I miei genitori hanno investito su di me. Ora devo farcela
C’è un investimento che le famiglie fanno senza aspettarsi un ritorno in denaro, ma che a chi lo riceve può comunque pesare come un debito. Nella musica classica, dove il talento non basta a garantire una carriera stabile, quel peso si intreccia con stipendi che restano sotto i milleduecento euro al mese e mesi di attesa prima di essere pagati. Irene, violinista trentenne, ci racconta cosa significa restare fedeli a una vocazione mentre si fanno i conti con un settore che non ripaga mai abbastanza in fretta.
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«I miei genitori non mi chiederebbero mai di restituirgli fisicamente i soldi che hanno speso per questo percorso, per lo strumento e tutto il resto. Però sento un po’ di responsabilità: hanno fatto questo investimento, e sento di doverli ripagare, diciamo, con qualche risultato».
Ci sono investimenti che non devono restituire interessi, ma sicurezza, felicità, benessere. Quando una famiglia mette anni e risparmi nella formazione di una figlia, e quella formazione conduce dentro un mestiere, quello di musicista, che, per come è strutturato, produce affanno e precarietà, il debito verso i genitori non si chiude mai: cambia natura. E Irene oggi ci racconta cosa significa vivere con esso.
Guardare alla ricchezza
Irene ha 30 anni, vive a Firenze ed è musicista: suona e insegna violino. È cresciuta a Varese, in una famiglia dove il padre era impiegato in un’azienda e la madre lavorava come cuoca, prima in un ristorante a conduzione familiare, poi nella cucina di un asilo. In casa, attorno al denaro ruotava una grammatica di attenzione e misura.
«Non mi è mai mancato nulla, però ho sempre avuto la percezione che in famiglia bisognasse fare attenzione a come si spendevano i soldi».
Il desiderio di qualcosa di più, per Irene, assume la forma di una grande casa.
«Da piccola mi immaginavo che avrei avuto una bella casa, con tanto spazio. Ho sempre diviso la camera da letto con mia sorella, perché siamo cresciute in un appartamento non troppo grande. E devo dire, ora che ci penso, che rispetto alle case degli amici che frequentavo, la nostra l’ho sempre percepita come un po’ stretta».
La casa grande, però, non è mai diventata davvero un obiettivo da inseguire.
«Di sicuro non ho scelto il percorso di studi da intraprendere sulla base di qualcosa che mi avrebbe assicurato un buon guadagno».
Seguire un sogno
E infatti, Irene sceglie di inseguire la sua più grande passione, studiare musica. A cinque anni inizia a suonare il violino. Durante il Liceo Scientifico, oltre a studiare privatamente, suona in un’orchestra giovanile al Conservatorio di Lugano. Grazie a quell’esperienza la musica smette di essere un gioco e diventa una direzione.
«Grazie a questa orchestra giovanile in cui suonavo a Lugano ho fatto delle esperienze bellissime con la musica. Frequentavo anche dei corsi di perfezionamento, e avevo conosciuto un insegnante che insegnava a Vienna, con cui d’estate facevo una settimana di lezioni. Lui, e tutto l’ambiente musicale che frequentavo, mi davano delle emozioni talmente forti che mi hanno fatto credere che quella fosse comunque la mia strada».
Per anni, la musica è stata una promessa intatta.
«Finché ho vissuto a Varese era come se stessi in una bolla, in cui vedevo questo percorso musicale solo in maniera positiva. Poi, andando via di casa e cominciando a farne davvero un ambito di studio a livello universitario, e poi una professione, mi sono un po’ scontrata con quella che è la vera vita del musicista».
Entrare nella precarietà
Quella vita, Irene la incontra a Firenze, dove si trasferisce per studiare violino alla Scuola di Musica di Fiesole. Comincia a lavorare già durante gli studi, come assistente all’insegnamento. Oggi quella scuola è anche il suo unico appiglio stabile: ha un contratto a tempo indeterminato come insegnante. A essere stabile, però, è solo il contratto. Perché il compenso orario è minimo.
«In una scuola di musica, diciamo, è normale che la paga si aggiri intorno ai 15, massimo 20 euro lordi l’ora».
Il resto del compenso arriva dalle orchestre, con contratti di prestazione occasionale: nelle orchestre più importanti una giornata può valere intorno ai 120 euro, ma sono davvero poche.
«Se uno non è inserito nelle graduatorie, se non ha la possibilità di collaborare con le realtà più importanti, allora restano le realtà di fascia intermedia, dove il guadagno non vale tutte le ore di lavoro che uno fa».
A complicare i conti c’è anche l’attesa per essere pagati. Buona parte delle orchestre con cui Irene collabora riceve i fondi ministeriali a fine stagione, a rimborso.
«L’attesa per i musicisti che collaborano con queste associazioni, per ricevere i soldi, è anche di sei, sette mesi. Io, per esempio, sto ancora aspettando i soldi di concerti fatti a novembre del 2025».
Sommando insegnamento e concerti, Irene mette insieme tra 1.000 e 1.200 euro al mese. Non è una cifra lontana dalla norma del settore: secondo l’Inps, nel 2023 il reddito medio dei musicisti in Italia è stato di circa 7.215 euro l’anno. Si tratta di un reddito mensile inferiore alla soglia di povertà relativa, pari a circa 750 euro al mese. Così, l’indipendenza che a vent’anni sembrava il traguardo, a trenta è ancora un punto all’orizzonte.
«L’indipendenza finanziaria, diciamo, sta ancora arrivando. Fino a un po’ di tempo fa ero in una situazione in cui non pagavo un affitto: condividevo la casa con un ragazzo che è stato il mio compagno per alcuni anni. Ora che invece sono andata a vivere da sola, sto ancora facendo i conti con la difficoltà di mantenermi totalmente da sola. Non sto chiedendo soldi ai miei genitori, però ogni tanto, per alcune cose, utilizzo dei soldi che ho da parte».
«Quindi il mio guadagno mensile non copre sempre esattamente tutte le spese che devo sostenere».
La via d’uscita, sarebbe un posto fisso in un’orchestra stabile. Traguardo che in genere i musicisti centrano anche dopo i 50 anni. Perché a un concorso possono esserci uno o due posti per ottanta candidati.
«Molti musicisti, anche per tantissimi anni della loro vita, lavorano collaborando per periodi determinati, con un teatro piuttosto che con un altro. La stabilità vera arriva solo se una persona è tra i migliori, perché i posti disponibili, in relazione a quanti musicisti ci sono, sono pochi».
Il costo di una carriera
In mezzo a tutto questo c’è lo strumento. A un certo punto del percorso, a un musicista viene chiesto di averne uno professionale: un violino, dice Irene, costa almeno diecimila euro. Lei, prima di comprarlo, ne ha suonati due in prestito. Quando è arrivato il momento, a pagarlo sono stati i suoi genitori. E quel violino, insieme agli anni di studio, è l’investimento che sente di dover ripagare, se non in denaro, per lo meno con la sua serenità.
«I miei genitori non mi chiederebbero mai di restituirgli fisicamente i soldi che hanno speso per questo percorso, per lo strumento e tutto il resto. Però sento un po’ di responsabilità: hanno fatto questo investimento, e in qualche modo deve dare dei frutti. Sento di doverli ripagare, diciamo, con qualche risultato».
Eppure Irene non racconta tutto questo con rancore. La precarietà, nel suo ambiente, è quasi parte del mestiere, qualcosa che si accetta entrando.
«Per alcuni musicisti non avere un posto fisso, un guadagno fisso, non è per forza una condizione negativa. Il fatto che il guadagno possa variare ogni mese, a seconda dei concerti che uno riesce a proporre, è anche una scelta di vita: facendo il musicista si abbraccia un po’ questa libertà, e allo stesso tempo questa precarietà».
Accettarla significa anche venire a patti con le conseguenze che questa scelta ha sul proprio corpo.
«Credo che circa l’80% dei musicisti abbia avuto bisogno di fisioterapia, o comunque di un sostegno dal punto di vista della preparazione fisica, perché è comunque un percorso fisicamente impegnativo».
Le sedute, però, sono a carico del musicista. E non sono l’unica spesa che il mestiere scarica su chi lo pratica.
«Un’altra caratteristica di questo percorso è che non si finisce mai di studiare: si continuano a fare corsi di perfezionamento, di specializzazione, a seguire insegnanti per molti, molti anni, ben oltre il percorso di laurea».
Senza tutele
Eppure il contratto a tempo indeterminato che la lega alla scuola di Fiesole non la protegge come il nome lascerebbe pensare: non prevede né corsi di aggiornamenti né spese mediche. E un muscolo che si infiamma non è solo una spesa, ma anche un lavoro che salta.
«Magari mi venivano proposte delle collaborazioni e, in un momento in cui non sentivo di poter sostenere quello sforzo, rinunciavo a prescindere. Se accetti il lavoro, vieni pagato. Se non lo accetti, resti a casa e non vieni pagato».
A conti fatti, non tutti possono restare in un mestiere così.
«La maggior parte delle persone che scelgono questa strada vengono da famiglie di musicisti, in cui magari anche i familiari sono musicisti a livello professionale».
Davanti a tutte queste difficoltà, Irene ha messo in discussione il suo percorso più di una volta. Ma non lo ha mai abbandonato.
«Continuo comunque a crederci, perché sento che è la mia strada. Lavorare con la musica mi piace molto».
Oggi il suo obiettivo non ha più i contorni della grande casa che sognava da bambina.
«Il risultato, per me, è poter vivere di musica con serenità. Raggiungere una sicurezza economica che mi faccia stare tranquilla».
Solo allora Irene saprà di aver ripagato l’investimento dei suoi genitori.