Quella casa comprata all’asta, che finalmente sento mia

Marianna Mascioletti ha 40 anni, vive a Roma e si occupa di comunicazione politica. L’idea che si fa dei soldi, da bambina, è piuttosto “magica”: quando arrivano, arrivano; e quando ci sono, si spendono. Da quando si trasferisce a Roma, nel 2002, vive la sua vita passando da una casa all’altra, facendo dei lavori che non le permettono di avere una vera e propria indipendenza economica. Quando nel 2018 il suo contratto diventa finalmente a tempo indeterminato, inizia a nascere dentro di lei il desiderio di trovare un luogo dove sentirsi finalmente a casa.

Tempo di lettura: 15 minuti

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Marianna Mascioletti

Ascolta il podcast della puntata:

“Quello che una persona prova nel ritornare a casa dopo tanti anni e vedere che i sensi delle strade sono cambiati, a me è successo in una notte. Da un giorno all’altro io non avevo più un posto dove tornare, non avevo più un’origine. Come se il luogo dove ero nata e cresciuta fosse stato preso e spostato in un’altra dimensione.”

La città in cui Marianna è nata e cresciuta, il 6 aprile di 15 anni fa si sgretolò in seguito a una violenta scossa di terremoto. Stiamo parlando di L’Aquila, una città che lei non aveva mai veramente amato.

«Io non mi sono mai sentita molto a casa da nessuna parte: non da mia madre, non da mio padre. Forse un po’ a casa di mia nonna, poi però lei ha dovuto lasciare quella casa per varie ragioni; e quindi c’è stato di nuovo uno sradicamento».

La storia di Marianna può essere raccontata come la ricerca di un luogo dove sentirsi a casa e di una casa da sentire propria. Un percorso lungo e pieno di ostacoli, che però ci racconta dal suo appartamento di 40 metri quadri, simbolo della sua indipendenza personale e finanziaria. Nonché spoiler sul lieto fine di questa storia.

L’incertezza del presente

Marianna Mascioletti oggi ha 40 anni, vive a Roma e si occupa di comunicazione politica. L’idea che si fa dei soldi, da bambina,è piuttosto “magica”.

«Sono cresciuta con la sensazione che che i soldi fossero una variabile indipendente. Non è che lavori, fai, accumuli e hai i soldi. Per me i soldi erano come il Natale: quando arrivavano, arrivavano…».

A seminare questa idea fatalistica della ricchezza è l’incertezza finanziaria in cui Marianna vive fin da bambina, con un padre che oscilla tra lavori dipendenti e tentativi imprenditoriali. E una madre che un lavoro dipendente ce l’ha, ma di quelli che non sai mai quando ti arriva lo stipendio.

«Capitava che non prendeva lo stipendio per quattro mesi, e poi quattro mesi dopo gli arrivava lo stipendio del quarto mese prima, e poi di nuovo due mesi senza. Non aveva nessuna certezza e non avevamo una cultura del risparmio. I soldi quando c’erano, si spendevano. Ricordo che una volta ci tagliarono la corrente e fummo costretti a lasciare la casa. Fu proprio una brutta esperienza».

Poco dopo l’esperienza dello sfratto, i genitori di Marianna si separano. Sua mamma prende in affitto una casa nella periferia dell’Aquila che anni dopo comprerà.

«Fiutò l’affare e convinse i condòmini a comprare tutti insieme quel palazzo di otto appartamenti in modo che potessero avere del credito molto agevolato. Poi all’epoca mio padre guadagnava bene e l’aiutò».

Quella casa, grazie al suo modo allegro di spendere i soldi, si riempie di bellezza.

«Mia madre era una rockstar nell’animo. Io ho sempre pensato che fosse una persona che si meritava di avere tantissimi soldi perchè li avrebbe spesi in cose bellissime. Tant’è che questa intervista la sto registrano seduta su un divano della Frau, che è un oggetto di design. Ho anche due poltrone Kandinsky. Anche se casa mia è solo di 40 metri quadri io ce le voglio, perché mi sono da monito: attenzione a non fare passi più lunghi della gamba, perché poi ti ritrovi con un carico di roba bellissima che però non sai dove mettere».

La strada per Roma

Nel 2002, la situazione economica dei genitori si è stabilizzata e  Marianna può finalmente pensare di spiccare il volo.

“Nella dimensione provinciale dell’Aquila io ci stavo proprio stretta. C’è quel verso di Stairway to Heaven che dice: There’s a feeling I get, when I look to the west. And my spirit is crying for leaving. Ecco la finestra della mia camera dava a ovest e ho passato tante serate a guardare fuori sognando di andarmene. ”

L’ovest di Marianna è Roma, dove si trasferisce per studiare. Abita in una casa in condivisione nel quartiere Torpignattara.

«Lì mi sostenevano i miei: mi mandavano un fisso mensile con cui pagavo l’affitto, i libri universitari, le tasse e tutto il resto. Ogni tanto ci usciva qualche cena, ma non facevo una vita ricercata».

Due anni dopo, il padrone di casa non rinnova l’affitto a lei e alle sue coinquiline. Così Marianna decide di andare a vivere dall’uomo con cui ha iniziato una relazione.

«Lui era più grande di me, inquadrato, dipendente, sicuro, lavoro pagato benissimo. Per tutto il periodo in cui abbiamo convissuto è stato anche un sostegno finanziario per me perché lui ci metteva la casa e un lavoro molto meglio pagato del mio».

In quegli anni, Marianna si barcamena tra diversi lavori, senza mai riuscire a raggiungere una vera libertà finanziaria. Lascia l’Università e smette di essere dipendente dai suoi genitori, ma lo diventa dal suo compagno.

«Per anni ho preso 400/500€ al mese, a cui si aggiungevano altri lavoretti saltuari, e magari arrivavano a 700/700€. Al call center ne prendevo 900/1000€».

2009: il punto di non ritorno

Arriva la primavera del 2009. La terra, da qualche tempo, trema all’Aquila e sua madre le dice di non tornare. Marianna però comincia a sentire il peso della dipendenza economica dal compagno e inizia a riportare un po’ di sue cose a casa della madre. La notte del 6 aprile è appena tornata a Roma dal festival del giornalismo di Perugia.

«A Roma, quindi 100 chilometri più in là, rimbalzava l’armadio, rimbalzava il letto. Io mi sono svegliata e ho detto immediatamente: “qui è successo qualcosa a L’Aquila”. Io ricordo che quella notte ho acceso la televisione e sono cominciate ad arrivare delle immagini della città distrutta. Io non ho riconosciuto la strada che per dieci anni avevo fatto tutti i giorni per andare a scuola».

I genitori di Marianna sopravvivono al terremoto e anche la casa comprata da sua madre resta in piedi. Lei non ci vorrà più vivere e la affitterà, trasferendosi nelle Marche. Alla sua morte, nel 2013, quella casa diventerà di Marianna.

«All’epoca non mi potevo permettere di pagare il mutuo di quella casa. Come aveva suggerito la compagna di mio padre mi sarei dovuta trasferire all’Aquila da Roma, vivere in quella casa e affittare le altre stanze. E con quelle, pagare il mutuo. Ma a me proprio non andava, intanto perché L’Aquila come posto per vivere non mi è mai piaciuto, e poi perché quella casa aveva bisogno di rinnovamenti, ristrutturazioni, impianti. Tutte spese che in quel momento io non mi potevo permettere. Così ho deciso di rivenderla».

Marianna riesce a vendere la casa per 150.000 euro. Quei soldi li usa per vivere, senza fare alcun tipo di investimento. Continua a guadagnare troppo poco per essere autonoma e continua a vivere a casa del suo compagno. Fino al giorno in cui, nel 2016, la relazione finisce.

«Quando ci siamo lasciati io per parecchio tempo molte mie cose le ho lasciate da lui e ho dormito sul divano a casa sua per per mesi».

Quando uscirà da casa del suo ex, sarà per andare in un appartamento condiviso, poi nella casa di un’amica che gliela affitta a un prezzo calmierato. Nel frattempo, qualcosa cambia sul fronte lavorativo. Fino a quel momento il fatto di essere pagata poco, le aveva fatto credere di non meritare neppure una stabilità.

“Mi sentivo sicuramente come se non valessi niente. Mi dicevo: “vabbè, mi pagano spiccioli perché il mio lavoro non vale niente”. Quindi quando ho trovato quest’altro lavoro è stato davvero un’attestazione che un altro mondo è possibile. E da qui, coerentemente col fatto che per la prima volta il mio contratto diventa a tempo indeterminato, comincio a pensare che forse avrei potuto cercare una casa solo per me.”

Il bisogno di avere un luogo proprio

Marianna si permette di ascoltare un bisogno che probabilmente bussava timidamente da anni.

«Pensare di non avere uno spazio interamente mio era una cosa che mi pesava. Mi ricordo di quell’estate in cui, dopo la morte di mia madre ero stata nella casa, in attesa di venderla. Appena entrai in casa, mi chiusi la porta dietro, aprii l’acqua della vasca da bagno e dissi: “Questa è casa mia, qua non può aprire la porta nessuno perché qua ci posso stare solo io».

Nel 2019 inizia così a cercar casa.

«Io cercavo casa a Torpignattara, un quartiere che secondo gli agenti immobiliari è vivace e multietnico, mentre i romani ne hanno un’opinione un po’ peggiore. Ma insomma, è un quartiere tradizionalmente povero, dove però le casa costano anche di meno».

Nonostante ciò, Marianna vede passare offerte davanti ai suoi occhi senza riuscire mai ad acchiapparle. Il suo tesoretto ormai è consumato. E le sue disponibilità economiche non le permettono di passare per i canali tradizionali. Proprio in quel momento conosce un’avvocata specializzata nel settore immobiliare delle aste. E scopre che Roma è la prima città in Italia per ordine di grandezza nel mercato delle aste. Individua un appartamento che sembra fare al caso suo.

«E quindi ricontatto questa avvocata e le dico di aver trovato questa casa. Lei mi dice che è un’asta fallimentare e non giudiziaria, e che il procedimento è un po’ più difficile. Vado a vedere il prezzo iniziale: 59.000€. Per iscriversi all’asta bisognava fare una procedura accelerata che di solito non è richiesta. Quindi con l’avvocata facciamo una cosa da mission impossible, mettiamo in pari gli orologi e io mi faccio prestare il 10% della cifra iniziale per dare l’anticipo. Erano circa 5000€, che io non riuscivo a mettere insieme in così poco tempo».

Il giorno dell’asta arriva e Marianna si collega puntualissima. Un minuto dopo l’apertura, però, l’asta è già chiusa.

«Il mio primo pensiero è stato: “chi è questo stronzo che si è aggiudicato l’asta in un minuto? Dopo 30 secondi capisco che quello stronzo ero io. Grazie anche alla bravura di questa avvocata ero stata l’unica, seppure ci fossero più interessati, a riuscire ad iscrivermi all’asta nei tempi e con le modalità corrette. Sostanzialmente, l’asta si era aperta e chiusa senza nessuna offerta, e io l’avevo vinta».

Marianna, dicevamo all’inizio, ci sta parlando seduta sulla poltrona Frau che finalmente è tornare ad avere una sua funzione.

«I mobili erano nel garage di casa di mio padre da da quando mia madre era morta. Tra poco saranno due anni che ho vinto l’asta ed è poco più di un anno che abito in questo appartamento mio, proprio mio».

Certo, c’è un mutuo da pagare…

«Dato il prezzo irrisorio che l’ho pagata, il mio mutuo è meno di 300€ al mese. Anche se lo dovessero allungare non è un problema. Pagherà 300€ al mese per 25 anni anziché 20. Mi posso tranquillamente permettere questa cifra, anche se guadagnassi molto meno di così».

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