Pensavo di essere libera. Invece ero una finta partita Iva
Per migliaia di persone la partita Iva non è una scelta di libertà ma una dipendenza travestita: gli stessi orari e gli stessi vincoli di un impiego, senza ferie, malattia né pensione. Sono le cosiddette finte partite Iva, un fenomeno di cui si parla da vent’anni e che continua a reggersi sull’idea che lavorare in proprio sia comunque un privilegio. Ma cosa resta quando la flessibilità che sembrava una scelta diventa una forma di precarietà?
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Ascolta il podcast della puntata:«Purtroppo la questione è che io ho approcciato la partita Iva in modo anomalo: non ho cercato clienti miei diretti, ma subito collaborazioni con le agenzie, che molto spesso si sono trasformate in collaborazioni continuative, dove mi veniva chiesta una presenza anche full time. Il posto da dipendente l’ho sempre allontanato il più possibile, perché l’ho sempre visto come una gabbia un po’ troppo stretta. Anche se poi, in realtà, in quella gabbia mi ci sono messa da sola».
Ci sono strumenti che a vent’anni sembrano una porta che si apre e a trentacinque si rivelano una gabbia appunto. La partita Iva è uno di questi. Martina l’ha scelta come forma di libertà – lavorare dove voleva, fare esperienza – e per dieci anni l’ha vissuta così, con leggerezza. Poi è arrivata la vita adulta e quella libertà ha cominciato ad assomigliare a qualcos’altro.
Un esempio da seguire
Martina ha 35 anni, vive a Verona e lavora nell’ambito della comunicazione digitale, come libera professionista. È cresciuta negli anni Novanta in una grande casa indipendente, dentro una famiglia agiata. Il padre è un imprenditore edile, la madre un’infermiera che all’arrivo di Martina e sua sorella, diventa casalinga. La figura del padre, in questa storia, è molto importante. Nato in Val di Fiemme e cresciuto in una famiglia molto numerosa, con altri 6 fratelli, si era spostato prima a Milano e poi a Verona, costruendo da sé la propria impresa. È lui il modello che Martina interiorizza da bambina.
«L’esempio che abbiamo avuto da mio papà è quello di una persona che ci ha provato ed è riuscita. È l’esempio che mi ha dato, e che probabilmente mi ha spinta a non fermarmi al posto fisso quando sono arrivata in età da lavoro».
Dopo essersi diplomata alle superiori come Perito Aziendale a Martina piacerebbe frequentare la facoltà di Architettura e Design, ma non riesce a passare il test di ingresso, così ripiega su Scienze della Comunicazione.
«Mi è piaciuto talmente tanto avere a che fare con le materie umanistiche, che in un Istituto tecnico non avevo avuto l’opportunità di studiare, che ho finito i miei tre anni, non ho più riprovato Design e ho fatto anche la magistrale in Strategie di comunicazione».
Dopo la laurea e la specializzazione, Martina inizia a fare un tirocinio dopo l’altro, in agenzie di comunicazione. E all’ennesimo stage con la promessa di un’esperienza che vale più del compenso, Martina prende l’unica decisione che le sembra possibile.
«Verso la fine di uno di questi tirocini ho deciso di aprire la partita Iva. Più che altro per darmi la possibilità di uscire da quel circolo vizioso degli stage, anche perché ormai avevo terminato l’università e di sicuro la possibilità di fare stage sarebbe finita nel giro di un anno».
Aprire la partita Iva non la spaventa. Anzi, è la direzione verso cui ha sempre guardato, fin da quando ha iniziato a immaginarsi al lavoro.
«Il posto da dipendente l’ho sempre allontanato il più possibile, perché l’ho sempre visto come una gabbia un po’ troppo stretta».
La sicurezza con cui vive la sua scelta si vede anche nel metodo con cui l’affronta.
«Da quando ho aperto la partita Iva accantono sempre il 30%. Di ogni fattura, ogni pagamento che mi entra, il 30% lo metto su un conto deposito. Poi, quando arriva il momento di pagare le tasse, semplicemente li sposto da un conto all’altro. Ho sempre vissuto molto serenamente la partita Iva. Anzi, mi sono fatta anche un piccolo Tfr, perché quel 30% era abbastanza larghino, e son sempre riuscita ad accantonare qualcosa in più».
Una “finta” partita Iva
C’è però una contraddizione in cui inciampa fin dall’inizio.
«Non ho cercato clienti miei diretti, almeno non in modo principale, ma subito collaborazioni con le agenzie, che molto spesso si sono trasformate in collaborazioni continuative, dove mi veniva chiesta una presenza anche full time. E poi avevo altre collaborazioni che mi arrivavano da un collega, o da altre persone che invece lavoravano davvero come freelance, e quelle le gestivo la sera».
La sua condizione lavorativa diventa difficile persino da nominare.
«Io sono una dipendente partita IVA».
«Sono arrivata a guadagnare 2.500 euro al mese lordi. Che al netto, togliendo il mio 30%, significano praticamente 1.800 euro».
Le chiamano “finte partite Iva”, professionisti liberi solo sulla carta, in realtà dipendenti mascherati da collaboratori autonomi. Del fenomeno si parla da quasi vent’anni, ma poco si è fatto per debellarlo, e resiste: dieci anni fa uno studio Isfol calcolava che le partite Iva “finte” fossero il 15% del totale, una ogni 7, stime più recenti parlano di circa 400.000 lavoratori su una platea di 3 milioni.
A dicembre 2022 Martina ha il suo primo figlio. E con il suo arrivo, spariscono i lavoretti della sera.
«Perché lavorare la notte con un neonato non è proprio fattibile. E anche adesso che è cresciuto, una volta che rientro a casa è richiesta la mia presenza; e la sera, quando ho messo a letto mio figlio, sono a letto anch’io».
E lì arriva la doccia fredda. Perché quei lavoretti serali, che sembravano un extra, erano in realtà l’ingranaggio che teneva in piedi tutto.
«Mi sono resa conto che la mia attività infrasettimanale non bastava a mantenermi. Erano quei lavoretti serali, in realtà, a darmi quell’elasticità e quella possibilità economica. Anche solo per mettere via quei 200 euro ogni mese».
La trappola
È in questo cambio di vita che la partita Iva inizia a mostrare l’altra faccia. Quella fatta di tutto ciò che non offre.
«Anche se quei 1.800 euro possono essere lo stipendio di un dipendente, comunque manca tutta quella serie di sicurezze: la malattia, le ferie, un TFR un giorno. Sono tutte cose a cui io non ho accesso».
Le sicurezze che mancano non sono un concetto astratto. Ma hanno la forma molto concreta dei giorni in cui il corpo si ferma e il reddito si ferma con lui.
«Sono consapevole che dovrei guadagnare di più per potermi permettere di restare a casa quando sono influenzata e avrei bisogno di riposare per riprendermi, magari anche un solo giorno. O per potermi permettere un’assicurazione integrativa per la pensione».
Quello che è cambiato, con la maternità, non è il funzionamento della partita Iva, ma il valore che Martina dà al suo tempo.
«Se prima il mio tempo era solo mio, se volevo fermarmi a lavorare un’ora o due in più nessuno me lo impediva. In un certo senso, quella libertà di tempo mi aveva tolto la consapevolezza del suo valore. Quando invece ha cominciato a scarseggiare, ho capito che il mio tempo aveva più valore di quello che gli davo prima. Perché, adesso, quell’ora che lavoro è un’ora in cui non sono disponibile per la vita».
E davanti a un lavoro che non è cambiato, ma a una vita che sì, quello che resta è un sentimento preciso.
«Mi fa sentire frustrata. È difficile accettare di aver faticato tanto per portare a casa magari qualcosa in più, e poi restare sempre con quel centinaio di euro sul conto a fine mese. Mi sento tornata indietro».
Martina, in tutti questi anni, ha sempre potuto contare su un cuscinetto d’emergenza, un gruzzolo che veniva da lontano: somme ricevute dai nonni, che i genitori le avevano fatto reinvestire, e che il padre le aveva insegnato a non lasciare ferme. Un anno fa, quel gruzzolo ha trovato una destinazione.
«Questi risparmi mi hanno permesso, un anno fa, di dare l’anticipo di 40.000 euro che serviva per l’acquisto della casa. E oggi mi manca molto quel gruzzoletto di sicurezza».
«Poi, certo che quella certezza si è trasformata in un immobile e quindi non è che si sia volatilizzata, però non è lì a disposizione in caso di necessità».
E rimettere insieme quella sicurezza, con quello che guadagna, non è cosa da poco. Ma quando prova a immaginare quanto a lungo dovrà rincorrerla, il problema si allarga.
«Adesso io lavoro, ho 35 anni e posso ancora crescere. Però per quanto posso crescere? E soprattutto, per quanto posso crescere in un ambito come la comunicazione digitale, dove le cose cambiano in due secondi? Magari mi ritroverò a lavorare fino a 75 anni, e così mi sono chiesta: “Ma davvero voglio diventare matta a correre dietro alla tecnologia, senza avere una sicurezza per quando non potrò più lavorare?”. Questo mi ha fatto fermare».
Il cambio di mentalità
Davanti a Martina, adesso, ci sono due strade: trasformarsi in una freelance vera, con clienti propri, oppure aprire un’attività completamente nuova lontano dalla comunicazione digital. Nel mezzo, una terza ipotesi che fino a poco tempo fa avrebbe escluso senza pensarci.
«Nell’ultimo periodo ho pensato di cercare un posto da dipendente in un’azienda. Anche se non è una modalità che sento mia, è una modalità che potrebbe darmi più serenità in questo momento, e magari consentirmi di fare poi quel salto che mi serve per aprire una mia attività».
Mettersi volontariamente nella gabbia che ha sempre fuggito, il posto fisso, per trovare lo slancio di costruire qualcosa di proprio. Martina oggi è ferma esattamente qui. Ma su una cosa, almeno, ha le idee chiare.
«Mi piacerebbe molto riuscire a raggiungere questo risultato, per me e per il mio futuro, perché non voglio assolutamente arrivare a 70 anni scontenta di quello che faccio ogni giorno».