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Saldi online 2026: come evitare truffe e resi cari

I saldi 2026 sono iniziati e molti di noi approfitteranno degli sconti online. Ma tra contraffazioni, siti fake, nuove regole e dazi, l’esperienza dello shopping online potrebbe rivelarsi meno divertente di quanto sembri. Ecco una guida per non avere sorprese.

Tempo di lettura: 8 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

saldi online 2026
Foto di Margarita Marushevska

209 euro è quanto spenderemo per i saldi 2026, secondo Fismo Confesercenti. L’indagine dell’associazione di categoria non distingue tra acquisti in presenza e online, ma è presumibile che parte dello shopping stia viaggiando sul web, dove le offerte sono tantissime. Il pericolo di fregature, però, è altissimo. Se nei saldi “fisici”, ci basterà esaminare bene la merce, controllare prezzo vecchio e prezzo scontato, e informarci prima sulla possibilità di rendere i prodotti, negli acquisti online il rischio di pensare di avere fatto un buon affare, e di ritrovarsi con una fregatura, è ancora più concreto, a meno di non navigare su portali di brand noti o su piattaforme riconosciute. Vediamo perché e come evitarlo.

Le truffe e “quasi truffe”: i siti che spacciano cineserie

Inutile dire che online è molto frequente trovare merce “fake”, e che basterebbe un po’ di buonsenso per capire che un articolo griffato in vendita a un prezzo inferiore all’80% potrebbe dare qualche sorpresa. L’insidia dei saldi 2026 è però anche un’altra: la rete è ormai piena di venditori all’apparenza rispettabilissimi, e che a un prezzo che sembra d’occasione, commercializzano prodotti spacciati per artigianali o di alta qualità, ma che nella realtà troveremmo in un bazar o da un ambulante a pochissimi euro.

«Sembrano i siti di negozi fisici italiani al 100%. Sono realizzati con l’intelligenza artificiale, scritti nella nostra lingua, hanno immagini assolutamente verosimili, e riportano nel nome quello di una persona o di una grande città italiana, come Milano, Roma, Firenze. In realtà, oltre alle pagine web non c’è un negozio, né un laboratorio, queste attività hanno sede in altri stati della Comunità europea o fuori dall’Europa, e vendono il più delle volte merce prodotta in Asia», spiega l’ispettore della polizia postale Gianni Di Pietro.

«L’acquirente crede di comprare su un sito italiano, usufruendo di un grande sconto, ma si rende conto dell’inganno solo quando l’articolo arriva a destinazione. Quando però, visto il risultato, chiederà di restituire il prodotto e ottenere il reso, si sente dire con molta probabilità che la spedizione – a carico del cliente – è dall’altra parte del mondo». Inviare però un pacco di piccole dimensioni in Asia o in un altro continente può costare dai 40 ai 90 euro, spesso più del valore dell’articolo. Che conviene a questo punto tenere.

Cosa fare se si è caduti in trappola

Cosa fare nel momento in cui si riceve della merce palesemente scadente? «Se l’articolo che arriva è contraffatto si può presentare la denuncia alla polizia postale, che potrebbe chiudere il sito. Purtroppo non è un’azione risolutiva, perché questi e-shop rinascono identici dalla sera alla mattina, con un altro dominio e un altro nome. Se invece il prodotto non è un falso, ma semplicemente molto lontano da ciò che era stato promesso, il reato va dimostrato, e la questione è più complessa», chiarisce l’ispettore. «Si potrà comunque segnalare l’attività alla Polizia postale, che avvierà delle verifiche ed eventualmente agirà. Sul sito c’è un modulo di segnalazione apposito, che si compila in pochi minuti».

Come riottenere i soldi, il chargeback

Chi si trova in questa situazione può anche tentare una strada per provare a riottenere il denaro speso, benché il successo dell’operazione non sia assicurato. Se la merce non è arrivata, è contraffatta, non è conforme, gli emittenti delle carte di credito come le banche, i circuiti di pagamento, e i servizi come Paypal, prevedono il chargeback, e cioè il rimborso del denaro. Attenzione, però: in linea di massima il chargeback è contemplato nei casi di pagamenti non autorizzati, oppure se l’addebito è maggiore rispetto alla cifra indicata nell’ordine.

L’eventuale rimborso, nei casi che abbiamo elencato in questo articolo, dipenderanno essenzialmente dalle condizioni contrattuali realtive alla carta di credito o al sistema di pagamento. La cosa da fare è contattare l’emittente della carta, (per esempio la banca), il circuito o il servizio di pagamento (Paypal su questo fronte offre larghe tutele), e chiedere di compilare l’apposito modulo di chargeback, o di contestare l’addebito. C’è un arco di tempo entro cui effettuare l’operazione, quindi meglio agire in fretta.

Prevenire: tre regole per distinguere i siti web affidabili

Prevenire, si sa, è meglio che curare, e sicuramente anche in tempo di saldi saper distinguere un sito affidabile da uno che non lo è, è la miglior ricetta per evitare perdite di tempo e di soldi. Ci si può riuscire seguendo questi tre punti suggeriti dall’ispettore Di Pietro. Eccoli:

  • Cerca l’identità del venditore. Non basta che il nome del negozio richiami un luogo o una città, informati su chi è. Nel footer del sito devono comparire per legge la ragione sociale, cioè il nome dell’azienda o della ditta individuale, la sede legale, con l’indirizzo fisico, e i contatti diretti del venditore, con un recapito email, un numero di telefono e un indirizzo di posta elettronica certificata. È fondamentale verificare dove si trova la ditta, e magari fare dopo qualche ricerca sui motori di ricerca, per capire di chi si tratta, se davvero è un “artigiano” del nostro Paese, come spesso si descrivono questi venditori. Se poi queste informazioni non compaiono sul sito da nessuna parte, meglio diffidare, perché ci dicono che quell’e-shop non è a norma di legge, un indizio preoccupante.

  • Controlla la “data di nascita” del sito e il Paese in cui è ospitato il server. Informazioni di questo tipo si trovano su siti specializzati come “Whois”. Perché il dato è importante? Perché siti fuorilegge tendono ad aprire e chiudere come i funghi, se la pagina web è molto giovane, non è affatto un buon segno, anzi.

  • Cerca le recensioni indipendenti. Non affidarti solo a quelle che compaiono sull’eshop, non è detto che siano veritiere. Cercale online, e leggile con attenzione. Se quello su cui ti accingi a fare acquisti è un sito che rifila fregature, qualcuno ci sarà cascato prima di te, e non avrà esitato a scriverlo.

Saldi 2026 e diritto di reso online: nuove regole e quanto costa

Qualunque sia il tuo tipo di acquisto, il recesso resta un elemento da valutare con attenzione, prima di cliccare su “paga”. I diritti del consumatore sono chiari: rimandare la merce al mittente e riavere il denaro è possibile per tutti gli acquisti conclusi fuori da un negozio fisico, anche se semplicemente il cliente ha cambiato idea. L’importante è darne comunicazione entro 14 giorni. A questo proposito esiste un obbligo per il venditore di informare l’utente prima dell’acquisto sull’esistenza di questo diritto, sulle condizioni, e sull’iter da seguire per esercitarlo. Di solito queste regole sono nelle condizioni di vendita che i venditori chiedono di sottoscrivere prima del pagamento. Se non ci sono, il consumatore può chiedere il reso entro 12 mesi dall’acquisto.

È bene non sottovalutare questo aspetto, e leggere attentamente condizioni di reso e procedure. Quando rendiamo una merce, infatti, perdiamo quanto pagato in spese di spedizione, e, se previsto nelle condizioni generali del contratto, è a carico nostro anche il costo per spedire il prodotto non voluto. Un costo che, come abbiamo visto, può essere anche molto alto. Fortunatamente, dal 19 giugno le regole per il recesso si sono semplificate. La nuova normativa comunitaria prevede che i siti di e-commerce abbiano integrato una procedura standardizzata e intuitiva, una sorta di pulsante chiaramente identificabile – con diciture come “recedere dal contratto qui” o simili, e visibile e facilmente raggiungibile, per semplificare l’operazione al consumatore. Il processo deve essere guidato, e al cliente basta inserire o confermare alcuni dati essenziali

Il dazio che pesa sul recesso

Non è finita, perché dal 1° luglio è sorta un’altra questione relativa al costo del reso, con l’entrata in vigore del dazio europeo da 3 euro sulle merci in entrata di valore inferiore a 150 euro. Le Q&A pubblicate dalla Commissione europea e riprese nella circolare n. 17-2026 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, chiariscono alcuni punti essenziali.
Il primo riguarda il meccanismo di calcolo. Com’era stato annunciato, il dazio si applica ai singoli articoli, ragione per cui se si acquistano più merci di diverso tipo, ciascuno di essi verrà gravato della “tassa”. Viene da sé che, se per un pacco con 2 t-shirt pagherò solo 3 euro, per un pacco con una t-shirt e un paio di pantaloni ne dovrò versare 6.

Il responsabile del dazio è il venditore, ma è presumibile che questi riversi i costi extra sul consumatore, agione per cui è importante verificare le voci nel carrello. C’è infine un ultimo aspetto non secondario, che riguarda ancora il rimborso in caso di reso. Su questo la circolare dell’Agenzia delle dogane non lascia spazio a dubbi: «Il dazio pagato per merci successivamente restituite al venditore non è oggetto di rimborso o sgravio sulla base della sola invalidazione della dichiarazione per reso, fatta salva l’applicazione delle disposizioni ordinarie per merci difettose o non conformi».

Tradotto, una cosa è la merce difettosa e non conforme, per la quale si applica il diritto di garanzia, altro è il reso puro e semplice. Se ricevi una cineseria e desideri rispedirla al mittente, sappi che oltre a non vederti restituire le spese di spedizione, e a doverti fare carico delle nuove, non avrai indietro il dazio. Una ragione di più per stare attenti.

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