Non ho paura di fallire perché non ho mai avuto paura dei soldi
Andrea è cresciuto tra un ristorante di famiglia in difficoltà e la crisi del distretto tessile biellese. Eppure proprio quell’esperienza di scarsità gli ha insegnato che i soldi non sono la misura di tutto. Due start-up fondate, due exit, un giro del mondo e una baita ristrutturata a consumo zero dopo: la sua storia racconta cosa succede quando togli il denaro dal centro delle decisioni.
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«Nella mia vita ho deciso presto di fare l’imprenditore di start-up. E sicuramente l’ho fatto perché non ho mai avuto l’ansia di guadagnare subito. Il denaro non è mai stato il mio driver di scelta in nessuna situazione nella vita».
Quando capisci che i soldi possono non esserci, ma che la vita va avanti lo stesso, cambia il modo in cui li guardi: smettono di essere una misura di sicurezza o di successo e diventano solo una delle tante variabili. A quel punto si apre uno spazio nuovo: quello del rischio, ma anche della possibilità.
Crescere senza l’ansia del denaro
Andrea Burocco ha 42 anni ed è un imprenditore che vive tra Monza e Alagna, in Valsesia. Nato e cresciuto nell’Alto Piemonte, i suoi genitori avevano un ristorante e una pizzeria a Masserano, un piccolo paese tra Biella e Gattinara.
«Quindi sono cresciuto respirando il mondo dell’imprenditoria, nel bene e nel male. Ho visto la parte positiva… quando le cose andavano bene e il ristorante e la pizzeria giravano in modo piuttosto importante».
Ma Andrea vive anche la parte negativa. Quando la famiglia trasferisce l’attività nel biellese, alla fine degli anni Novanta, il contesto economico è tra i più duri: il distretto tessile, per decenni motore del territorio, sta attraversando una crisi profonda che travolge l’intera zona. E i genitori di Andrea, con due figli e un’attività da mandare avanti, si trovano nel mezzo.
«Quella è stata una fase in cui le conversazioni sui soldi sono arrivate in casa in modo piuttosto prepotente perché in alcuni casi non si riusciva neanche ad arrivare a fine mese. Quando la crisi è arrivata in maniera arrogante, c’erano situazioni in cui bisognava capire dove mettere il soldo: coprire una spesa significava scoprirne un’altra».
Eppure, per Andrea, quelle difficoltà non si traducono in ansia finanziaria.
«Sono stato fortunato, credo, ad aver vissuto in una famiglia in cui il soldo non aveva troppa importanza. Ho sempre pensato che, tutto sommato, se ce l’avevano fatta i miei anche in quelle situazioni di crisi – hanno cresciuto due figli, siamo una famiglia unita, sana, abbiamo avuto la possibilità di fare un sacco di esperienze – allora potevo togliermi l’ansia del denaro».
Dopo le superiori, Andrea si trasferisce a Torino per studiare Ingegneria al Politecnico.
«Anche su questo i miei sono stati molto intelligenti, col senno di poi. Hanno detto: se devi studiare, devi fare la tua esperienza universitaria concentrato dove sei. E questo ha aiutato molto, sia dal punto di vista di crescita personale che di concentrazione nello studio».
I suoi genitori coprono il costo di università e affitto. Andrea, dal canto suo, fa il possibile per alleggerire il peso: borse di studio, qualche lavoretto e l’aiuto al ristorante appena possibile.
«Tutte le estati e i sabati andavo al ristorante ad aiutarli. E quella, è stata anche una primissima esperienza imprenditoriale: respiri l’aria del ristorante, osservi i conti, capisci come funziona con il commercialista. E poi mi sentivo una fortissima responsabilità addosso. Non ho praticamente perso neanche un esame: prendevo tutto, 18, 19, 30, 26, qualsiasi cosa passasse. Avevo la necessità di fare quei cinque anni di filato, per evitare di appesantire ulteriormente una famiglia che di pensieri ne aveva già abbastanza».
Fuori dal percorso classico
Quando si laurea, nel 2008, il percorso atteso per un ingegnere del Politecnico è piuttosto lineare: assunzione in una grande società di consulenza, stipendio sicuro, carriera aperta davanti. Andrea sente subito che non è la sua strada.
«Quando andavo a fare i colloqui sentivo che non erano posti per me. Mi sentivo ingabbiato nel percorso classico post-laurea: vai a fare lo sviluppatore con il primo stipendio, anche discreto, e poi cerchi di fare carriera in una società. Ma non era quello che volevo».
Invece quello che lo attira è un altro mondo: le piccole aziende digitali. Così inizia a lavorare all’incubatore del Politecnico di Torino, e quasi per gioco partecipa a una Start-up Competition.
«Su quattrocento idee di impresa presentate, c’erano sette premi a disposizione: un ufficio e qualche migliaio di euro per provare a partire con una start-up. E io sono stato uno dei vincitori, in modo del tutto insperato: ero giovanissimo, non avevo nessuna esperienza. Però l’idea funzionava. E da lì c’è stata la scintilla».
La start-up si occupa di e-commerce, un settore che nel 2008, è in rapida ascesa.
«Può sembrare strano visto oggi, però l’e-commerce in Italia non era per niente voluto… c’era tantissimo da fare. Ci siamo sviluppati velocemente: siamo cresciuti da tre soci a un’azienda di circa trentacinque persone».
La start-up ingrana molto in fretta e da Biella si trasferiscono a Milano. Fin dal primo giorno, Andrea e soci prendono una decisione che nel mondo delle start-up è tutt’altro che scontata: darsi uno stipendio. Molti fondatori, soprattutto nelle fasi iniziali, scelgono di reinvestire tutto nell’azienda e di non pagarsi, a volte anche per mesi, in nome del progetto. Il primo stipendio è di 1.200 euro al mese.
«Anche se basso, non abbiamo mai messo in secondo piano la necessità e la soddisfazione di portarci a casa uno stipendio costante. Dava sostanza al tempo dedicato al lavoro, e serietà al progetto che stavamo portando avanti».
Con il tempo, quella cifra cresce. E viene rimodellata sulla base dei risultati raggiunti.
«Di anno in anno adeguavamo lo stipendio alla nostra esperienza crescente. C’erano anche persone in azienda che guadagnavano più di noi: persone più grandi, più esperte. Ma onestamente, non è mai stato un problema per noi».
Andrea misura la sua soddisfazione economica attraverso quello che può permettersi di fare senza pensarci troppo.
«Ho fatto un salto quantico: dal guardare quanti caffè prendevo all’università, che magari me ne potevo permettere uno o due al giorno, a uno stile di vita che prevedeva uscire a cena tranquillamente, avere la macchina di proprietà, una casa in una zona bella di Milano, poter fare viaggi e attività senza troppi patemi d’animo».
La prima exit
Dopo sei anni, nel 2015, arriva la exit. La exit è il momento in cui una start-up viene acquisita da un’azienda più grande, a cui i fondatori e gli investitori della start-up vendono le loro quote. Andrea e soci ricevono un milione e mezzo di euro in tutto.
«Non è una cifra con cui compri cinque appartamenti da mettere in affitto, però partendo da zero ti dà un po’ di liquidità, un po’ di tranquillità per prendere una casa o fare un investimento».
Con la sua parte, Andrea ha un’idea chiara delle cose che vuole fare.
«La prima cosa era poter dare una mano ai miei. Quello ce l’hai come pallino, se cresci in una famiglia che ha determinate necessità economiche molto pratiche. E i miei, anche grazie a questo, sono riusciti a cedere la tavola calda e ad affrontare il percorso di uscita da quell’esperienza imprenditoriale piuttosto complessa. È venuto tutto molto naturale, in modo familiare. Tanto ho ricevuto e un po’ ho ridato».
Per un paio di anni, Andrea resta nella start-up come dipendente dell’azienda che li ha acquisiti. Ha trentatre anni, un lavoro stabile e un percorso avviato. È il tipo di situazione in cui la maggior parte delle persone sceglierebbe di restare, perché funziona. Lui invece si ascolta. E decide di spendere parte dei soldi guadagnati con la vendita per realizzare un sogno che teneva nel cassetto da molto tempo: girare il mondo. Compra un around-the-world ticket, un biglietto aereo che permette di prendere tutti i voli che vuoi purché seguano una direzione, da est verso ovest o viceversa.
«Non ho mai avuto il dubbio che quello fosse il momento giusto. Anche sapendo che significava lasciare uno stipendio e uno sviluppo lavorativo e imprenditoriale. Ma mi serviva per ricaricare le pile, le energie e la voglia di fare che avevo un po’ spremuto negli ultimi anni».
Andrea viaggia in Sud America, negli Stati Uniti, in Giappone e in Cina. E dopo sei mesi decide di rientrare in Italia, con una certezza che non aveva quando era partito.
«Come spesso succede quando si viaggia, ho apprezzato tantissimo il nostro paese, con tutti i suoi difetti. Mi sono reso conto che il mondo italiano, la famiglia, gli amici, erano qualcosa che non volevo perdere nella mia vita».
Di nuovo al lavoro
Tre mesi dopo il rientro, Andrea è di nuovo al lavoro. Con uno dei soci della prima start-up e un nuovo socio subentrato nel frattempo, fonda Fluida: una piattaforma digitale per la gestione delle risorse umane nelle piccole e medie imprese.
«Abbiamo cercato di applicare la customer experience imparata nell’e-commerce all’employee experience, rendendo il lavoratore centrale nella gestione dell’azienda».
Ma costruire un software da zero costa, e i mesi di sviluppo iniziano a pesare.
«Stavamo finendo i soldi mese dopo mese, sempre più vicini alla rottura di cassa. Ed è quello che vivono tutte le start-up di prodotto: o trovi una soluzione o fallisci, nel giro di pochi mesi».
È la fase più dura, Andrea non lo nasconde. Ma ancora una volta quella che prova non è un’ansia finanziaria paralizzante.
«Sia chiaro, l’ansia da imprenditore c’è. Non è facile mettere tutte le pedine in fila, cercare di costruire qualcosa. Ma grazie al fatto che siamo un gruppo di soci, amici, con una fiducia totale l’uno nell’altro, non ho mai sentito la paura. Non ho mai sentito quella sensazione di freno, di ansia eccessiva, del “e se adesso fallisco, cosa succede?”. Mai. Se fallisco, faremo qualcos’altro. In qualche modo ce la si fa».
«E un’altra cosa che ho imparato è che se un piatto di pasta e un tetto sopra la testa ce l’hai, una famiglia unita che in caso di necessità ti supporta… cosa ti manca alla fine?».
La seconda exit
Dopo appena quindici mesi, il 51% di Fluida viene acquisito. Ma a differenza di molte operazioni simili, questa volta l’acquisizione non segna la fine del percorso. I nuovi soci investono, ma lasciano autonomia e guida operativa ai fondatori. Così Andrea non sente la spinta a ricominciare da capo.
«Mi sta bene così, in questo momento, perché trovo ancora molti stimoli in Fluida. Non è un’azienda che mi dà staticità, non si è mai fermata. Continua a fare tantissime cose. Non mi manca il fatto di dover per forza ricominciare: un’altra azienda, un’altra start-up, un altro percorso, un’altra raccolta».
Con i soldi della prima exit Andrea aveva scelto di muoversi, di andare lontano. Con quelli della seconda sceglie di fermarsi. Compra una baita ad Alagna, remoto borgo in fondo alla Valsesia, da ristrutturare.
«Lì è iniziata una delle cose più difficili della mia vita, altro che start-up. Ho ristrutturato la baita da zero con un’ottica ambientale: volevo portarla a consumo zero. Ce l’ho fatta, ma è stato molto complesso, sia a livello burocratico che realizzativo. Adesso, la baita è uscita bene, sono contento e me la godo adesso».
C’è un filo che attraversa tutta la storia di Andrea, e cioè l’idea che per costruire qualcosa devi accettare di lasciare qualcos’altro indietro. Ma mentre prima lo faceva per necessità, adesso ha imparato a farlo per scelta.
«Una delle cose che mi piace pensare, rispetto alla mia storia, è che bisogna essere in grado di togliere l’idea del guadagno se si ha un progetto a medio-lungo termine. Il guadagno immediato a volte è il segnale di situazioni più facili o stabili rispetto all’imprenditoria, dove a volte devi lasciare qualcosa indietro per avere qualcosa in avanti».