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Perché la tassa contro Temu e Shein danneggia l’Italia (e non la Cina)

Due euro in più sul pacco non cambiano un acquisto. Al massimo lo rendono leggermente più fastidioso. È da questa soglia di indifferenza che emerge il limite della nuova tassa sui pacchi extra UE introdotta con la Legge di Bilancio 2026: una misura pensata per riequilibrare il commercio e coprire i costi doganali che, però, mostra già tutte le sue crepe. Tra dirottamenti logistici e consumi sempre più compulsivi, il rischio è che il provvedimento resti un segnale simbolico più che uno strumento efficace.

Tempo di lettura: 4 minuti

Tassa sui mini pacchi extra-Ue
Foto di Kristina Tripkovic

Hai appena cliccato “conferma ordine” su un articolo da un sito cinese e ti sei goduto la soddisfazione di aver fatto un affare. Arrivato il momento della consegna, però, scopri che ti addebiteranno 2 euro in più perché il pacco viene da fuori dell’Unione Europea e vale meno di 150 euro. Ti fermi un attimo e pensi: “ok, un extra di 2 euro, ma che senso ha?”. In effetti, non è una cifra che ti fa cambiare idea. Al massimo ti infastidisce per qualche secondo. Così, nello spazio di pochi minuti, quello che, secondo l’ultima novità fiscale della politica italiana – e in parte europea – doveva rivelarsi uno strumento utile a ri-orientare le abitudini dei consumatori, si mostra invece come un provvedimento già superato. Ma quali sarebbero, in teoria, le ragioni alla base di questo sovrapprezzo?

Cosa prevede la Legge di Bilancio

Con la Legge di Bilancio 2026 è stato introdotto un contributo di 2 euro per ogni pacco di valore dichiarato fino a 150 euro proveniente da Paesi extra-Ue, riscosso al momento dell’importazione dal servizio doganale. L’intento ufficiale è quello di recuperare parte delle risorse spese per la gestione e il controllo doganale, oltre che di riequilibrare la concorrenza tra il commercio locale e le piattaforme di e-commerce low cost come Shein, Temu o AliExpress.

La soglia di 150 euro non è casuale: fino a questo valore le spedizioni erano storicamente esentate da dazi doganali grazie al regime noto come de minimis. La tassa da 2 euro, oltre a introdurre un costo fisso aggiuntivo sugli acquisti online extra-Ue, si inserisce in un più ampio sforzo di riforma del trattamento doganale dei piccoli pacchi in Europa.

Fatta la legge…

Peccato che, nonostante una logica di fondo comprensibile, quella di voler coprire i costi amministrativi, la pratica si sia dimostrata molto meno efficace di quanto la teoria aveva immaginato. Il motivo? La natura del mercato, oggi più che mai integrato e dinamico, per via dell’e-commerce e della logistica internazionale. Già nelle prime settimane dalla sua entrata in vigore – come si legge su Wired – si sono registrati segnali di distorsione dei flussi logistici.

Invece di pagare il contributo in Italia, molti corrieri stanno dirottando i pacchi verso altri Paesi dell’Unione Europea dove la tassa nazionale non esiste, facendo quindi entrare comunque le merci nell’area Ue senza far scattare il prelievo italiano. Risultato: non solo l’Italia incassa meno gettito del previsto, ma rischia di perdere traffico logistico e attività economica legata ai suoi scali aeroportuali e centri di smistamento. 

Un “nudge” mal progettato

Questa dinamica dimostra una caratteristica tipica dei nudge mal progettati: invece di correggere un comportamento indesiderato – in questo caso l’elevato volume di pacchi low cost extra-Ue – la misura crea incentivi per aggirarla, spostando il problema altrove piuttosto che risolverlo. Non è un caso se a livello europeo si discute di una riforma più strutturale del sistema doganale. Il Consiglio dell’Unione europea ha già indicato la strada verso un contributo armonizzato sui piccoli pacchi, proprio per evitare che ogni Stato giochi una partita isolata e perda efficacia. Ma anche in questo caso il rischio resta lo stesso: intervenire solo sul prezzo finale senza toccare il modello culturale che sostiene il fenomeno.

Una questione di sistema

Perché il vero nodo non è fiscale, né puramente logistico. È culturale. Il successo del fast fashion e dell’e-commerce ultra-low cost non nasce solo dalla convenienza economica, ma da un’idea di consumo fondata sull’immediatezza, sull’abbondanza e sulla percezione che tutto sia sostituibile e sacrificabile. Gli algoritmi spingono, le spedizioni rapidissime normalizzano l’acquisto impulsivo, la distanza geografica e sociale dai luoghi di produzione rende invisibili i costi ambientali e umani. Una tassa di 2 euro non scalfisce tutto questo. Al massimo lo sfiora.

La tassa sui mini pacchi non riduce il consumismo, non rende davvero più sostenibili le filiere e non rafforza automaticamente il commercio locale. Rischia anzi di spostare il problema altrove, senza cambiarne la natura. Se l’obiettivo è ridurre comportamenti di consumo insostenibili, servono strumenti più profondi. Educazione al consumo, trasparenza sui costi ambientali, politiche industriali che rendano competitive le alternative di qualità, incentivi positivi e non solo penalizzazioni simboliche. La fiscalità può avere un ruolo, ma solo se è parte di un disegno coerente. Altrimenti resta quello che è oggi: un piccolo balzello che non cambia le scelte, ma ci dà l’illusione di aver fatto qualcosa.

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