27mila euro di Ral per fare ciò in cui credo, 82mila per tradirlo
Il lavoro dei sogni ha una controindicazione di cui si parla poco: può pagare così poco da diventare una trappola. È il caso della ricerca scientifica, che si regge sui più giovani, appassionati, tenuti alla base di una piramide che in cima non ha posti e pagati quanto basta perché non se ne vadano. Flavia l’ha scelto contro ogni calcolo, convinta che il valore di ciò che faceva non c’entrasse con quanto le veniva pagato. Poi quel lavoro le ha presentato il conto.
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«Ricordo una mia coetanea dire: “A me piacerebbe molto fare il medico ricercatore, però si prende poco, quindi sicuramente opterò per chirurgia o qualcosa del genere”. E io pensavo: ma che ragionamento è questo? Tu scegli cosa studiare per passione, non pensando ai soldi. Oggi invece ho cambiato idea, devo dire. Adesso vedo il lavoro semplicemente come il mezzo che mi permette di avere i soldi che, alla fine, nel sistema capitalista in cui viviamo, sono ciò che ti permette di vivere la tua vita».
Cresciuta in una famiglia in cui il lavoro significava fatica, rinunce e tempo sottratto alla vita, Flavia aveva immaginato che scegliere una professione per passione potesse offrirle un’altra forma di emancipazione: non soltanto guadagnare, ma farlo attraverso qualcosa che sentiva suo.
Per questo lo stipendio le sembrava un criterio secondario, quasi estraneo al valore della sua scelta. Poi, però, ha scoperto che anche un lavoro amato può assorbire tutto, chiedere sacrifici e non restituire abbastanza per costruirsi una vita autonoma. E così i soldi hanno smesso di apparirle come una misura meno nobile e sono diventati una condizione concreta di libertà.
I soldi si sudano
Flavia ha 33 anni ed è un’ex ricercatrice. Cresce a a Chiaramonte Gulfi, un comune di ottomila abitanti in provincia di Ragusa, in Sicilia. La sua famiglia possiede un’azienda agricola.
«Il lavoro dell’agricoltore è un lavoro per cui devi investire tanto prima di poterne prendere i frutti. C’erano periodi in cui si notava che dovevamo risparmiare un po’, però non se ne parlava troppo apertamente, di come stessimo».
Dalla cultura imprenditoriale in cui cresce, Flavia assorbe presto una regola.
«L’idea era che quanto più lavori, più puoi guadagnare. E quindi più puoi permetterti di spendere».
Quella regola, però, Flavia non la vede applicata fino in fondo. Il potere d’acquisto della sua famiglia cresce con il lavoro, ma la spesa no. E i soldi restano sempre qualcosa da maneggiare con attenzione.
«A casa mia, quando ero bambina, la pizza si mangiava una volta al mese al massimo. C’era questa idea secondo cui non si comprava cibo fuori, visto che mia mamma poteva tranquillamente cucinare. E anche le vacanze erano viste proprio come un lusso».
Se da bambina Flavia pensava che i suoi genitori lavorassero unicamente per mantenere la propria famiglia, crescendo capisce che nel loro rapporto con il lavoro c’è anche altro: una forma di realizzazione personale, un’ambizione che li spinge a fare sempre di più.
«Il fatto che i miei lavorassero tanto e non potessero esserci, magari a certe cose, alle uscite con gli amici, io l’ho sempre letto così: lo facevano per poterci mantenere. Sul momento non me ne rendevo conto, però speravo tanto di emanciparmi economicamente il prima possibile, per ridurre a loro il carico. Ed è stata una delusione quando sono diventata autonoma e ho visto che, pur non dipendendo più da loro, loro continuavano comunque a lavorare un sacco. È lì che ho pensato: certo, bisogna lavorare tanto per mantenere una famiglia, ma dev’esserci anche quella componente di soddisfazione personale, per cui quanto più riesci a fare, più vuoi fare».
Scoprire una nuova Flavia
Fino alle scuole medie, quella vita di lavoro e risparmio è la normalità per Flavia: cugini e compagni di paese vivono più o meno allo stesso modo. Il primo scarto arriva quando comincia a frequentare il Liceo in città, a Ragusa, e vede da vicino ragazzi cresciuti in un altro modo.
«Al liceo mi ricordo le litigate con mia mamma, perché vedevo che gli altri avevano certi jeans e li volevo anche io. Qualcosa mia mamma provava a comprarmelo al mercato, ma a me già non piaceva, e così iniziavo a cercare le marche o le cose che andavano di moda. Ovviamente per quella sicurezza a livello sociale».
In quel contesto, Flavia inizia a sentirsi un passo indietro rispetto agli altri…
«Mi sentivo quella super arretrata e dicevo: “Ma allora noi siamo poveri”. E loro cercavano di spiegarmi che non eravamo poveri, ma che quei soldi servivano per investire nell’azienda, comprare camion, trattori… Ma a me non interessava niente».
Finito il Liceo, Flavia si trasferisce a Firenze per studiare Biotecnologie mediche. Il confronto con gli altri, si fa ancora più netto.
«Lì mi ricordo il grande shock con quella che tuttora è la mia migliore amica, Caterina. Lei è figlia unica di una famiglia agiata, aveva appese ai muri chissà quante foto di viaggi con i genitori, una camera da letto tutta per sé. Mi ricordo di aver pensato: “Cavoli, forse a me è mancato davvero qualcosa”».
A quel punto Flavia ha ormai capito che ai suoi genitori non mancavano le risorse, ma la libertà di considerare viaggi, esperienze e spazi personali come parti legittime della vita, e non come lussi superflui. E così, il riscatto che immagina per sé, non passa per l’avere più soldi, ma per lo studio, come strada verso una vita più ampia. Dopo la Triennale a Firenze trascorre un mese a Dublino per studiare inglese, poi si iscrive alla magistrale a Padova e, nel frattempo, parte per un Erasmus a Barcellona.
«Ancora oggi considero lo studio il mezzo che mi ha permesso di scoprire il mondo, di scoprire una nuova Flavia, di emanciparmi davvero, economicamente e geograficamente».
Ed è proprio con quello spirito che, dopo la magistrale, accetta un’offerta di dottorato a Barcellona.
«Mi ricordo mio papà che mi chiese: “Quanto ti pagano?”. E io: “Ah, non lo so”. “Ma richiama subito, è la prima cosa che devi sapere: mica ti puoi muovere senza sapere quanto ti pagheranno”. Quando gli ho detto che erano mille euro al mese, mi fa: “Ma sei scema che vai là per mille euro al mese?”. Io però mi ricordo di avergli risposto: “A me non importa, io voglio solo fare il dottorato”».
Quando accetta il dottorato, Flavia non pensa allo stipendio. A muoverla è l’idea di seguire la sua passione, la ricerca. Non immagina che quella vocazione, capace di compensare tutto, avrebbe iniziato, lentamente, a sfiancarla.
«Avevo questo sogno romantico della ricerca, di quante vite avrei salvato. Poi la ricerca è lenta, richiede tanta resilienza, tanta pazienza, che io ho sicuramente sviluppato rispetto al punto di partenza. Però arriva un momento in cui, almeno a me, ha davvero sfiancata».
Flavia passa cinque anni a Barcellona con poco più di mille euro al mese.
«C’è da dire che Barcellona è carissima. Però è anche vero che il livello dei trasporti è eccellente. Quindi, se durante la settimana riesci a stringere un po’ la cinghia, magari ti prepari il pranzo, ce la puoi anche fare. Poi ovviamente arriva il fine settimana, e Barcellona è piena di cose da fare, quindi devi darti un limite di spesa».
L’educazione alla privazione con cui è cresciuta fa sì che Flavia non riconosca subito l’anomalia della propria condizione. Rinunciare ai piaceri era il modo in cui i genitori gestivano il denaro. Con la differenza che loro sceglievano di non spendere, perché preferivano investire nell’azienda. Lei, invece, pur lavorando, non riesce quasi a mettere nulla da parte.
«A Barcellona ho iniziato a ricevere uno stipendio. Eppure, il primo festival me lo sono concesso solo dopo tre anni che vivevo lì».
«È vero, avevo interiorizzato molto questa idea della privazione».
Esiste un altro mondo
Flavia resiste anche perché tutti condividono la stessa situazione e la precarietà sembra una condizione normale.
«Alla fine ero circondata da persone che avevano il mio stesso potere d’acquisto. Quindi ci lamentavamo tutti di quanto fosse precaria la vita di un ricercatore. Poi però inizi a parlare con gente che fa un lavoro molto diverso: vedi che sono capaci di fare molte più cose, che cominciano a pensare di comprare casa, e lì inizi a soffrirne. Ed è quello che è successo a me».
«Soprattutto credo mi sia successo quando ho conosciuto un ragazzo che aveva “soltanto” la laurea triennale in economia e lavorava come recruiter: un lavoro che non ti richiede lo stesso impegno mentale del fare ricerca in laboratorio. E prendeva più del doppio rispetto a me».
Per la prima volta Flavia intravede l’esistenza di un altrove.
«Esiste un altro mondo, in cui ti viene assicurato uno stipendio molto più rispettoso, per non parlare dei benefit».
L’equazione con cui è cresciuta – più lavori, più guadagni – forse valida per il mondo agricolo, si rivela falsa nella ricerca. E Flavia capisce che lo stipendio non è un dettaglio: è ciò che trasforma il lavoro in autonomia, possibilità e futuro.
«Mi sono resa conto di una cosa che mi frustrava un sacco: lavoravo molto, sacrificavo molto della mia vita privata, senza però avere quel ritorno economico che invece vedevo avere ai miei genitori».
A trentatré anni, Flavia vive ancora in una casa condivisa e non vede possibilità di uscita da questa condizione.
«Guardavo questa cosa con una tristezza, come dire: “ma com’è possibile che siamo tutte persone che si smazzano e dobbiamo per forza convivere?”».
A un certo punto Flavia smette di leggere quella precarietà come sfortuna personale e ne riconosce il disegno.
«Il sistema della ricerca si basa sui dottorandi, perché sono giovani, hanno voglia di imparare e sono pagati poco. La ricerca ha bisogno di queste menti curiose, ma se le tiene così proprio perché non ci sono finanziamenti: non è un investimento da cui hai un profitto subito, il profitto semmai lo vedi tra vent’anni. Per questo servono tanti dottorandi, alla base di quella che, se vogliamo chiamarla così, è una piramide. Il problema è che poi, ai vertici, i posti non ci sono».
Non per diventare ricca
Dopo il dottorato, Flavia passa un altro anno di postdoc all’università di Barcellona, dove le regole del gioco restano sempre le stesse. E in quei mesi, senza un episodio preciso a scatenarla, matura la consapevolezza che il lavoro che aveva scelto contro ogni calcolo, quello che doveva ripagarla in senso più che in denaro, era diverso da come se l’era immaginato.
«Secondo me è un po’ quella trappola di chi romanticizza troppo una sua idea, un suo sogno, e poi si scontra con la realtà. La scienza mi piace, continua a piacermi, però quando leggi un articolo vedi soltanto quello che affiora; tutto quello che c’è sotto non lo vedi, ed è fatto di tanto stress e tanta frustrazione».
Da quel lento disincanto Flavia esce con un’idea del lavoro capovolta rispetto a quella di partenza, nella quale sembra non esserci più spazio nemmeno per quella soddisfazione personale che aveva riconosciuto nei suoi genitori.
«Adesso vedo il lavoro semplicemente come il mezzo che mi permette di avere i soldi che, nel sistema capitalista in cui viviamo, sono ciò che ti permette di vivere la tua vita».
Flavia sceglie così di lasciare l’università e Barcellona. Torna a Chiaramonte, dove passa un anno a casa dei genitori. Qui, con l’aiuto di un career advisor, prova a ricomporre ciò che fino a quel momento le era sembrato inconciliabile: un lavoro capace di darle soddisfazione, ma anche la sicurezza economica necessaria per costruirsi una vita.
«Non volevo semplicemente passare dall’accademia all’industria: volevo davvero essere felice nel mio lavoro, cosa che negli ultimi anni ormai non ero, perché lo vivevo con tanta ansia».
«Ho anche deciso di cambiare proprio ruolo: non voglio più fare la ricercatrice».
Nell’anno che segue, in cui si dedica alla ricerca di un lavoro, arriva un’offerta che la mette davanti a una cifra mai vista.
«Mi avevano proposto uno stipendio da 70.000 sterline all’anno, quanto avevo guadagnato in tre anni di lavoro. Per me era: “Wow, com’è possibile che io, che finora ho sempre dovuto fare i conti, la stessa persona, in un altro contesto valga il triplo?”».
Quella cifra, però, non basta a convincerla. Per quanto dica di aver ridimensionato il lavoro a un mezzo per vivere, nei fatti Flavia continua a cercare qualcosa che sia coerente con ciò in cui crede.
«Non mi faceva dormire la notte il fatto che quell’azienda si occupasse di pesticidi. Anche perché negli ultimi anni, dal dottorato al postdoc, mi sono specializzata in cancro colorettale, che è molto legato al cibo che assumi. E quindi, insomma…».
Flavia continua a cercare e alla fine accetta di lavorare in una startup, con un ruolo commerciale, e uno stipendio leggermente più alto.
«Lo stipendio migliora rispetto a quello da postdoc, perché passo da 27.000 a 34.000 euro di RAL».
Il miglioramento Flavia lo misura in piccoli dettagli, che per lei contano.
«Ho visto che dovrò continuare a convivere, ma sicuramente in una casa molto più carina, con il mio bagno privato: sembrano sciocchezze, però almeno lì ci vedo quel salto in più. Altrimenti tutto questo casino che ho fatto, mollare la città con un sacco di amici eccetera, per cosa?».
Alla fine, facendo i conti, Flavia non chiede molto. Chiede che quella regola in cui è cresciuta – investire prima, raccogliere poi – finalmente le renda qualcosa.
«Spero di vedermi, non so in che città o in che azienda, ma semplicemente in un lavoro che finalmente mi permetta questa libertà: di affittare casa, ma anche di risparmiare a sufficienza per poter, se un giorno vorrò, comprare casa, mettere radici. Semplicemente quella libertà economica, non per essere ricca, ma per non dovermi limitare in quello che vorrei fare».