dovesse essere il mio vero obiettivo».

La ricerca dura mesi e, nel frattempo, Andrea vive con i pochi soldi che è riuscito a mettere da parte grazie al servizio civile.

«Qualche mese fa sono arrivato a non avere più niente sul conto, e questo mi è pesato tanto».

Tra i colloqui che riesce a ottenere ce n’è uno in un’azienda di tipo meccanico, vicina al mondo che aveva lasciato con il diploma.

«Nonostante avessi fatto un certo tipo di percorso universitario, mi sono trovato davanti persone che guardavano il mio curriculum e mettevano il dito lì: “Ah, hai fatto l’Istituto tecnico”, in senso positivo. Come se alla fine tutto tornasse a quel punto. E questo mi metteva in difficoltà, perché non riuscivo a capire in che cosa potessi davvero rientrare».

Ed è paradossale: mentre Andrea cerca nel lavoro qualcosa che racconti chi è diventato, il mercato continua a riportarlo a ciò che era a diciott’anni. A quella scuola scelta proprio perché, un giorno, gli garantisse un lavoro.

«I miei compagni di classe lavorano già da nove, dieci anni, perché dopo le superiori sono andati subito a lavorare. E io mi trovo a pensare che anch’io potrei lavorare già da nove anni, essere in un’azienda. Mi sembra davvero di aver fatto un percorso così diverso da sembrarmi quasi sbagliato».

L’indipendenza

Dopo mesi, dopo essere passato per la Partita Iva, arriva finalmente la svolta. Un contratto in un’azienda e uno stipendio fisso di 1900 euro.

«Sono uscito dal colloquio e sono scoppiato a piangere. Non mi sembrava vero. E soprattutto, finalmente avevo trovato qualcosa che mi permettesse di dire: “Ce l’ho fatta”. Anche e soprattutto ai miei genitori. Tutto quello che ho sacrificato, tutto quello che ho fatto perché pensavo mi arricchisse dal punto di vista personale e formativo, forse è servito a qualcosa».

Quel contratto tiene insieme, finalmente, le due idee di lavoro che Andrea si porta dietro da anni. Gli dà uno stipendio con cui diventare indipendente. Ma gli dà anche la sensazione che tutto quel tempo passato a studiare, formarsi e cercare la propria strada non sia stato inutile.

«È un’opportunità che spero mi dia più stabilità e mi aiuti a gestire meglio le cose, ad avere con i soldi una relazione diversa da quella che ho avuto finora, senza sentirmi in colpa. E che mi permetta di realizzare i desideri che ho sempre avuto, come viaggiare o prendermi la macchina: sentire che posso permettermi di fare qualcosa senza far pesare questo mio desiderio sugli altri».

Forse il lavoro non può, e non dovrebbe, dirci tutto su chi siamo. Ma per Andrea, prima di poterlo scoprire, serviva almeno smettere di usarlo come una prova continua di meritarsi ciò che aveva ricevuto.

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