Guadagnavo, ma pensavo di non meritarlo
Lucia ha imparato presto a non dare valore al proprio lavoro, come molte donne prima di lei: per generazioni quello femminile è stato considerato naturale, dovuto, qualcosa che si fa per amore e non un lavoro a cui riconoscere una dignità economica. Ma nel suo caso quella svalutazione nasce anche da una contraddizione più intima: ritrovarsi a guadagnare più della famiglia che l’ha cresciuta nel culto del sacrificio, della fatica e della rinuncia.
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«Non avendo mai dato tanto valore al mio tempo, e quindi alle mie capacità, non sono stata brava a trattare l’aumento di stipendio. Ho sempre vissuto quello che arrivava non come dato dal mio valore, ma perché capitava».
La svalutazione del proprio lavoro è una storia che molte donne conoscono bene. Ha radici lontane: in secoli in cui il lavoro femminile è stato considerato naturale, dovuto, gratuito. Qualcosa che si fa per amore. Non qualcosa a cui dare una dignità economica. Ma nella storia di Lucia la svalutazione del suo lavoro nasce anche da una contraddizione più intima: ritrovarsi a guadagnare più della famiglia che l’ha cresciuta nel culto del sacrificio, della fatica, della rinuncia. Ed è di questo che parleremo oggi nella nostra puntata.
Verranno tempi migliori
Lucia ha 41 anni, vive a Milano da sedici ma è originaria di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. È l’ultima di quattro figli – tre maschi e lei, con una distanza d’età molto grande.
«Quando ho iniziato la prima elementare, il secondo dei miei fratelli iniziava il primo anno di università, quindi la differenza era tanta. E in una famiglia con quattro maschi non è sempre facilissimo affermarsi, soprattutto perché sei la femmina, la piccolina, e c’è quel diktat non scritto che ti devono proteggere. Una cosa che mi è sempre stata un po’ stretta».
I suoi genitori gestiscono una pasticceria. Il padre aveva un passato da carrozziere, interrotto per un problema agli occhi.
«Si è inventato pasticcere. Dico inventato perché si è presentato in una pasticceria dichiarandosi tale: oggi diremmo che ha mentito sul curriculum. In realtà non lo era, e andava in bagno con il librettino delle ricette per sapere come fare le cose».
Dietro quel padre visionario, che sogna molto e mal sopporta di essere dipendente, c’è una madre che tiene le redini di tutto.
«Mio padre arrivava la sera, dava i soldi a mia madre e non sapeva neanche quanti fossero. Se le chiedeva “mi dai centomila lire che devo pagare quella cosa?”, la risposta era: non ce le ho. Perché mia mamma ha sempre avuto una grande tendenza al risparmio: su diecimila, cinquemila andavano messe da parte comunque, perché non si sa mai. Accumulava per il matrimonio dei figli, per finire la casa, sempre per cose concrete… ma adesso se ne pente, amaramente, perché non si è goduta nulla, quando poteva».
Aprire una pasticceria a Taurianova, un paese che pullula di pasticcerie storiche tramandate di padre in figlio, non è semplice. Il padre di Lucia ci riesce, ma il prezzo è altissimo. Negli stessi anni la famiglia costruisce anche casa, su un terreno comprato più di dieci anni prima.
«A noi non è mai mancato nulla, mai, sulla carta. Ma in casa si facevano i conti anche della lira, perché mio padre non dormiva la notte per capire come gestire tutto: pagare i fornitori, le banche, la spesa. Abbiamo passato tre anni senza riscaldamento, in casa stavamo con i cappelli perché faceva freddo».
In casa, la grammatica del denaro è una sola.
«Ora è il tempo del sacrificio: si lavora, non si spende, non si fa nulla. Ma arriverà un tempo in cui potremo fare».
La vita da copertina
Quel futuro migliore, quel tempo che verrà, Lucia inizia a immaginarlo altrove.
«Mi immaginavo di essere una donna in carriera, con il mio tailleur e i miei tacchi, che andava in giro per il mondo».
Lucia vorrebbe studiare psicologia a Roma, ma sua madre non glielo permette. Così ripiega su Scienze politiche e sociali a Cosenza, dove conosce l’uomo che diventerà suo marito.
«Lui si è laureato poco prima di me e cercava lavoro. Giù non eravamo riusciti a trovare nulla, così ho iniziato io a mandare curriculum per lui ovunque. Poi l’hanno chiamato a Milano, è partito lui, e io l’ho raggiunto».
A venticinque anni, a Milano, Lucia si trova davanti a un bivio. Ha due offerte di lavoro: una nel mondo della moda, che nel frattempo è diventata la sua passione, ma pagata 500 euro al mese; l’altra in una società di recupero crediti, in ambito bancario, con stipendio pieno dal primo giorno.
«1500 euro per me erano una camionata di soldi».
«Dovevo mantenermi da sola: la scelta di venire a Milano era stata mia, e mi avevano detto “te la smazzi tu”, anche perché non erano molto contenti».
Sceglie la società di recupero crediti. Quattro anni dopo, la svolta: entra in banca.
«Lavorare in banca era il sogno di chiunque. Venire a Milano da giù, lavorare in banca, e per giunta in sede, non in filiale, significava avere una vita da copertina, da star: avevi fatto quello che la maggior parte ti invidiava».
«L’immagine pubblica di quella che, in qualche modo, ce l’ha fatta».
Quell’immagine, Lucia impara a portarla addosso come un distintivo. Eppure, sotto quel distintivo, inizia a emergere uno strano senso di colpa.
«Forse perché avevo vissuto quello che avevano vissuto i miei, dove era tutto un sacrificio: ricevere una busta paga con dei soldi mi faceva sentire in colpa. Avevi quei soldi e pensavi: ma mio padre quanto ha dovuto faticare per averli?».
«A casa mia il giorno di ferie non esisteva: quando per gli altri era festa, tu lavoravi. Natale, Capodanno, l’estate. Perché in pasticceria, quando tu festeggi, io lavoro. E all’inizio i giorni di ferie per me erano champagne, una cosa quasi immeritata. Per me il dipendente faceva la bella vita rispetto a loro».
Quel senso di colpa verso la famiglia, Lucia lo riscatta non mancando a nessun evento, a nessuna ricorrenza. Accumula così voli su voli.
«Se dovessi quantificare quanti soldi ho speso in biglietti aerei, forse mi sarei comprata un’altra casa a Milano. Ho sempre avuto la sensazione di dover essere partecipe della vita della famiglia: qualsiasi evento, qualsiasi cosa, sono sempre andata giù. Non mi sono mai concessa il lusso di mancare».
Il valore che non sa reclamare
Quel senso di colpa privato, familiare, ha un risvolto anche lavorativo, perché si trasforma in una sorta di sindrome dell’impostora, che le impedisce di dare il giusto valore al proprio lavoro e quindi di negoziare i suoi aumenti di salario.
«Ho sempre vissuto quello che arrivava non come dato dal mio valore, ma perché capitava. Aver avuto la possibilità di entrare in banca, per me, significava già tanto. E poi, avevo paura che mi smascherassero, che scoprissero che in realtà non ero capace. Così quello che mi davano me lo tenevo, già contenta di quello».
«Economicamente ci ho perso tantissimo».
Quando Lucia diviene madre per la seconda volta, l’abitudine a svalutare il suo lavoro diventa una profezia autoavverantesi.
«Ho avuto un anno tremendo, perché la bambina era sempre malata. Non avendo nessuno a cui lasciarla, ero molto spesso a casa. E questo significava sentirsi non presente al lavoro e non presente a casa, perché comunque non eri al cento per cento da nessuna parte».
«Al mio ritorno in ufficio è stata in parte l’azienda a mettermi da parte, ma molto l’ho fatto anch’io: sapevo di non poter dare quello che davo prima, così mi sono un po’ autoesclusa. Ho lasciato ampio margine a chi non aspettava altro».
Il problema è che quel passo indietro, nel lavoro, raramente resta neutro. Viene letto come disinteresse, come minore ambizione, come se la maternità avesse improvvisamente cancellato la persona che eri prima.
«Se io lo vedevo come “in questo momento non mi sento in grado di fare quello che facevo prima”, dall’altra parte veniva letto come “vabbè, è mamma, ha i figli e non gliene frega niente del lavoro”. E poi una frase che, se mi avessero dato una coltellata, mi avrebbe fatto meno male è stata: “Non sei più la Lucia di un tempo”. Come a dire: chiunque diventa mamma diventa così».
La gabbia dorata
Oggi Lucia sa che dietro questa dinamica c’è un meccanismo sociale più grande, ma è consapevole di esserne stata complice, quando non ha chiesto aiuto, quando non ha delegato nulla, quando ha voluto dimostrare di essere una supereroina.
«Volevo fare tutto come prima, meglio di prima. Uscivo alle sei e mezza di casa per essere a lavoro alle sette e mezza, così da poter uscire prima e andarle a prendere a scuola, avere comunque il pomeriggio con loro. Il mio errore è stato fare tutto quello che facevo senza darlo a vedere, mantenere un profilo sociale molto alto. E anche esteticamente dovevo essere perfetta, perché non dovevo dimostrare di stare male».
Da quell’anno difficile Lucia è uscita, anche grazie a una terapia, durante la quale è iniziata a maturare in lei la consapevolezza di volere qualcosa di più, e di diverso, dalla sua vita.
«Di sicuro non mi vedo disoccupata: mi vedo comunque con un lavoro. Ma accompagnato dallo sviluppo di quegli interessi che oggi coltivo sotto banco, e che non ho mai avuto il coraggio di coltivare fino in fondo: qualcosa che mi porti ad avere un filone alternativo al lavoro, una mia soddisfazione personale».
Il suo rapporto con i soldi, interiorizzato da bambina, e cioè rinunciare a qualcosa oggi, in vista di un dopo, Lucia lo riconosce anche nel modo in cui ha vissuto il proprio tempo.
«Paradossalmente, ho iniziato a godermi il mio tempo da quando sono diventata mamma, perché il tempo non ce l’ho più. Quell’ora, o quell’aperitivo una volta al mese, me li godo, perché so che quello è il mio tempo: la mia cartuccia da sparare. Quando invece di tempo ne avevo tanto, per andare in palestra o per fare cose anche per la mia crescita personale, non l’ho fatto. Forse avevo un’altra testa, ma credo di averne perso tanto, di tempo».
Suo marito, già dagli anni del Covid, spinge per tornare al Sud: una vita più vivibile, e dei genitori, da entrambe le parti, che cominciano ad avere bisogno di assistenza. Lucia non dice di no. ma a bloccarla, ancora una volta, è qualcosa di più antico, che riconosce con esattezza.
«È il procrastinare. È un po’ quello che dicevo di mia madre: il dire: “Prima o poi ci sarà il tempo per farlo”. Ma quel “prima o poi sei tu a decidere quando sarà”. Non sarà un altro a venirti a dire: “Ora è il momento giusto”».