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di Rame

Ho liberato mia moglie da ogni carico mentale, e in due anni ha avuto una carriera lampo

Diventare genitori non cambia solo la vita privata, ma mette alla prova il modo in cui pensiamo il lavoro e le ambizioni personali. Nella storia di Alberto, padre di tre figli, questi temi si intrecciano fino a trasformarsi in una scelta radicale: rimettere in discussione i ruoli tradizionali e farsi carico di ciò che spesso resta invisibile.

Tempo di lettura: 13 minuti

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Alberto Pelosio

Ascolta il podcast della puntata:

«Tra me e lei è scoppiata una crisi perché io non ero disposto ad accettare l’idea di avere tre figli, perché non erano programmati, e perché entrambi sentivamo, senza dircelo, che uno dei due avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa. Lei aveva appena ripreso a lavorare dopo la prima gravidanza e stava andando bene, mentre io stavo avviando il negozio e mi sentivo realizzato. La differenza è che lei è stata costretta a rimanere a casa nei mesi successivi al parto, e io no. Solo che io me ne sono reso conto più tardi, quando tra noi le cose stavano già precipitando».

Abitiamo una società in cui diventare genitore ha conseguenze diverse se sei la madre o se sei il padre. Nel primo caso, il carico di cura diventa talmente pesante che l’unica via d’uscita sembra diminuire il tempo dedicato al lavoro, e rimpicciolire le ambizioni di carriera: il 31,3% delle donne tra i 25 e i 54 anni con figli lavora part-time, contro il 4,8% degli uomini, ci dice Eurostat. Nel 2023, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 14,4 milioni, contro appena 2,1 milioni degli uomini. Eppure, le cose stanno faticosamente cambiando. E la storia di Alberto, ci racconta proprio questo cambiamento.

Il prezzo della libertà

Alberto Pelosio ha 37 anni. Oggi vive a Roma, nel quartiere di Montesacro, insieme a sua moglie e ai loro tre figli. Ma per capire davvero chi è e da dove viene, bisogna spostarsi di qualche chilometro, a Trastevere. È lì che Alberto cresce, dentro una famiglia molto numerosa. I suoi genitori sono entrambi ingegneri. Il padre lavora come libero professionista, la madre è un’impiegata.

«Non siamo mai stati una famiglia che si possa definire ricca. Eravamo agiati, nel senso che potevamo permetterci un’infanzia serena, fatta di viaggi, esperienze e altre piccole opportunità, pur garantendoci la tranquillità di vivere in sette in una casa decente».

Quella tranquillità è possibile anche grazie a un costo della vita molto diverso da quello attuale. Ma di quanto guadagnassero davvero i suoi genitori, Alberto non ha mai avuto un’idea precisa.

«Si intuiva, però, che mia mamma guadagnava meno di mio papà. C’è sempre stata questa disparità, ma era una cosa molto scontata, non ci è mai sembrata strana: mio papà lavorava di più e guadagnava di più, mentre mia madre si occupava di noi cinque fratelli. E credo che anche lei non l’abbia mai vissuta in maniera “drammatica”».

La scelta di sua madre racconta un modello diffusissimo in quella generazione: lo stipendio di una donna era considerato un “di più” per la famiglia, spesso più basso e più intermittente, perché insieme al lavoro doveva occuparsi anche dei figli. Ciò non toglie che l’indipendenza economica femminile era un principio non negoziabile per i nonni materni. La nonna, professoressa di liceo, e il nonno, preside, avevano trasmesso alla madre una convinzione semplice e radicale: l’istruzione rende libere.

«Erano persone che ci tenevano moltissimo alla cultura e hanno sempre detto a mia mamma che doveva studiare e diventare autonoma. Infatti, lei, con le mie sorelle ha sempre insistito perché diventassero indipendenti».

L’idea che lo studio sia strumento di emancipazione vale per tutti, maschi e femmine. Così quando  Alberto in terza liceo viene bocciato, per i suoi genitori, quell’anno non può andare perso. Contro la sua volontà, lo iscrivono a una scuola privata. Ma il prezzo che gli viene chiesto di “pagare” è molto alto. Anche economico.

«Mi hanno obbligato a firmare un foglio in cui c’era scritto che avrei dovuto restituire i soldi per la scuola privata, perché era importantissimo che non perdessi l’anno. Sul foglio era indicato il costo della scuola, così da farmi capire il valore di ciò che mi stavano facendo fare. Glieli ho restituiti a rate… come se avessi aperto un mutuo».

Nella famiglia di Alberto, il tempo non è solo una misura: è un valore. Andare avanti, non fermarsi e non restare indietro è fondamentale.

«L’unica cosa che rimprovero a mio padre è avermi sempre messo molta fretta. Per lui era fondamentale che non perdessi tempo perché come diceva Zio Paperone nei fumetti di Topolino, “il tempo è denaro”».

Seguire la propria strada

La rincorsa imposta ad Alberto si rivela piuttosto inutile. Finita la maturità, non ha ancora le idee chiare su cosa vorrebbe fare della sua vita. Si iscrive a Scienze Politiche alla Sapienza, ma poco dopo abbandona gli studi per gestire un bar insieme ad alcuni amici.

«Non è detto che i figli seguano sempre le scelte dei padri; anzi, spesso fanno il contrario, un po’ per rompere la catena e un po’ per affermare la propria libertà. Per me gestire un bar con altre persone significava, in un certo senso, essere un po’ il capo: potevo mettere in pratica le mie idee, stabilire i miei orari e, in generale, fare un po’ quello che volevo».

In quel periodo, Alberto vive ancora a casa con i genitori. La gestione delle sue spese è affidata al caso: tutto quello che guadagna lo spende senza troppa attenzione. Solo un anno dopo, quando stufo di gestire il bar con gli amici, decide di fare un’esperienza in Inghilterra, inizia a confrontarsi seriamente con il denaro. Anche perché, il patto con i genitori è molto chiaro: puoi andare, ma devi mantenerti da solo.

«Lì ho cominciato a diventare un po’ più oculato e ho notato che c’erano alcuni ragazzi, soprattutto dell’Europa dell’Est, che lavoravano duramente, mettevano da parte tanti soldi e riuscivano a pagarsi l’università. Lì ho cominciato a rendermi conto che probabilmente avevo sempre sbagliato qualcosa nella gestione economica, perché avevo l’impressione di lavorare sempre, ma di non avere mai soldi».

Dopo un anno in Inghilterra, Alberto rientra in Italia, e la pressione da parte del padre, ancora una volta, non tarda ad arrivare.

«Mi ha cominciato a dire che non potevo non cercarmi un lavoro e che dovevo iniziare il prima possibile. Secondo lui, prima cominci, prima finisci, sempre per lo stesso discorso sul valore del tempo».

Alberto, con il suo diploma, trova lavoro in una grande azienda nel settore contabilità, con uno stipendio di circa 1.200 euro al mese. Ha 24 anni e finalmente può accendere un mutuo per comprare casa. In quegli stessi anni, la sua compagna, Martina, va a vivere con lui. Ha appena concluso gli studi di infermieristica e sta facendo qualche primo lavoretto per delle cooperative. In questo nuovo assetto domestico, gestiscono le spese in modo molto informale: Alberto continua a pagare il mutuo, mentre Martina si occupa delle bollette.

«Le bollette erano molto più basse e il mutuo mi sembra fosse intorno ai 500 euro. Non avevo un vero potere economico, ma sentivo di essere un po’ più grande di lei a livello di esperienza, poi in realtà lei è arrivata a bomba e già da subito ha iniziato a guadagnare più di me».

Martina, a differenza di Alberto, è cresciuta in una famiglia in cui c’era tutto l’essenziale, ma mancava il di più, come viaggiare per esempio. Oggi Alberto pensa che la sua diversa situazione economica di partenza l’abbia resa più oculata e più affamata, in un certo senso.

«Lei non ha mai accettato passivamente la propria situazione lavorativa: se un lavoro non le andava bene o se riteneva di essere pagata troppo poco, se ne andava o semplicemente non lo accettava. Oggi può sembrare normale, ma quindici anni fa non avevo mai sentito nessuno dire “non vengo perché mi paghi troppo poco”. Lei, invece, lo faceva senza esitazione, e alla fine è arrivata a diventare vice caposala del pronto soccorso di un ospedale di Roma. Io, al contrario, ho seguito un percorso più lineare: sono entrato in azienda e lì sono rimasto».

La divisione dei ruoli

L’inversione dei ruoli a livello economico, cioè il fatto che lei guadagni più di lui, non viene mai codificata e trasformata in un nuovo patto familiare. Così, quando nel 2020 Alberto e Martina diventano genitori, scivolano lentamente dentro i ruoli stereotipati di genere.

«La nostra esperienza di genitorialità è sempre stata abbastanza standard. Io ero molto presente, sì, ma era lei che stava a casa con nostro figlio. Inizialmente non ci eravamo posti il problema, neanche lei. Tuttavia, dopo un po’, ho capito che dentro di sé stava iniziando a covare un malessere serio».

Dopo la nascita del primo figlio, Alberto e Martina si trasferiscono in una casa più grande e accendono un mutuo insieme. Aprono anche un conto condiviso, su cui ciascuno versa ogni mese una quota proporzionata al proprio reddito.

«Lei guadagnava quasi il doppio di me, quindi poteva certamente contribuire di più alle spese di casa. Ma sulla bilancia doveva esserci un equilibrio anche dall’altra parte, altrimenti non sarebbe stato possibile per lei portare a casa quella cifra, perché se doveva occuparsi anche di tutte le altre faccende domestiche, non ce l’avrebbe fatta».

E invece quella bilancia non viene riequilibrata. Benché Martina guadagni di più, il peso della casa e della cura del neonato ricadono naturalmente su di lei. Alberto, invece, concentra le sue energie su un nuovo progetto: insieme a un amico decide di aprire un piccolo negozio di dischi, come attività parallela al suo impiego da contabile.

«Sono sempre stato appassionato di dischi in vinile e ne avevo accumulati talmente tanti che, dopo un po’, ho cominciato a invitare qualche amico, dicendo che se volevano potevano comprarne qualcuno. Piano piano, nel giro di due o tre anni, quel piccolo spazio è diventato un punto di incontro interessante, tanto che con un amico abbiamo deciso di prendere in affitto uno scantinato. Durante la pandemia, però, non avevamo i soldi per pagare l’affitto e abbiamo chiesto al proprietario se poteva aspettare o abbassare la rata. Quando ha detto di no, abbiamo deciso di andarcene e di aprire il nostro negozio».

Il momento della crisi

Quello che dopo la nascita del primo figlio era solo un malessere dovuto alla distribuzione iniqua del carico familiare, diventa una vera e propria crisi nel 2021, quando Martina resta incinta di nuovo. Di due gemelli.

«Non avevo nessuna intenzione di accettare l’idea di avere tre figli, perché non erano programmati e perché, senza dircelo, entrambi sapevamo che uno dei due avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa di importante. Lei aveva appena ripreso a lavorare dopo la prima gravidanza e le cose andavano bene, mentre io stavo avviando l’idea del negozio e mi sentivo davvero realizzato».

Al compimento dei sei mesi, i gemelli non vengono accettati all’asilo nido per mancanza di posti. Così uno dei due genitori è costretto a restare a casa per occuparsi di loro. E la scelta ricade su Martina. In maniera coerente con gli schemi sociali, ma del tutto incoerente con il contributo economico che ciascuno apporta alla famiglia.

«Tra me e lei è scoppiata una crisi perché io non avevo fatto nessuna rinuncia e non avevo intenzione di farne. Lei, invece, aveva dovuto sacrificare molto e nutriva un certo risentimento verso di me, che non avevo compreso quanto fosse necessario che fossi io a fare dei passi indietro, o quanto in realtà potessi farlo perché ne avevo la possibilità. Il problema è stato che lei non ha mai trovato il modo di spiegarmi chiaramente dove io non arrivavo, e io ero troppo distante per accettare la situazione, anche perché stavo avviando un progetto che consideravo il mio sogno».

«Il tema del sogno è complesso per noi Millennials: da una parte è bellissimo, da un’altra può diventare un problema. Siamo un po’ figli di Cervantes, di Don Chisciotte: crediamo nei sogni e non vogliamo rinunciarvi. È vero, i sogni sono importanti, ma bisogna anche saperli riprogrammare, adattandoli alla realtà in cui ci si trova. E la mia realtà, oggi, è che ho tre figli».

Mentre la crisi di coppia avanza, la situazione del negozio di dischi inizia a traballare, anche qui per una questione economica tra i soci.

«Io ero l’unico ad avere una busta paga e questo mi permetteva di chiedere prestiti, alle Poste o altrove, e anche di fare da garante. Il mio socio, invece, non poteva farlo. L’errore è stato proprio questo: si è creata una disparità economica tra chi poteva mettere dei soldi e chi no. Quando, a un certo punto, ho avuto bisogno di un riconoscimento economico all’interno del progetto per poter andare avanti e dall’altra parte è arrivato un rifiuto, ho capito che non ne valeva più la pena».

Riprogrammare i sogni

Alberto si rende conto che per salvare la sua famiglia, non deve solo rinunciare definitivamente al negozio di dischi, ma anche rimodulare il suo lavoro in azienda e rimandare per un po’ il suo sogno di cambiare professione, per realizzare il quale, nel frattempo, si era anche preso una laurea in storia.

«Per adesso mi dedico soprattutto alle cose che mi piace fare e che posso gestire tranquillamente da casa, conciliandole con la vita familiare. Ho completamente tolto a lei il carico mentale della casa, lasciandola libera da qualsiasi incombenza domestica. Tant’è che, proprio grazie a questo, in due anni ha avuto una carriera lampo e una crescita esponenziale nel lavoro, e di questo sono davvero felice».

A casa, adesso, la situazione è completamente cambiata. In un articolo su Lucy, Alberto racconta come prendersi il carico mentale della famiglia gli abbia fatto comprendere quanto le difficoltà e le battaglie delle madri siano reali e giuste. E quanto la solitudine e la depressione delle donne dipenda proprio da questo. Ma la riflessione più importante di Alberto riguarda la volontà di rompere uno schema. Perché, come sappiamo bene, ciò che osserviamo fare ai nostri genitori spesso diventa il modello che riproporremo nella nostra vita.

«L’esempio che voglio dare ai miei figli non è quello che ho ricevuto io. Voglio mostrargli che si può rompere una catena, che si può fare qualcosa di diverso. Anche se io sto attraversando un periodo particolarmente stressante e difficile, non significa che loro debbano affrontarlo nello stesso modo. Ho due maschi e una femmina, e penso che questo cambio di rotta rispetto alla consuetudine possa già essere un insegnamento importante per loro».

Ci vuole cura e pazienza, ma il cambiamento che Alberto sta facendo non è solo personale, ma riguarda un obiettivo più ampio, e cioè la possibilità di trasmettere ai figli un modello diverso, perché è proprio in questo modo che le nuove generazioni potranno crescere in un contesto in cui il rispetto e la collaborazione non siano un privilegio destinato a uno solo nella coppia ma una regola familiare condivisa.

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