Guadagno seimila euro al mese e questo condiziona tutte le mie relazioni
Avere più degli altri non è un fatto neutro. Si insinua nelle relazioni, cambia le dinamiche in famiglia, costringe a nascondere le vacanze al parco giochi. Sofia guadagna seimila euro al mese e ha imparato a non dirlo quasi a nessuno. Perché il privilegio economico porta con sé un disagio silenzioso che nessuno nomina mai – e che è molto più difficile da gestire di quanto sembri.
Avere più degli altri non è un fatto neutro. Si insinua nelle relazioni, cambia le dinamiche in famiglia, costringe a nascondere le vacanze al parco giochi. Sofia guadagna seimila euro al mese e ha imparato a non dirlo quasi a nessuno. Perché il privilegio economico porta con sé un disagio silenzioso che nessuno nomina mai – e che è molto più difficile da gestire di quanto sembri.
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Ascolta il podcast della puntata:«Se guadagni tre volte quello che guadagna la persona con cui mangi la pizza, è anche normale che a un certo punto paghi e basta. Però poi le relazioni vengono condizionate da questo, perché si insinua quel tarlo secondo cui sono sempre io quella che paga».
Avere più degli altri non è un fatto neutro. Spesso porta con sé un disagio che si insinua nelle amicizie e in famiglia, una difficoltà a stare dentro alle conversazioni più semplici senza sentire di occupare una posizione diversa. E a un certo punto, qualcosa nelle relazioni si modifica. Anche se nessuno lo dice apertamente.
Un’infanzia di privazioni
Sofia ha cinquant’anni e vive in un piccolo paese in provincia di Como. Ogni mattina attraversa la frontiera per andare a lavorare in Svizzera, dove dirige da quasi vent’anni un servizio pubblico che si occupa dell’integrazione degli stranieri. Ma per capire cosa significa, per lei, vivere oggi su quel confine – geografico ed economico – bisogna tornare indietro.
Sofia nasce in una famiglia in cui i soldi non ci sono. Sua madre rimane incinta prima dei diciotto anni, mentre frequenta ancora il liceo. Suo padre, anche lui diciottenne, lavora nel panificio dei suoi genitori.
«Il lavoro di lui era il lavoro della ditta di famiglia, ma non è che ricevesse uno stipendio. Con quella mentalità di una volta, non hanno mai pensato di metterlo in regola subito appena ha iniziato. E tuttora lui deve andare in pensione e si è reso conto solo di recente di aver perso molti anni di contributi».
Dall’altra parte, nella famiglia di sua madre, i nonni di Sofia hanno entrambi un lavoro stabile e un’idea ben radicata di cosa conti davvero nella vita: la cultura, prima di ogni altra cosa.
«Al punto che quando si sono sposati hanno scelto di comprare a rate gli Struzzi – quelli neri della Einaudi – anziché l’automobile».
Da quei due mondi, dentro casa di Sofia, arrivano anche due modi opposti di relazionarsi con il denaro.
«Il filo conduttore è sempre stato quello di papà che spendeva più di quello che avevamo, e la mamma che cercava di tenere ordine in una confusione dovuta al fatto che, ovviamente, queste due mentalità insieme non stavano».
Quella di suo padre, però, non è solo incoscienza. È una filosofia.
«Il motto di mio padre tuttora è che “per andare in malora non ci vuole miseria”, che significa: “se dobbiamo andare in malora, facciamolo bene, godiamocela”. È il tipo di persona che nei momenti di crisi, anche se i soldi non ci sono, ti propone di andare al mare. Che ok, magari non sarebbe il caso – però quella cosa lì è il sale della vita. Non è che si può sempre fare sacrifici».
Due mentalità in collisione
La scelta su cui le due mentalità entrano definitivamente in collisione è una casa. Suo padre decide di costruirla da zero. Una casa esagerata rispetto ai loro mezzi, con stanze su più livelli e un portico interno. Sua madre non è d’accordo, ma il progetto va avanti lo stesso.
«Ricordo che già nel progettarla c’era qualcosa di amaro: si sapeva che sarebbe andata male perché era davvero enorme».
A un certo punto i soldi per finirla non bastano più. Il rustico è in piedi, ma mancano gli allacciamenti, i pavimenti, tutto. La banca pignora. E per evitare l’asta, inizia una corsa contro il tempo per estinguere il mutuo entro una certa data. In paese, però, qualcuno lo viene a sapere. Sono persone interessate a comprare quella casa, che si presentano l’ultima sera disponibile con una valigia di contanti – cento milioni in lire – la cifra esatta per estinguere il mutuo. La casa ne valeva molti di più, ma i genitori di Sofia non hanno scelta. Svendono il rustico e si tirano fuori da quella storia. Quello che resta dentro Sofia, dopo questa vicenda, è una lezione precisa.
«Non fare i passi più grandi della gamba, ovviamente. E anche che non ne vale la pena rovinarsi la vita per una casa, per avere le stanze su palchi e il portico interno».
Soffrire la mancanza di soldi
Mentre la storia della casa precipita, i suoi genitori si separano. Sofia frequenta le superiori al liceo classico di Como, in mezzo a figli di medici, di avvocati e della classe dirigente della città. Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza la mancanza di soldi diventa una sofferenza vera.
«Andavo a mangiare da mio papà e tornavo a casa con l’avanzo dei ravioli per mia mamma. Non avevamo davvero i soldi, e venivo discriminata a scuola perché ero diversa dalle mie compagne. Loro avevano le Superga del colore della maglietta, e all’epoca c’erano i pantaloni della Benetton in tinta con tutto il resto. Io avevo i vestiti dei sacchi, gli scarti. Ho fatto il primo anno di superiori con il Montgomery che mi era stato comprato e quando ero in classe, non l’ho mai tolto».
Intanto, sua madre trova un lavoro come bibliotecaria. Ma con tre figli, e un ex marito che non passa praticamente nulla, lo stipendio non basta. In quella situazione comincia a maturare dentro Sofia il sentimento nei confronti del denaro che ancora oggi l’accompagna.
«Prima di tutto la ferma convinzione che avrei dovuto avere i soldi per mantenere me stessa e gli eventuali figli con una stabilità vera».
«E poi l’ingiustizia sociale. Stavo con compagni di classe che spendevano tre milioni all’epoca per noleggiare la sala della festa dei diciotto anni. E pian piano metti insieme i pezzi di cosa è giusto e cosa è sbagliato».
Costruirsi la propria strada
Dopo il liceo, Sofia si iscrive a Scienze dell’Educazione alla Cattolica di Milano. Sua madre, nonostante le ristrettezze economiche, non ha nessun dubbio: i suoi figli faranno l’università. Sofia ottiene la borsa di studio massima, con la quale le pagano persino i mezzi e i buoni pasto. Oggi riconosce un’attitudine che lei e i suoi fratelli hanno acquisito grazie alla fatica di quegli anni.
«Siamo cresciuti tutti e tre abituati a fare senza. Quello che vedo di differente rispetto a tanti miei coetanei è che noi non abbiamo paura di essere senza soldi, perché sappiamo che fa niente, che si può ridere anche quando a colazione hai il pane del giorno prima e i biscotti non si comprano. È ovvio che quel poco non deve essere troppo poco. Ma la maggior parte di quello che ci concediamo, si può anche non avere».
Finita la Triennale, Sofia si iscrive a un master a Venezia in Integrazione degli stranieri, all’epoca uno dei pochissimi in Italia. Per ottenere l’attestato deve fare uno stage, ma in Italia nessuno le risponde. È a quel punto che decide di provare oltre confine.
«A Lugano, al telefono, senza avermi mai vista, mi hanno detto: “Stiamo proprio cercando una persona formata. Non c’è speranza che tu rimanga a lavorare qui perché sei italiana, però ti diamo dei contatti”. Ho fatto tre mesi gratuiti nel centro dove lavoro ancora adesso, poi da lì ho avuto un monte di duecento ore, poi un contratto di ancora ore, e così via. Sono passati venticinque anni e sono ancora qui».
Oggi Sofia, in quello stesso posto, ha un contratto a tempo indeterminato e dirige 25 persone. Si è anche sposata e ha due figlie. Il suo stipendio è cresciuto in proporzione alla responsabilità. Quando è partita prendeva intorno ai duemila euro al mese. Oggi ne prende seimila. Ed è pienamente consapevole che le stesse competenze, a pochi chilometri di distanza, valgono in modo radicalmente diverso.
«La laurea in Scienze dell’Educazione da questo lato della frontiera è considerata una specializzazione vera, una competenza seria. In Italia è praticamente come se non ce l’avessi. Qui sono considerata una professionista».
L’iniquità con cui vengono trattate in Italia le sue colleghe, per Sofia, ha un volto preciso.
«Le educatrici in Italia girano in macchina tutto il giorno, cambiano posto di lavoro quattro volte in una giornata e prendono sette euro all’ora. Trovo che sia una cosa per cui bisognerebbe scendere tutti in piazza. È un lavoro di una responsabilità pazzesca, chiave per il benessere di moltissime persone, e viene trattato come se non fosse nemmeno un lavoro».
Non parlare di soldi
Lo stipendio di Sofia è superiore alla media italiana della maggior parte dei lavori, non solo di quelli da educatrice. E forse proprio per questo Sofia ha sviluppato una postura precisa: non parlare mai di quanto guadagna.
«Non lo sa quasi nessuno. A parte che non è che uno venga a dire quanto guadagna, ma a maggior ragione per imbarazzo».
E quando è impossibile non farlo vedere, perché la differenza di tenore di vita emerge comunque, Sofia prova a stemperarla.
«Due anni fa sono andata qualche giorno a Rimini con le ragazze, a inizio estate. Sono tornata e al parco giochi un’altra mamma mi ha chiesto: “Ma poi vai via ancora?” Mi si è gelato un po’ il sangue, perché le nostre vacanze erano ad agosto in Portogallo. Ero andata tre giorni a Rimini e per me era una cosa da niente. Non mi sento in colpa perché vado in Portogallo ma allo stesso tempo non mi piace creare quella situazione che tanti invece creano apposta, di vantarsi di quello che possono fare. Mi sento subito a disagio per il fatto che io possa andare due settimane in Portogallo ad agosto e anche a Rimini a giugno».
«Non mi piace fare la parte di quella che può, di fronte a gente che non può».
Dentro la famiglia, però, la stessa dinamica produce effetti più ambigui.
«Passiamo tantissimo tempo tutti insieme in famiglia. E quando andiamo a prendere le pizze, mi viene naturale allungare la mia carta o andare io a prenderle. Se guadagni tre volte quello che guadagna la persona con cui mangi la pizza, è anche normale che a un certo punto paghi e basta. Ma poi le relazioni vengono condizionate da questo, perché si insinua quel tarlo secondo cui devo pagare sempre io».
«Il fatto che la zia Sofia faccia sempre regali più grandi di tutti gli altri è normale da un lato perché se sei quella che guadagna tre volte tutti gli altri adulti della famiglia, è ovvio. Però nello stesso tempo rischia di creare dinamiche falsate da questo aspetto, perché i bambini stessi piano piano tendono a chiedere di più».
C’è poi la differenza interna alla coppia. Sofia guadagna tre volte più di suo marito, che è dipendente in un negozio in Italia. E che non ha mai mostrato imbarazzo per questa condizione. Ma ancora una volta, è il mondo esterno a sottolineare l’inusualità di quella situazione.
«Una volta un’amica ha fatto una battuta a mio marito, ha detto: “Vabbè, d’altra parte non la lascerai mai perché hai i soldi, no?”. Ma in che senso? Scusa, perché altrimenti mi lascerebbe? Perché non c’è altro motivo per stare con me che non il fatto che porto a casa più soldi? Di cosa stiamo parlando?».
Il privilegio di cui sa di godere, Sofia cerca di farlo ricadere indirettamente anche sul resto della società.
«Di mestiere lotto contro l’ingiustizia sociale tutto il giorno. E cerco anche di fare in modo che la qualità della vita delle persone che mi sono più vicine sia migliore grazie al mio lavoro».
Quanto a lei, sa che ogni privilegio ha un’altra faccia della medaglia. Che nel suo caso è la mancata libertà di cambiare.
«Non posso cambiare mestiere perché nessun posto di questo tipo assumerebbe una frontaliera – negli anni questa cosa si è inasprita. Quindi non posso cambiare mestiere».