L’app
di Rame

Per 21 anni di matrimonio non ho mai avuto né un bancomat, né un conto corrente mio

Nella disposizione meticolosa degli scontrini sul tavolo, nel margine di cinque euro che non poteva essere superato, nell’ansia di sbagliare un acquisto, prende forma qualcosa che ha un nome preciso: violenza economica. Non un episodio isolato ma una modalità di controllo sistematica, esercitata attraverso il denaro. In questa puntata proveremo a capire come sia stato possibile scivolare, per Marina, quasi senza accorgersene, in un meccanismo così pervasivo; e dei passi che ha dovuto fare per uscirne.

Tempo di lettura: 17 minuti

violenza economica
Foto di Jake Melara

Ascolta il podcast della puntata:

«Per ventuno anni di matrimonio non ho mai avuto un bancomat né un conto corrente a mio nome. Nel frattempo, dovevo conservare tutti gli scontrini e, quando lui tornava, controllava ogni ricevuta, i soldi e il resto delle spese. E questo nonostante, col tempo, io sia diventata dirigente aziendale con uno stipendio molto elevato».

L’istantanea che ci restituisce Marina è chiara. Quella che ha vissuto per 21 anni è violenza economica, ovvero una particolare forma di abuso che passa dal controllo del denaro da parte del partner. Ciò che faremo in questa puntata è indagare come sia stato possibile, per lei, scivolarci dentro e come sembrasse una storia già scritta alla sua nascita.

Cinque figli, cinque violenze

Marina oggi vive in provincia di Bologna, ma le sue radici sono a Foggia, ultima di cinque figli, di due genitori che non si erano mai amati.

«Mia madre, d’altra parte, diceva sempre: “Cinque figli, cinque violenze”».

Il loro era stato un classico matrimonio combinato.

«Mia madre, che aveva il titolo di marchesa, sposò un uomo privo di cultura, proveniente da una famiglia di commercianti e latifondisti di origine toscana, ma residente nella provincia di Foggia. Era un uomo greve, incapace di relazionarsi con gli altri, non solo sul piano culturale, ma anche per mentalità».

La madre insegna latino e greco, il padre lavora all’Inps. Della ricchezza di un tempo è rimasto ben poco. E lui si distingue fin da subito per un ossessivo attaccamento al denaro.

«Noi siamo cresciuti sempre con un alert molto forte sui soldi, imposto da mio padre: “spegni la luce, controlla la bolletta, quanto tempo stai al telefono…”, tutto era sotto controllo. Quando faceva la spesa, girava cinque supermercati diversi per approfittare delle offerte e, se trovava delle merendine che a nessuno piacevano, doveva comunque comprarne dieci pacchi perché erano in promozione, e noi dovevamo mangiarle per forza. Dall’altra parte, invece, mia madre aveva una visione completamente diversa: pur di non farci mancare nulla, faceva ripetizioni, metteva da parte i soldi che poteva e poi ci comprava quello che ci serviva. Nascondeva i soldi così bene che, quando è morta, abbiamo trovato diversi borsellini sparsi per casa, con dentro soldi nascosti, addirittura ancora in lire».

Da quel matrimonio, la madre di Marina tenta più volte di fuggire.

«Mi raccontava sempre che, una volta, con mia sorella maggiore, era andata a casa dei nonni, implorandoli di aiutarla. I nonni, però, non l’avevano neanche fatta entrare, dicendole di tornare a casa dal marito. D’altronde, stiamo parlando di Foggia e di persone in qualche modo in vista. Sarebbe stato uno scandalo».

Fin da giovanissima, Marina sviluppa un rapporto di rifiuto con il denaro: non lo percepisce come strumento di libertà o di emancipazione, ma lo associa inevitabilmente alla tensione che vive tutti i giorni.

«Se potessi vivere di baratto e far sparire del tutto i soldi dalla mia vita, sarei felicissima. Se potessi fare acquisti, dare consigli alle commesse e non dover pagare nulla per quello che compro, sarei stracontenta di farlo».

Le restrizioni economiche sono riservate alle quattro figlie femmine.  Il maschio riceve un trattamento diverso.

«A mio fratello gli hanno comprato la casa a Bologna, la macchina alla maturità e un’altra auto alla laurea. Essendo il figlio maschio, a lui era concesso spendere in questo modo».

Tra tutte le figlie, Marina è quella su cui si concentra la violenza del padre, non solo psicologica, ma anche fisica. Il perché di questo accanimento rimane per lei un mistero fino all’età adulta.

«Per molti anni non me lo sono spiegata. Poi, quando l’ho scoperto, ho pensato che lui in qualche modo lo sapesse, o almeno ne avesse il sospetto. Io sono l’unico frutto d’amore di mia madre, perché non sono figlia di quel padre; eppure ho vissuto con lui, scoprendo che non era mio padre solo poco prima che mia madre morisse».

Studiare lontano, crescere da sola

Per salvarla da quella violenza, a 13 anni sua madre decide di mandarla all’estero per un anno. E poi, al ritorno, le fa fare il liceo a Roma, una scelta che non viene ben accolta dalle sorelle.

«Per le mie sorelle, il fatto che io studiassi fuori rappresentava una spesa sottratta alle loro possibilità. Le ultime parole di mia madre, però, furono proprio rivolte a loro: “Lasciatela stare, perché solo io so quello che ha vissuto”».

Marina a 14 anni va a vivere in un collegio gestito dalle suore, che la ospitano in cambio che lei svolga alcuni lavori domestici, come sparecchiare, apparecchiare e fare il bucato. Nonostante conservi alcuni bei ricordi di quegli anni, Marina non riesce mai a integrarsi completamente con i suoi compagni di classe.

«Avevamo vite completamente diverse. Loro erano tutti ragazzi dei Parioli e della Balduina: ricordo le loro feste di diciotto anni e il modo in cui si vestivano. Insomma, avevano tutta una serie di cose che io non avevo e che, in quel contesto, non potevo avere».

Terminato il liceo, Marina raggiunge il fratello a Bologna, dove lui studia ingegneria e lei inizia la facoltà di Medicina. Mentre i genitori – e le borse di studio – coprono la maggior parte delle spese, entrambi si mantengono autonomamente svolgendo diversi lavoretti.

«Io facevo le iniezioni alle signore del condominio e lavoravo come assistente notturna in ospedale, mentre mio fratello vendeva i gettoni alla sala giochi. Insomma, facevamo queste piccole attività per poter avere una vita normale».

Dal matrimonio forzato alla maternità voluta

Appena ventenne durante un fine settimana Marina va a Roma per trovare sua sorella, e in quell’occasione le viene presentato un ragazzo che tutti descrivono come il suo “promesso sposo”, sostenendo che siano fatti l’uno per l’altra. Lei non ne rimane particolarmente colpita. Ma quando qualche tempo dopo lui le dice di volerla rivedere, lei ne resta sorpresa e lusingata. Accetta e per un anno si frequentano a distanza, fino a che, a un certo punto, lui le chiede di sposarla. Più per convenienza che per amore.

«Dopo neanche un anno mi disse: “Guarda, ho parlato con mio padre, ci prende una casa, quindi sposiamoci”. E forse anche lì avrei dovuto capire: non ci stiamo sposando perché ci amiamo ma perché il padre ci compra la casa».

Lui ha sette anni più di lei e lavora come revisore contabile per una grossa azienda a Roma. Così, stabiliscono che il loro futuro sarebbe stato nella Capitale. Marina avvia l’iter per trasferirsi con l’Università, ma non appena riceva il nulla osta per il trasferimento, il suo futuro marito le comunica un cambiamento improvviso: la sua azienda sta aprendo una sede a Bari, sua città d’origine, e quindi il progetto di vita insieme deve necessariamente spostarsi in Puglia. Marina accetta anche questa nuova prospettiva, e riprende l’università lì. Ma durante una lezione universitaria arriva una scoperta destinata a sconvolgere profondamente la sua esistenza.

«Durante un’esercitazione universitaria, per gioco mi offrii di sottopormi a un’ecografia. Chiaramente, trattandosi di un’ecografia ginecologica, non tutti erano disposti a farlo, ma io accettai. Appena posarono la sonda, però, si accorsero subito che qualcosa non andava. Alla fine chiamarono il professore e, da quel semplice gioco, emerse che avevo un tumore ovarico».

Marina viene operata d’urgenza e, appena uscita dalla sala operatoria, riceve una notizia devastante: non potrà più avere figli in modo naturale. In quell’istante il suo mondo crolla. I medici le spiegano che l’unica possibilità è ricorrere alla fecondazione assistita e che, considerate le sue condizioni cliniche, sarebbe opportuno iniziare il prima possibile.

La diagnosi diventa un catalizzatore nelle sue scelte di vita. Marina e il compagno decidono di accelerare i tempi e di sposarsi subito. Lei ha 24 anni e in quel periodo di preparativi scopre alcuni aspetti che non conosceva del carattere dell’uomo che sta per sposare.

«Quanti invitati tuoi, quanti miei? Togliamo il pesce, aggiungiamo la carne, ci sono duemila lire in più o tremila in meno… Ricordo bene questa situazione: lui aveva cento invitati, io ne avevo trenta, e dovevamo discutere su tutto. Loro volevano dividere a metà, mio padre diceva no. Ricordo discussioni infinite, sempre per cercare di venirsi incontro, ma sempre per i soldi».

In quel momento, Marina non ci bada. Quello che vuole è più grande di quei piccoli screzi familiari.

«Ero più focalizzata sul fatto di voler portare a casa l’obiettivo. E per me l’obiettivo era riuscire a diventare mamma».

Il prezzo della maternità

Dopo il matrimonio e un ciclo di radioterapia, Marina avvia immediatamente la stimolazione ormonale, nonostante alcuni medici la mettano in guardia sui rischi: ogni stimolazione avrebbe potuto sollecitare anche le cellule tumorali. Dopo un anno, infatti, arriva una prima recidiva del tumore. Marina si cura e poi ricomincia un’altra volta la stimolazione ormonale.

In quegli anni si inizia a parlare di congelamento degli ovociti e i medici consigliano a Marina di percorrere questa strada. La tecnica le avrebbe consentito di sottoporsi a un numero inferiore di iniezioni ormonali, riducendo così il rischio di stimolare l’eventuale proliferazione di cellule tumorali. Si trattava però di una scelta con percentuali di successo più basse. E questo condiziona parecchio il parere di suo marito.

«E lì il suo discorso fu: “Se ci costa mille euro in meno ma ci dà solo la metà delle possibilità di riuscita, allora non conviene farlo”. Senza considerare il rischio reale che la cosa, però, aveva su di me».

La visione rigida e controllante del denaro che Marina inizia a riconoscere nel marito, entra in conflitto con l’immagine che si era costruita di lui all’inizio della relazione.

«Quello che avevo apprezzato di questa persona era anche la leggerezza economica: viveva da solo, aveva un ottimo stipendio, entrava nei negozi e comprava quello che voleva senza badare alle spese. Si vestiva sempre firmato, guidava belle macchine, viaggiava… E io l’avevo visto come un esempio di “che bella maturità, vivere con leggerezza”».

Quando la libertà si misura in scontrini

Dopo dieci tentativi di fecondazione assistita, Marina riesce finalmente a rimanere incinta. Di due gemelli. In quel periodo, lei resta a casa dedicandosi alla scrittura della tesi, mentre il marito si occupa di tutte le spese necessarie. Gli unici soldi di cui dispone glieli invia sua madre, ma anche quelli, ben presto, vengono consegnati al marito.

Al momento del parto, Marina si trova sola in casa. Quando avverte le prime contrazioni, decide di non rischiare di camminare fino all’ospedale e sceglie di prendere un taxi.

«E io non avevo soldi per pagare il taxi, quindi dovetti chiamare una compagna di università e chiederle di portarmi del denaro a casa per coprire la corsa. La prima cosa che mi fu detta, quando chiamai mio marito fu: “Perché sei venuta in taxi? Eri a cento metri, potevi andare da sola, no?”».

Una volta nati i gemelli, l’ipotesi dell’asilo nido viene presto accantonata, ufficialmente per ragioni economiche: la cifra richiesta per due è troppo elevata. Marina propone una soluzione intermedia, l’iscrizione per mezza giornata, così da riuscire a portare a termine il suo percorso di studi. Ma lui non sente ragione.

«E lì mi disse: “Ma tanto, anche se ti laurei, che cosa pensi di fare? Andare a fare le guardie mediche o lavorare di notte con i bambini a casa? Hai fatto una scelta, e per il momento questa cosa non può accadere. Non ti serve mandarli al nido, perché fino a che non avranno dieci o dodici anni non puoi davvero pensare di lavorare”».

Marina mette da parte, temporaneamente, la laurea. Quando i gemelli hanno tre mesi, il marito comincia a viaggiare frequentemente per lavoro, coordinando i progetti dell’azienda in Spagna, e torna a casa solo nei fine settimana. In sua assenza, Marina si trova sempre più intrappolata nelle dinamiche di violenza economica.

«Mi lasciava i soldi prima di partire. Nel frattempo, ero io a dover conservare tutti gli scontrini e, quando tornava, controllava ricevute, contanti e il resto dei soldi. Il mio “fuorisacco” era sempre mia madre, che magari veniva e mi dava cinquanta euro per comprare un giochino in più per i bambini. Ma se andavo a fare la spesa per loro e prendevo qualcosa fuori dalla lista, si arrabbiava, non potevo farlo. Per esempio, per i pannolini facevamo un calcolo preciso: cinque al giorno per ciascun bambino, quindi dieci in totale, e così via… Tutti i pacchi erano contati, e questo definiva esattamente il budget a disposizione».

Pian piano, le uniche preoccupazioni di Marina ruotano attorno alla gestione dei soldi, ogni altra dimensione della sua vita sembra subordinata al far quadrare i conti.

«Iniziai a sentirmi sotto pressione. Se dovevo fare un giro più lungo in macchina, dovevo considerare i costi; la casa aveva il giardino, e io mi dovevo occupare di tutto: tagliare l’erba, fare qualsiasi lavoro necessario, senza incidere sul bilancio. Questo mi stancava, e non potevo nemmeno pensare di invitare la vicina per fare una torta, perché se spendevo soldi per quello, rischiavo di non arrivare “giusta” con i calcoli della spesa. I conti li facevamo già prima che lui partisse, usando il volantino settimanale del supermercato. Avevo un margine minimo, forse di cinque euro. Ricordo che alla fine disponevo sul tavolo tutti gli scontrini ordinati per data, e ricordo bene la scena degli spiccioli: arrivavo davvero al limite».

Marina non riesce mai a trovare il coraggio di chiedere la carta di credito. Immersa nella fragilità in cui era scivolata, continuava a sentirsi non all’altezza di poter disporre dei soldi.

«Dentro di me sapevo, già da ciò che sentivo nelle discussioni dei miei genitori, che ero la figlia dell’errore: quella arrivata inaspettata, quella non prevista. Ero la spesa in più, la gomma bucata che non avevi previsto di dover comprare. Poi ero “la fallata”, e poi, di nuovo, quella che, se avessimo avuto i figli uno alla volta in maniera normale, non avremmo dovuto comprare due lettini contemporaneamente. Insomma, era sempre colpa mia, e quindi non meritavo nemmeno la carta».

Quando il lavoro diventa libertà

Dopo il periodo spagnolo, l’azienda per cui lavora il marito chiude la sede italiana e offre ai dirigenti un incentivo all’esodo. Lui decide subito che quel denaro non dovrà servire alle spese quotidiane, ma essere accantonato come fondo di sicurezza per eventuali emergenze. Convinto che per Marina sia più facile trovare rapidamente un lavoro rispetto a una sua ricollocazione da dirigente, la incoraggia a mettersi subito in cerca di occupazione. Così Marina inizia a lavorare come commessa.

«Anche lì i soldi arrivavano sul suo conto corrente, sempre cointestato, ma gestito interamente da lui».

Eppure, da quel lavoro, Marina riceve qualcosa che, in quel momento, le sembra più importante dei soldi.

«Ho iniziato a scoprire me stessa come persona capace di fare anche altro. Così, sul lavoro, ho cominciato a seguire le persone, ad aiutarle a valorizzarsi».

Marina è molto brava nel suo lavoro e viene rapidamente notata dai vertici dell’azienda. Abbandona così il ruolo di commessa per occuparsi delle risorse umane e, parallelamente, decide di convertire gli esami di Medicina in Psicologia, portando a termine gli studi. Con il tempo, recupera fiducia in se stessa. E con quella fiducia, decide di separarsi dal marito e tornare a vivere a Bologna.

Lui sceglie di seguirla per occuparsi dei bambini, che allora non avevano nemmeno cinque anni. E intanto, prevede di cercare un lavoro in zona e di trasferirsi in un’altra abitazione, così da conciliare l’impegno professionale con la gestione della famiglia.

«Arrivato lì, ha iniziato a dirmi: “Tu lavori, quindi devi pagarti la babysitter. Se abitiamo in due case diverse, io devo pagare un’altra casa”. Era sempre questo il punto: non “restiamo insieme perché ci amiamo” o “lasciamoci perché ci odiamo”. E in tutto ciò, noi non avevamo alcuna vita di coppia».

La separazione viene quindi rimandata con una serie di “non detti” mascherati da soluzioni più pratiche nei confronti dei figli. Nel frattempo, Marina conosce una rapida crescita professionale e dopo pochissimo tempo, entra a far parte del direttivo aziendale. La sua vita cambia radicalmente: ha a disposizione un’auto aziendale, uno stipendio consistente e tutti i rimborsi delle spese sostenute per lavoro. Guadagna più di lui, ma nonostante ciò, continua a non avere una carta di credito personale. La situazione va avanti così, fino a quando i figli hanno 13 anni.

«Quello che mi ha fatto davvero esplodere è stato quando, cambiando azienda, il mio lavoro prevedeva che tornassi a casa tutte le sere. E tutte le sere dovevo rendicontare: quanti chilometri avevo percorso, quanto consumavo, quale strada avevo preso – niente autostrada per Bologna, solo la statale – e cosa avevo comprato, quanto avevo speso. Addirittura, per alcuni scontrini dovevo fare le fotocopie in ufficio, per evitare che si sbiadissero. E non parlo degli scontrini della farmacia, ma di quelli per acquisti di casa».

Ripartire da zero

Quando Marina finalmente chiede e ottiene il divorzio, per due anni, è costretta a versare 300 euro al marito.

«Lui sosteneva che, dato il mio lavoro, trascorrevo più ore fuori casa rispetto a lui, quindi spettava a lui seguire maggiormente i figli. Per questo mi ha chiesto 300 euro al mese».

Quel lavoro di cura svolto in 21 anni di matrimonio è riconosciuto da un assegno di 2000 euro che il marito le riconosce a pratiche concluse.

«La casa è rimasta a lui. Io sono andata via la notte del 31 dicembre, ho fatto il trasloco e ho lasciato il corredo, tutti i regali di matrimonio, tutto. E lui, tramite il suo carissimo amico avvocato, ha fatto inserire nella sentenza un forfait di duemila euro come buona uscita. È così, ce l’ho scritto sulla sentenza».

In questo nuovo assetto Marina deve riiniziare tutto da capo.

«Sono ripartita da zero: con la casa, con il mutuo e con tutto il resto. Soprattutto, ho dovuto imparare a gestire cose che non avevo mai affrontato prima. Non avevo mai avuto a che fare con la banca: ho chiesto un prestito, ho fatto un mutuo, non avevo mai fatto nulla di tutto ciò. Tutto questo l’ho imparato solo nel 2022».

Per stare più vicina ai figli, Marina decide di lasciare l’azienda e di mettersi in proprio, aprendo la Partita Iva. La sua difficoltà più grande, ancora oggi, è quella di riuscire a chiedere il denaro.

«Ho sempre avuto grandissima difficoltà a guardare un imprenditore in faccia e dire: “Il mio lavoro vale 100.000 euro all’anno”. Non ci riuscivo. Ho trovato solo di recente una strategia: descrivo la mia attività e, in questo modo, giustifico il preventivo basato sulle competenze che metto a disposizione. Mi serve anche a confortarmi e a convincermi che sì, posso chiedere quella cifra perché sto offrendo tutto questo».

Nonostante Marina faccia fatica a riconoscere appieno il valore del proprio lavoro, il suo rapporto con il denaro è profondamente cambiato.

«Oggi apprezzo le opportunità che derivano dal denaro e posso finalmente godermene. Prima, i soldi erano un problema: non ne vedevo le possibilità. Ora, invece, ne apprezzo anche la libertà, la capacità di scegliere. Onestamente, so che potrei fare qualsiasi cosa e che non morirò mai di fame. Ho conquistato tutto con il mio impegno, quindi so di possedere competenze profondissime, radicate; sono ormai parte di me, caratteristiche più che semplici capacità. Per questo non ho paura».

La violenza economica può essere sottile, e spesso prende avvio da gesti apparentemente “pratici” che nel tempo si trasformano in strumenti di controllo. Per questo, come ricordiamo spesso, riconoscerla è il primo passo per proteggersi.

Se senti di essere in difficoltà o vuoi comprendere meglio ciò che stai vivendo, esistono servizi dedicati alla tutela economica, legale e psicologica. Puoi rivolgerti al 1522 – Numero nazionale antiviolenza e stalking, attivo 24 ore su 24 -, oppure ai Centri antiviolenza presenti sul territorio, che offrono supporto gratuito e riservato.

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