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di Rame

Sono ricca, ma mio fratello ha più diritto di me ai soldi

Emma non ha mai conosciuto la scarsità, né ha dovuto lottare per la propria autonomia economica: è nata benestante e lo è rimasta. Eppure questo non le ha risparmiato una disparità più silenziosa: anche quando il denaro non manca, il diritto di averlo, difenderlo e rivendicarlo non è lo stesso per un uomo e per una donna.

Tempo di lettura: 10 minuti

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Foto di Maia Barbosa su Unsplash

Ascolta il podcast della puntata:

«Ogni tanto mia madre me lo faceva capire dicendo: “Ma di cosa ti meravigli? È risaputo che nelle famiglie i maschi pretendono di più, che si cerca di dare di più al maschio”. E questa visione del problema mi ha sconcertato perché non si è mai parlato del fatto che lui chiedesse di più, ma del fatto che io non avessi accettato».

Questa non è una storia di povertà o di mancata autonomia economica. Emma è ricca e lo è sempre stata. Eppure questo non l’ha protetta da una disparità più sottile: scoprire che, anche quando i soldi non mancano, a un uomo e a una donna non viene riconosciuto lo stesso diritto di averli, difenderli e rivendicarli.

I soldi portano benessere… e conflitto

Emma ha 30 anni, vive in un piccolo paese in Abruzzo e lavora come impiegata amministrativa nell’azienda di famiglia, un’impresa che produce gomma piuma. Fin da bambina, i soldi, in casa, abbondavano.

«Non voglio dire che siamo miliardari, però siamo una famiglia benestante, e io ne ero cosciente fin da piccola. La mia casa è molto grande, anche troppo, e ho sempre invitato gli amici, fatto feste. Mi ricordo che quando andavo in gita i miei genitori mi davano molti soldi. Una volta, alle elementari, credo di essere andata in giornata a Roma con 500 euro. Una cosa assurda».

Quando va al liceo, Emma riceve dal padre una paghetta settimanale tra i 300 e i 500 euro.

«Papà me li lasciava il sabato sul comodino, in camera mia. A volte mi dimenticavo persino che fosse il fine settimana: tornavo il sabato sera e ritrovavo i soldi lì».

Con quei soldi paga le uscite e qualche viaggio. Il resto lo mette da parte.

«Verso i diciotto anni ho aperto un conto alle Poste, con dentro tipo 20/30.000 euro».

I soldi abbondavano ma non erano innocui. Emma lo capisce fin da piccolissima

«Abbiamo avuto dei problemi, soprattutto mio padre, con i suoi fratelli per l’eredità di mio nonno, quindi fin da piccola ho assistito a scene di conflitto che, fondamentalmente, riguardavano i soldi».

Quella storia era iniziata ancora prima che Emma nascesse. Suo nonno paterno aveva aperto tre aziende di produzione di gomma piuma quando i suoi figli avevano già una ventina d’anni. I due maggiori erano entrati subito nell’attività di famiglia. Il padre di Emma, invece, aveva scelto di studiare ingegneria e sognava un’altra professione.

«Voleva insegnare: forse matematica, fisica. Ovviamente era cosciente del fatto che, se avesse insegnato, a livello economico l’introito sarebbe stato diverso».

«Avrebbe avuto meno soldi, ma forse anche meno problemi».

Quando Emma ha cinque anni, il nonno muore e lascia un’azienda a ciascuno dei suoi figli. Ma l’eredità, invece di sistemare le cose, finisce per riaprire tensioni che nella famiglia erano già presenti.

«Da quel che ho capito, mio nonno non aveva lasciato un testamento molto chiaro, e l’eredità era molto confusa. Aveva litigato con mio zio, il fratello maggiore di mio padre, e l’aveva cacciato dall’azienda. Le impiegate che stanno qui da trent’anni mi raccontano di aver assistito a scene assurde».

Il padre di Emma, alla fine, smette di frequentare i suoi fratelli. E così lei cresce in una famiglia molto benestante ma anche molto ripiegata su se stessa.

«Dal punto di vista familiare eravamo in completa solitudine. Non so cosa significhi, banalmente, un Natale pieno di cugini. Eravamo noi e mia nonna materna, che viveva con noi, e basta».

Sicurezza economica come possibilità di rimandare le scelte

Dopo il liceo, Emma si iscrive a Giurisprudenza, a meno di cinquanta chilometri da casa, e continua a vivere con i genitori, facendo avanti e indietro ogni giorno. In quegli anni non le capita mai di lavorare, nemmeno durante l’estate.

«Questa però è una cosa che rimpiango, perché penso di essere una persona molto impacciata e, secondo me, se avessi lavorato, mi sarei un po’ svegliata. Non tanto per i soldi. Penso che dal punto di vista umano, lavorare mi avrebbe aiutato».

Quando ha 21 anni, i genitori si separano. Emma decide di rimanere con il padre.

«Lo avrei lasciato completamente solo, ormai a quasi settant’anni».

All’ultimo anno, gli esami cominciano a rallentare, e a un certo punto Emma pensa anche di cambiare facoltà.

«Quando ho iniziato ad andare fuori corso, mio padre mi diceva: “Prenditi tutto il tempo che vuoi, tanto quando vuoi puoi venire a lavorare in azienda. Non hai bisogno di farti una carriera per conto tuo già a trent’anni. Se lo vuoi fare va bene, sarò orgoglioso di te, però non ne hai bisogno per vivere, non è una cosa necessaria”».

La sicurezza economica, per lei, si è tradotta nella possibilità di rimandare le scelte.

«Ero cosciente del fatto che nella mia vita non dovevo per forza lavorare. Quindi sì, non ho avuto fame di ambizione».

Emma si laurea a ventottanni e finita l’università entra subito in azienda.

«Sono entrata subito in un ruolo amministrativo: contabilità, relazioni con le banche, quindi da subito nei dati sensibili. Essendo la figlia del titolare, papà diceva: ”Chi altro, se non una della famiglia?”».

Perché sei donna

In azienda, però, c’è già suo fratello, cinque anni più grande di lei. Lui è entrato subito dopo il diploma di ragioneria e con Emma non ha mai avuto un rapporto particolarmente stretto.

«Per principi, per carattere, non siamo mai andati d’accordo. Mai. Da quando siamo cresciuti, io e mio fratello abbiamo avuto un rapporto quasi a zero».

Un anno fa, arriva l’episodio che cambierà definitivamente gli equilibri nella famiglia. Il fratello lascia l’azienda del padre per aprire un’attività tutta sua. Per farlo ha bisogno di una somma importante e decide di chiederla al padre sotto forma di donazione. Un anticipo di eredità insomma

«Ha chiesto a mia madre di dirlo a papà, e di non dirlo a me».

Emma lo scopre un mese prima della firma, quando l’accordo è ormai definito. A quel punto capisce che il fratello non aveva soltanto chiesto al padre un aiuto per la sua nuova attività: aveva cercato di fare in modo che lei non sapesse nulla, perché quella decisione riguardava anche ciò che, un giorno, avrebbe potuto spettarle. E a colpirla è anche il fatto che sua madre fosse al corrente e avesse scelto di tacere.

«Anche se non siamo mai andate molto d’accordo, mia madre la sento quasi ogni giorno. Eppure non mi aveva detto nulla. E nemmeno mio fratello, che vedevo qui ogni giorno. Sapevo che si stava interessando ad altre attività, ma come le acquistava non era affar mio. Quando ho capito che volevano farmela alle spalle sono impazzita, perché era veramente un’ingiustizia».

Una sera è il padre a parlargliene, con una proposta già pronta. La donazione al fratello va fatta subito, perché la data del contratto si avvicina. Quella per lei, invece, può aspettare: per ora i soldi che le spetterebbero restano investiti, e un domani i due fratelli pareggeranno i conti al momento di dividere l’eredità.

«Mi aveva detto: “Devo smobilizzare delle polizze. Ovviamente, se devo dare a lui devo dare anche a te, quindi dovrei smobilizzare il doppio. Intanto li do a tuo fratello, e in un secondo momento li darò anche a te, vediamo come fare”. E io gli ho detto: “No, guarda, se puoi smobilizza anche per me. Non che io ci debba fare qualcosa, però voglio la mia parte. Non perché non mi fidi di te, ma perché non mi fido di mio fratello o di mia madre”».

Per Emma, infatti, non è una questione di avere quei soldi subito, quanto più di principio. La sua reazione, però, sorprende il padre.

«Papà mi diceva: “Adesso mi stai facendo pensare che tu tenga al denaro più di tuo fratello”. Ma io ho provato a spiegargli che non era soltanto una questione di denaro. Per carità, i soldi non fanno schifo a nessuno. Però perché lui deve pretendere più di quello che spetta anche a me? È forse più figlio lui di me? Per diritto, no».

Alla fine il padre fa quello che Emma gli chiede: dà la stessa cifra a entrambi i figli. Il fratello lascia l’azienda e apre la sua attività. Ma da allora non parla più con il padre e nemmeno con Emma. Con il passar del tempo Emma si accorge che l’ostilità scatenata dal suo gesto ha anche una connotazione di genere.

«Lì per lì non pensavo che c’entrasse il fatto che fossi donna, perché mio fratello faceva leva sul fatto di essere entrato prima in azienda, di aver lavorato di più. E io gli rispondevo: “Ok, però hai anche ricevuto uno stipendio che io non ho preso, giustamente, perché non lavoravo”. Ma ogni tanto mia madre mi faceva capire che non dovevo arrabbiarmi perché è risaputo che nelle famiglie i maschi pretendono di più, che si cerca di dare di più al maschio».

«Ai loro occhi, ero diventata una pazza, una strega. Mi hanno detto che ho il demonio dentro».

A colpirla, però, non è solo il fatto che la sua richiesta venga contestata. È il modo in cui viene fatto.

«E ogni tanto mio padre me lo rinfaccia. Mi dice: “Se avessi accettato, forse tutta tensione in famiglia non si sarebbe creata. Io comunque non ti avrei mai lasciata in mezzo a una strada: era solo una somma a cui dovevi rinunciare momentaneamente”».

«Ecco, questa visione della storia mi ha sconcertato: il problema era che la figlia femmina non aveva accettato, non che il maschio chiedeva di più. Non si è mai parlato del fatto che lui chiedesse di più, ma del fatto che io non avessi accettato. Mi sembrava assurdo».

Di padre in figlio

La cosa la colpisce anche per un altro motivo. Quando Emma era bambina, era stata proprio un’eredità a dividere suo padre dai suoi fratelli. Ora una frattura simile attraversa la generazione successiva, e suo padre si ritrova dall’altra parte: non più figlio coinvolto in una disputa tra fratelli, ma padre che deve decidere come distribuire ciò che ha costruito.

«Anche nella famiglia di mio padre è successo che il primo volesse di più. E infatti mio padre dice: “Guarda, mi sembra di star vivendo di nuovo quella cosa lì”».

Oggi Emma lavora ancora accanto al padre, anche se l’azienda di famiglia potrebbe essere venduta. E nel ripensare a quello che è successo, torna alla persona con cui è cresciuta. È lì, in quello che ha visto e ascoltato da bambina, che ha imparato per la prima volta cosa può significare, per una donna, avere o non avere soldi propri.

«Io sono cresciuta con la mamma di mia mamma, che mi diceva: “Di tuo nonno non ero innamorata, ma non avevo studiato, non venivo da una famiglia benestante. Se non mi sposavo, che facevo?”. E lo stesso mi diceva di mia madre: “Tua mamma non ha voluto neanche finire il liceo, passava da un lavoretto all’altro. Ovviamente la dovevo far sposare, e non potevo farla sposare con un operaio”. “Tu invece no”, mi diceva, “Tu questo problema non ce l’hai. Anzi: tu non sposarti, che ti sposi a fare? Vai a convivere, e quando ti stanchi lo lasci, lo butti fuori casa. Tanto i soldi ce li hai, hai un’azienda, il lavoro non ti manca”. Quindi per me, per una donna, i soldi sono libertà».

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