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Mrs. Veggy: «Per anni ho risparmiato su tutto, anche su di me»

C’è una differenza tra spendere e investire in sé stessi, e non sempre la vediamo. Alcune spese ci prosciugano, altre ci restituiscono qualcosa di prezioso: tempo, energia, leggerezza, cura. Per Clarissa, oggi, quella differenza ha la forma di un cappuccino al bar. Un gesto minimo, quasi insignificante. Eppure sono spesso le scelte più piccole a raccontare meglio di tutto che idea abbiamo del denaro, di noi stesse, e di quanta cura pensiamo di meritarci.

Tempo di lettura: 11 minuti

Mrs Veggy
Clarissa Morena, Mrs Veggy
https://open.spotify.com/episode/3HSrQGiB4SwZ0U2ZKRXwkX?si=775b283bb58d4e06

«Io dovevo spendere il meno possibile e concedermi il meno possibile: era questa la mia mentalità. Volevo raccontarmi che mi andava bene così, che avevo bisogno di poche cose. Poi piano piano ho capito che non era vero. Adesso, per esempio, vado più volte a settimana a bermi il cappuccino al bar. È un piccolissimo investimento economico, ma in cambio guadagno tantissimo in salute mentale».

Spendere consapevolmente significa imparare a riconoscere quali spese ci svuotano e quali, invece, ci restituiscono qualcosa: tempo, energia, leggerezza, cura. Per Clarissa, questa domanda oggi passa anche da un cappuccino al bar. Una cosa piccola, quasi banale. Ma a volte sono proprio le spese più piccole a rivelarci che idea abbiamo del denaro, di noi stesse, e della vita che pensiamo di meritarci.

Di soldi non si parla, mai

Clarissa, conosciuta sui social come Mrs. Veggy, ha trentadue anni, vive ad Arona, sul Lago Maggiore, ed è una delle voci più seguite della cucina vegetale in Italia. I primi fotogrammi della sua vita si collocano a Stresa, dentro il ristorante che la madre e i suoi fratelli gestiscono da generazioni. L’unica forma di lavoro di cui sente parlare è quella lì, autonoma, imprenditoriale.

«Quando sono entrata nel mondo del lavoro mi sono resa conto che non avevo neanche idea di cosa fosse uno stipendio medio. Entrambi i miei genitori lavoravano in proprio, quindi non sapevo nulla di contratti, di dipendenti… Sono arrivata all’età adulta un po’ spaesata».

Suo padre nasce come cuoco e poi, assieme alla madre di Clarissa avvia, parallelamente al ristorante, un’impresa di taxi boat sul lago. Quando Clarissa ha 4 anni, i suoi genitori si separano. E la madre lascia al padre quasi tutto: la casa, la barca con cui lavoravano insieme. Da lì in poi, la loro condizione economica inizia a divergere rispetto a quella del resto della famiglia.

«Alle superiori magari uscivo con cinque euro in tasca… Mia cugina, invece, ne aveva venti. Eravamo leggermente svantaggiate, proprio a causa del divorzio, però non siamo mai stati male».

Anche se in casa nessuno ne parla, il denaro è ovunque. Perché nelle famiglie dove le attività si tramandano di generazione in generazione, il successo economico finisce per diventare il linguaggio implicito con cui ci si parla.

«Loro hanno dedicato la loro vita al lavoro, per cui chi più guadagnava, più aveva successo nella vita. Per loro era così».

«Chi ha i soldi vale di più, sostanzialmente».

Da quella equazione, Clarissa eredita un obiettivo.

«Fin da giovane ho sempre desiderato essere ricca».

La scoperta di una passione

A 15 anni, come tutte le sue cugine, Clarissa inizia a lavorare nei weekend nel ristorante di famiglia.

«All’inizio non ero molto portata. La cosa che si fa automaticamente nel ristorante di famiglia è andare in sala. Io sono sempre stata molto introversa, molto timida, per cui per me era difficilissimo. Finché non ho provato a entrare in cucina. Non si era mai considerata l’opzione di mettere qualcuno in cucina, specialmente una femmina. Invece, io lì ho trovato la mia dimensione».

Finito il Liceo Scientifico, Clarissa sa già cosa le piacerebbe fare nel suo futuro: lavorare nel mondo della pubblicità. La sua prima scelta è l’Accademia di Comunicazione di Milano, una scuola privata. Ma è molto costosa, e sua madre glielo dice chiaramente.

«Lei mi ha detto subito: “No, costa troppo”. E io, non capendo bene la nostra posizione economica nel mondo, ho accettato senza insistere. Col senno di poi penso che avrei insistito un po’ di più perché mi venisse concessa questa possibilità. E penso che anche lei, ad oggi mi farebbe andare».

Si iscrive allora al Politecnico di Milano, dove studia design della comunicazione. E continua, come fa da quando ha quindici anni, a lavorare nei weekend al ristorante di famiglia. Quei soldi le danno qualcosa che ha sempre voluto: l’indipendenza.

«Compravo un po’ di vestiti, uscivo. Ho sempre voluto fare un po’ la grande, quindi anche all’università tendevo a pagarmi tutto da sola».

Ma non solo: con quei soldi, Clarissa, comincia a costruire ciò che desidera da quando è bambina: il suo gruzzolo. Quando si laurea in Triennale, nel 2016, ha già messo da parte molti soldi.

«Avevo da parte ottomila euro. Avendo sempre lavorato solo il weekend, secondo me era un gruzzoletto abbastanza sostanzioso».

L’ingresso nel mondo del lavoro

Dopo la Laurea, insieme al suo fidanzato, attuale marito, decidono di trasferirsi ad Arona e di iniziare a costruire lì il loro percorso professionale.

«Rimanere a Milano significava fare dei sacrifici diversi. Tutti i nostri compagni di Università lavoravano fino a tardi, facevano un sacco di stage non retribuiti o retribuiti malissimo. E noi non eravamo disposti».

Entrambi iniziano subito a lavorare come graphic designer freelance. E Clarissa si accorge che il modello con cui è cresciuta secondo cui più lavori, più diventi ricca, in concreto, vuole dire una sola cosa: non smettere mai.

«Mia sorella e le mie cugine, anche quando hanno avuto il loro lavoro, hanno continuato a fare i weekend al ristorante di famiglia. Lavoravano sette giorni su sette. Io, invece, sono stata l’unica che, nel momento in cui ho finito la stagione, l’anno della laurea, ho deciso di non tornare più».

In famiglia, però, non la prendono bene.

«Per loro non era concepibile che io preferissi avere del tempo libero rispetto a guadagnare un po’ di più».

Un percorso difficile

È una linea di frattura piccola, ma per Clarissa è fondamentale perché per la prima volta mette un confine tra sé e l’idea di ricchezza che le è stata insegnata. Avviare la sua attività da freelance, però, si rivela molto più faticoso del previsto: è giovane, neolaureata e fatica a farsi affidare lavori. Il suo compagno, nello stesso settore, ha invece un percorso più rapido.

«Probabilmente lui aveva un modo di fare più “da adulto”, ed essendo maschio, magari era anche più facile per le persone affidarsi a lui. E quindi, per tanti anni, ho lavorato un po’ di rimando da lui: avevo qualche cliente mio, ma gestivamo soprattutto clienti che trovava lui».

Nei primi tempi Clarissa non guadagna quanto basta e questo condiziona molto il suo benessere.

«Mi faceva sentire un po’ inadatta, un po’ meno utile alla famiglia, alla coppia. E in generale non abbastanza adulta. Non riuscire a essere completamente indipendente dal punto di vista economico per me è stata una grande sofferenza».

Benché abbia rinunciato all’idea di diventare ricca, il denaro continua a misurarla. La quantità è cambiata, ma il principio no: il valore di una persona, e in particolare il suo valore di adulta, resta legato a quanto denaro ha da parte. E così, per anni, Clarissa tira la cinghia sempre di più.

«Col senno di poi mi dicevo che non mi interessavano i vestiti, che non mi interessava niente… non andavo nemmeno dal parrucchiere. Mi facevo problemi anche a comprarmi un mollettone da un euro, se avevo bisogno. Anche se con mio marito ci dicevamo di stabilire il nostro potere economico come nucleo familiare e non come singoli, di fatto a me pesava non guadagnare abbastanza. Non mi sentivo all’altezza di quello standard che avevamo stabilito».

Proprio in quegli anni di stipendi traballanti, Clarissa e il marito prendono una decisione importante: comprare casa. Lei ha la partita Iva e guadagni discontinui, lui non ha ancora un contratto a tempo indeterminato: la banca non concederebbe loro un mutuo. È il suocero a entrare nel mutuo come terzo richiedente, per permettere all’operazione di andare in porto. Poi, all’ultimo momento, succede una cosa che Clarissa non si aspettava. Sua madre tira fuori un gruzzoletto.

«Mio papà non ha mai pagato gli alimenti, e mia mamma, guadagnando abbastanza, ha fatto questa cosa simbolica – che poi alla fine tanto simbolica non era: ogni mese prendeva la cifra che avrebbe dovuto ricevere e la metteva via in un fondo per me e mia sorella, senza dirci niente. Alla fine, quando è stato il momento, mi ha detto: “Senti, ho messo via questi soldi negli anni, ti interessano?”. Sono comparsi all’ultimo minuto, e lei, a sorpresa, ha tirato fuori ventimila euro».

L’avvento di Mrs Veggy

Quei ventimila euro sistemano la pratica della casa. Ma non spostano il problema di fondo. Clarissa continua a guadagnare poco, a sentirsi in difetto, a misurarsi con la sensazione di non bastare. Poi arriva il 2020 e con la pandemia Clarissa si ritrova quasi completamente senza lavoro. Così passa le giornate a cucinare. Ha da poco scoperto il mondo della nutrizione, è diventata vegana ed è il marito a suggerirle di aprire un profilo Instagram per condividere le sue ricette. Nasce così Mrs Veggy.

«All’inizio era solo per chi mi seguiva. Non c’era nessun tipo di ambizione: lo facevo giusto per essere un po’ utile a chi mi conosceva, a chi voleva».

Cresce, prima lentamente poi in modo più netto. Nel 2022 firma con l’agenzia che la segue ancora oggi. Ed è lì che Clarissa capisce, per la prima volta, che quello può essere un lavoro vero.

«Loro hanno visto del potenziale in me. Sono stati i primi a dirmi: “Ok, ci piaci, secondo noi puoi lavorare bene”. E già questa è stata una cosa che mi ha un po’ alzato l’autostima».

«E poi la questione economica ovviamente mi ha fatto subito sognare. È stata un po’ la svolta, proprio perché in quel momento ho realizzato che potevo dedicargli il tempo che meritava un lavoro».

«Nel momento in cui mi hanno spiegato un po’ le cifre, ho detto: “Ok, allora forse, se mi ci dedico, merita un piccolo investimento di energie e di tempo da parte mia”. Lì ho cambiato approccio: non lo facevo più nel tempo libero, ma era il mio tempo principale».

Per la prima volta nella sua vita, Clarissa guadagna a sufficienza. Anzi, di più. E per la prima volta, i ruoli economici dentro la coppia si invertono.

«Per la prima volta ho sentito che ce la potevo fare, anzi che potevo fare anche di più. E che potevo restituire a lui un pochettino il favore che mi aveva fatto in tutti quegli anni in cui era stato lui a sostenere di più la famiglia».

A quel punto è il marito a potersi permettere di sperimentare. Lascia il lavoro da freelance, prova a fare il commesso in un grande negozio di elettronica e infine trova un impiego come dipendente nel marketing.

L’altra faccia della medaglia

Mentre la coppia trova un nuovo equilibrio, però, dentro Clarissa qualcosa si incrina. Diventare un personaggio pubblico e vivere dentro un mondo in cui il confronto è il combustibile principale di ogni interazione apre un fronte che lei non aveva previsto.

«Avevo sempre questa impressione che gli altri fossero più bravi, più preparati, che riuscissero meglio, che loro ce l’avrebbero fatta e io a un certo punto avrei smesso. Guardavo continuamente gli insights, i dati, mi sembrava sempre troppo poco. Avevo paura che, se un cliente mi cercava, prima o poi avrebbe scoperto che in realtà non andavo bene come sembrava, e non mi avrebbe più voluta. Avevo sempre questi pensieri».

«Tendevo a misurare il mio valore come persona con quello che produceva il mio personaggio lavorativo».

Ridisegnare il concetto di ricchezza

A un certo punto, qualcosa si rompe e Clarissa attraversa quella che lei stessa definisce una crisi profonda. Attraverso la psicoterapia impara a prendere sul serio la sua salute mentale. E inizia a indagare sul suo rapporto con i soldi.

«Non ho lavorato direttamente sul denaro, ma più in generale sul mio stile di vita, che era incentrato sulla frugalità. Dovevo spendere il meno possibile, concedermi il meno possibile: era questa la mia mentalità. Volevo sentirmi distaccata dagli oggetti materiali, volevo avere la sicurezza dei soldi risparmiati per qualsiasi evenienza. Volevo raccontarmi che mi andava bene, che avevo bisogno di poche cose. Invece poi piano piano ho capito che non era vero. Adesso vado più volte a settimana a bermi il cappuccino al bar: è un piccolissimo investimento economico, ma in cambio guadagno tantissimo in salute mentale. Prima, per me, spendere dieci-quindici euro a settimana in cappuccini era inaccettabile, uno spreco enorme di soldi. Adesso mi rendo conto che è un investimento, non è una spesa e basta».

L’idea che a quindici anni le faceva da bussola – diventare ricca – Clarissa oggi l’ha riempita di un altro significato. Perché ricchezza, vuol dire anche avere la possibilità di prendersi cura di sé senza chiedere il permesso al proprio senso di colpa. E il cappuccino, ogni mattina, è un piccolo investimento in quella forma di ricchezza.

«Per me i soldi sono uno strumento. Sembra un concetto banale, ma prima per me i soldi erano un valore universale. Adesso sono uno strumento per stare meglio».

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