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di Rame

Quei 50mila euro ricevuti per la morte di mio padre, che non ho toccato per 30 anni

Claudia cresce tra due visioni opposte del denaro e, dopo la morte del padre, si ritrova giovanissima a gestire una somma importante senza alcuna educazione finanziaria, imparando da sola a darle un valore. Intanto affronta anni di lavoro precario, stage non pagati e stipendi insufficienti che le impediscono di raggiungere l’indipendenza economica in Italia, fino alla scelta dolorosa di trasferirsi in Svizzera per costruirsi una stabilità.

Tempo di lettura: 12 minuti

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Claudia B.

Ascolta il podcast della puntata:

«Non sono stata capace di trovare un lavoro dignitoso, nonostante mandassi una media di dieci curriculum a settimana. Niente. A un certo punto ho dovuto arrendermi e andare via. E questo mi fa rabbia, perché sono profondamente legata al mio paese, ma non ho avuto la possibilità di costruirmi una vita professionale in Italia come avrei voluto».

Quando il mercato del lavoro non è in grado di garantire indipendenza economica, andare via diventa l’unica strada percorribile. Una strada che porta lontano dagli affetti più cari e lontano dalla terra in cui si è cresciuta. La storia di Claudia racconta la frattura tra il bisogno di stabilità e il prezzo che si paga per averla.

La rabbia del padre

Claudia ha 46 anni, è originaria di Verona e vive a Lugano, dove è la responsabile eventi di un importante centro culturale. In Svizzera ci è arrivata nel 2012. Trent’anni prima, suo padre aveva vissuto lo stesso sradicamento, lasciando la Sicilia alla volta del Veneto.

«Mio papà era il classico impiegato statale venuto dal Sud, con un concorso vinto agli uffici finanziari e il posto fisso che “non si lascia mai”. È venuto su a trent’anni, lasciandosi alle spalle tutto, con quella rabbia che ti rimane perché te ne vai dalla tua terra, che non è riuscita a darti quello che stavi cercando. Un po’ la stessa identica cosa che ho fatto io».

Insieme alla rabbia, c’è anche un’altra cosa che Claudia eredita dal padre.

«Lui era della scuola di pensiero per cui, prima di buttare, si ripara. Ed era bravissimo, sapeva arrangiarsi in tutto. Mi fa ridere perché poi mi sono trovata un marito che è uguale: probabilmente in lui ho ritrovato proprio questo, la capacità di arrangiarsi, di farsi i lavori da solo, di mettersi in gioco prima di tutto. Proprio da lui ho imparato il senso del risparmio».

Quell’attitudine, però, non nasceva solo dal contesto siciliano, o dallo stipendio statale che doveva bastare a una famiglia di quattro persone. Bensì da un padre – il nonno di Claudia – che del non spendere aveva fatto uno stile di vita.

«Era avaro con la moglie, era avaro con i figli. Ha fatto una vita misera, all’insegna del non spendere a qualunque costo. Questa volontà eccessiva di risparmiare fino all’ultimo centesimo, privandosi di tutto, ha creato nei figli una grande frustrazione. E poi, successivamente, ha innescato un sentimento di rivalsa».

La madre, e il giuramento di indipendenza

La madre di Claudia, al contrario, aveva un rapporto con il denaro molto più sereno. Figlia di un affermato dentista del centro di Verona, era stata abituata a tutto un altro stile di vita.

«Mio nonno portava mia mamma in giro, le ha fatto vedere l’Italia. Erano i tempi in cui si stava un mese al mare e un mese in montagna… pensarci adesso mi fa sorridere. Lei era quella che ci comprava il capo d’abbigliamento che magari costava tanto, ma durava molto. Non buttava i soldi, questo no, però con lei c’era una capacità di spesa più serena, più rilassata, mentre con mio papà era sempre tutto più morigerato».

Quando Claudia ha 4 anni i suoi genitori si separano. La madre aveva smesso di lavorare alla nascita di Claudia, usufruendo della cosiddetta baby pensione, un meccanismo previdenziale degli anni Settanta che permetteva alle donne di andare in pensione dopo pochi anni di servizio. A salvarla dalla dipendenza totale dal marito è un piccolo appartamento sul lago di Garda, ereditato dalla nonna, dove portava Claudia e sua sorella.

«Perciò, aveva un’indipendenza economica, anche se non notevole. Ma per me è stata la salvezza, altrimenti sarebbe stata dipendente da quello che mio padre le dava o non le dava, e questo avrebbe rovinato il nostro tenore di vita. Penso che quella sia stata per me la molla che mi ha fatto scattare il desiderio di dire: io non vorrò mai dipendere da un uomo, mai nella mia vita. Dovrò sempre essere indipendente».

Il gruzzolo che non si tocca

Quando Claudia ha 15 anni, suo padre muore. Era andato in pronto soccorso lamentando i sintomi di un infarto, ma l’avevano rimandato a casa. L’infarto poi era arrivato, la famiglia aveva fatto causa all’ospedale e aveva vinto. A diciotto anni, Claudia e la sorella si ritrovano con un conto in banca con più di cinquantamila euro.

«Era il risarcimento che l’avvocato era riuscito a ottenere dall’ospedale, più la polizza vita che mio padre aveva stipulato. Era una persona molto previdente. Per esempio, aveva comprato l’appartamento con una clausola per cui, in caso di decesso, l’appartamento rimaneva alle figlie senza dover continuare a pagare il mutuo. Lì ho cominciato a rendermi conto di quanto fosse attento su tutti questi aspetti, e della responsabilità con cui agiva per tutelare noi figlie».

Nessuno, però, insegna a Claudia e a sua sorella a usare quei soldi.

«Lì c’era una grande impreparazione. Mia madre non ha nessun tipo di conoscenza finanziaria, e quando abbiamo raggiunto la maggiore età ci hanno consegnato questo famoso bancomat, ma senza dirci: “ragazze, parliamone un attimo”. Eravamo sole con un consulente bancario che ogni tanto ci suggeriva di investire qua o là, in modo da avere una cedola ogni tot, tipo una paghetta.

«Analfabetismo finanziario cavalcante: ci siamo dovute barcamenare, arrangiare un po’».

Le due sorelle reagiscono a quella improvvisa disponibilità economica in modo opposto.

«Io li ho spesi solo per cose che ne valessero davvero la pena: esperienze formative, di lavoro, di viaggio. Mai in stupidate. Mia sorella, invece, ha avuto una fase di spending abbastanza elevata. Lei poi faceva grafica, aveva a che fare con i Mac che cominciavano a uscire e costavano un sacco di soldi. Io guardavo quello che faceva lei per non farlo io».

Gli anni del lavoro che non basta mai

Quel gruzzolo, Claudia, non lo ha ancora toccato, ma di questo parleremo dopo. Intanto Claudia si iscrive a Scienze della Comunicazione, a Trieste. Si appassiona subito di giornalismo, scrittura e geopolitica, e una volta laureata inizia subito a fare stage nel settore.

«Avendo un bacino enorme di studenti di Scienze della Comunicazione lì a Trieste, tutte le realtà del settore ne attingevano a piene mani. Gratuitamente».

Finita l’esperienza di stage non retribuita a Trieste, Claudia vince una borsa di studio di tre mesi all’Ansa di Londra. ma quando arriva, capisce che con quella cifra a Londra non si vive nemmeno una settimana.

«Sono andata subito a cercarmi un lavoro a Londra, qualcosa di compatibile con l’Ansa, e ho scoperto il mondo dei pub. Lì tu fai la cameriera e loro in cambio ti danno la camera e da vivere. Mi si è aperto un mondo».

Siamo nel 2005, quando la borsa di studio finisce, la caporedattrice le propone di rimanere, ma senza stipendio. Claudia declina l’offerta ma rimane a Londra per un altro anno, finché non la richiama il caporedattore della televisione di Trieste per cui aveva fatto lo stage prima di partire, offrendole un posto di lavoro. Il giorno dopo è su un aereo per l’Italia.

«Era bellissimo, avevamo una redazione giovane, conoscevo praticamente tutti perché avevamo fatto l’università insieme. Il clima era meraviglioso, ma lo stipendio era da fame».

Claudia guadagna 500 euro al mese facendo la giornalista televisiva. Così, per arrotondare, scrive anche degli articoli per il quotidiano locale.

«E qui non mi vergogno a dirlo: ogni articolo ce lo pagavano dieci euro. Nel frattempo ero diventata pubblicista e il mio tentativo di andare avanti continuava, ma quei guadagni erano inaccettabili. Non era un’indipendenza finanziaria».

La partenza

Claudia ha 25 anni e decide di investire ancora sul proprio futuro, studiando: vince una borsa di studio per un master in giornalismo ambientale e si trasferisce a Roma, dove, con il gruzzoletto messo da parte a Londra si paga l’affitto e la vita nella capitale. Finito il Master, ancora una volta le viene proposto uno stage non pagato.

«E lì ho detto: no, non ci sto più. Era proprio sfruttamento ingiustificato. E soprattutto capivo che in Italia era la prassi. Così, dopo averci sbattuto la testa una, due, tre volte è cominciata a subentrare una certa frustrazione, anche perché avevo sempre quella campanella che mi diceva: “ricordati che ti devi mantenere”».

Su consiglio della sorella, Claudia decide di allargare il campo. Non più solo giornalismo, ma anche comunicazione, uffici stampa, eventi. A 27 anni trova il suo primo vero impiego in un’agenzia di comunicazione a Largo Argentina, in centro a Roma.

«Avevo finalmente uno stipendio che mi permetteva quantomeno di badare alle mie spese e di essere autonoma».

Parliamo di poco più di mille euro al mese. Dopo un anno e mezzo, però, capisce che sarebbe rimasta a fare lo stesso lavoro per anni, lontana da casa, senza una crescita vera e propria. Così, sceglie di tornare a Verona e di andare a vivere nell’appartamento che il padre aveva lasciato alle figlie, senza mutuo. Trova un lavoro in un progetto sulla prevenzione delle dipendenza tra i giovani. Ha un contrato Co.Co.Pro da 1.100 euro al mese. Si occupa di divulgazione, articoli e newsletter, è un lavoro che le piace moltissimo.

«Ma lavoravamo in sei, in un ambiente in cui non sapevi mai se saresti rimasta a piedi o no. Un lavoro di prestigio, sì, ma basato sull’effimero».

Intanto, Claudia conosce il suo attuale marito che aveva trovato lavoro a Lugano in un centro di assistenza Apple. Da lì, le insinuava dubbi.

«Mi diceva: “ma come fai anche tu a vivere con questi 1.100 euro al mese, che prospettive hai?”. E io rispondevo che la prospettiva era lavorare nel mio ambito, usare quel posto come base per arrivare al meglio. Ma non succedeva nulla».

«Ho fatto un anno e mezzo dicendo al mio compagno: dammi un anno e mezzo. Se in questo tempo trovo un lavoro stabile nella mia città, nel mio paese, rimango qua. Se non trovo niente, allora faccio come dici tu: comincio davvero a cercare e me ne vado un’altra volta».

Quel lavoro però, non arriva mai.

«Non sono stata capace di trovare un lavoro dignitoso, nonostante mandassi in media dieci curriculum a settimana. Niente da fare».

Lugano, e la coppia anomala

Quando Claudia prova a mandare qualche CV in Svizzera, e viene subito presa anche lei.

«E non sono più tornata indietro. Pian piano, con fatica enorme, è andata anche qua: ci siamo fatti forza l’uno con l’altra».

Era la stessa scelta dolorosa fatta da suo padre trent’anni prima. E anche la rabbia, era la stessa.

«Io sono profondamente legata al mio paese. Quando torniamo a Verona ci sono entrambe le famiglie, sia la mia che quella di mio marito, i bambini fanno festa, ritrovano i cugini. Ma non ho avuto la possibilità di costruirmi una vita professionale in Italia come avrei voluto. Non parlo del giornalismo, ma di un qualunque altro lavoro dignitoso: comunicazione, accounting, qualsiasi cosa. A un certo punto ho dovuto dire: ok, mi arrendo, vado a cercare fuori. E questo lascia rabbia, sì».

Claudia arriva a Lugano nel 2012. Cominciato facendo due lavori in parallelo, e poco dopo trova un impiego in un’organizzazione che si occupa di integrazione e comunicazione sociale. Lo stipendio è di 2.500 franchi al mese.

«Anche col primo stipendio che ho ricevuto, per me era come aver vinto la lotteria. Se ci penso adesso mi fa sorridere, perché era uno stipendio bassissimo per la vita in Svizzera. Ma eravamo talmente entusiasti di iniziare questa nuova vita, in un posto che non conoscevamo, che ci siamo adattati. Anche lì mettendo via, risparmiando, facendo una vita di sacrificio e cambiando completamente le abitudini. Ma eravamo determinati a fare in modo che questo nuovo equilibrio funzionasse».

E il nuovo equilibrio funziona. Dopo tre anni in Svizzera, Claudia vince un concorso pubblico per diventare la responsabile di un importante centro culturale di Lugano. Da allora, sono passati tredici anni. Claudia oggi è ancora lì e lavora al cento per cento. Suo marito al settanta. È una coppia che, secondo gli standard tradizionali, è anomala.

«Lo definisco un uomo di una volta, perché viene da una cultura in cui era l’uomo a portare a casa i soldi. Sento che gli pesa, soprattutto per quello che arriva in busta paga a fine mese perché vorrebbe di più. E lo apprezzo tantissimo per lo sforzo che fa nel sostenere me e il mio lavoro, consapevole di quanto mi sia costato a suo tempo. Per me è un supporto enorme sentirmi dire: “fai il tuo lavoro, io faccio un passo indietro”».

La migrazione che continua

A inizio puntata abbiamo parlato del gruzzolo che il padre di Claudia le ha lasciato, quei cinquantamila euro mai toccati, intatti su un conto vincolato. A quei soldi Claudia non ha mai attinto, né per gli studi a Trieste, né per Londra, né per Roma, per gli anni dei contratti precari. E persino quando a Lugano, i figli nascono e l’asilo costa 1.200 franchi al mese per ciascuno, neppure in quella situazione attinge al gruzzolo

«Spero di poterlo lasciare a mia volta ai miei figli. In generale, di doverci attingere solo per cose eccezionali».

Quando i figli hanno smesso di andare all’asilo, Claudia ha continuato ad accantonare ogni mese la stessa cifra che prima serviva a pagarlo. E la ragione è la stessa per la quale suo padre, prima di lei, si era occupato di tenere in ordine tutte le questioni finanziarie.

«È un esercizio di risparmio costante e continuo. L’unico sgarro che mi concedo sono le vacanze estive con la famiglia, e poco altro. Sono tutti sacrifici che si fanno per dare a loro più possibilità. Spero che approfittino della nostra scelta di vivere qui, e che ne facciano tesoro per il loro futuro».

Se Claudia dovesse augurarsi qualcosa per loro, è un futuro ancora più a nord

«Perché anche qui la differenza di stipendio tra la Svizzera interna e il Ticino è davvero il doppio e la metà. Per questo sto studiando tedesco: per aiutarli quando andranno alle medie, e per aiutarli a farsi strada nella Svizzera interna, dove batte il cuore pulsante economico di questo paese. Voglio che abbiano tutte le possibilità a disposizione. Se poi mi diranno che vogliono tornare in Italia, dove vedo e sento che hanno un grande legame, sarò comunque felicissima per loro».

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