I pazienti non sono clienti: il mio lavoro è anche dire “no” ai soldi facili
Camilla Di Pasquali è chirurga plastica, medico estetico e imprenditrice. Nata e cresciuta alle porte di Roma in una famiglia dove il lavoro è tanto e il denaro poco, impara fin da piccola che il valore non si misura in euro. «L’importante è essere, non apparire», le ripete allo sfinimento suo padre. E questa frase diventa per lei una bussola. Non rincorre il denaro come traguardo, ma come mezzo per fare bene, per costruire qualcosa che abbia senso.
Finito il Liceo, Camilla sa esattamente di voler diventare una chirurga plastica, e nonostante le iniziali resistenze da parte dei genitori, segue il suo obiettivo con grande determinazione. Eppure medicina è un percorso lungo: l’indipendenza economica arriva tardi, e quando finalmente arriva lei scopre di non avere un “manuale”. Il suo istinto è diretto, quasi brutale: «Se i soldi ce li ho, significa che posso spenderli».
La carriera la porta dalla chirurgia ricostruttiva alla medicina estetica, un settore in cui la richiesta del paziente non coincide sempre con ciò che è giusto fare. Qui Camilla mette a fuoco la sua idea di estetica: non come maschera o standardizzazione. «Il senso del mio lavoro è aiutare ciascuno a emergere per quello che è eliminando solo ciò che lo fa stare male. I miei pazienti non sono clienti: non sono una fonte di incasso, ma qualcuno che porta una domanda, e a volte quella domanda va ridimensionata, spiegata, perfino contraddetta». Dire di no a richieste sbagliate può costare, ma per Camilla è parte della fiducia medico-paziente. Un no che a volte è anche un no ai soldi. Perché la medicina estetica è un settore dove la domanda può essere continua e il mercato può trasformare tutto in consumo ripetibile. Eppure Camilla insiste: il botox non è un “ritocchino” da calendario, è un farmaco, una terapia. E l’etica non è un accessorio.
Nel 2021, questa filosofia di medicina estetica prende corpo in un progetto imprenditoriale: il botox bar, che fonda con due soci e nel quale investe tutto ciò che ha, 20mila euro. «Non ho mai pensato che potesse andare male». Oggi gli ambulatori sono tre e il “di più” viene reinvestito: non per diventare ricchi, ma per costruire qualcosa di migliore, più solido, più etico.
Per due anni, mentre il Botox Bar ingrana, Camilla continua a lavorare in un altro ambulatorio, praticamente gratis. Lo fa per affetto e senso di responsabilità verso i suoi pazienti. Finché capisce che la passione non può sostituire il riconoscimento: «Se qualcuno non ti paga, significa che non ti sta riconoscendo il valore. Ho lasciato nell’aria somme anche molto importanti. E questo, probabilmente, non va bene».