Sto imparando, finalmente, a gestire i soldi con la Partita Iva

Giorgia Ortu La Barbera ha 54 anni, vive a Latina ed è una psicologa che si occupa di consulenze nell’area delle risorse umane. Quando era bambina, aveva la fantasia che da grande sarebbe stata ricca. Una volta adulta, quell’idea di ricchezza si trasformerà in un obiettivo: la possibilità di avere uno sguardo sereno sul futuro.

Tempo di lettura: 9 minuti

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Ascolta il podcast della puntata:

“Quando ero bambina avevo la fantasia che sarei stata ricca, da grande, perché il non poter accedere a nulla che non fosse proprio indispensabile mi faceva sperare poi da grande di poter soddisfare qualunque desiderio immediatamente. Non avevo ben chiaro che cosa volesse dire essere ricchi, quindi il mio era un pensiero magico.”

Da grande, Giorgia diventerà ricca nel senso che intendeva da bambina, cioè il potersi togliere ogni sfizio. Ma a quel punto si porrà come obiettivo una nuova ricchezza, ovvero lo sguardo sereno sul futuro.

Due modelli differenti

Giorgia Ortu La Barbera ha 54 anni, vive a Latina ed è una psicologa che si occupa di consulenze nell’area delle risorse umane. I suoi genitori, sposatisi giovanissimi, la espongono a due modelli di vita completamente diversi.

«Mia madre era l’elemento stabile della famiglia, peraltro facendo l’insegnante di scuola elementare anche i suoi tempi erano molto ordinari: la mattina si usciva, si tornava a pranzo e il pomeriggio stava con noi a fare i compiti. Mio padre, invece, era un pilota di elicottero. Inseguiva e insegue tuttora sogni legati al viaggiare, al fare esperienze, al girare il mondo. Questa sua passione ha sempre cercato di legarla alla dimensione professionale, perciò non c’era posto dove lui potesse stare con soddisfazione per un periodo superiore ai tre mesi».

Visto l’animo irrequieto del padre, la gestione economica e organizzativa della famiglia è a carico della madre, che educa Giorgia e le sue due sorelle al contenimento delle spese.

«Non avevamo la possibilità di soddisfare grandi sfizi. Mi ricordo che quando avevo 14/15 anni andavano di moda dei jeans di una particolare marca e io non ho mai avuto il coraggio di chiedere a mia madre di comprarmeli».

Oggi Giorgia riesce a individuare nella sua personalità l’influenza di entrambi i genitori.

«Un po’ sono cresciuta con la paura di non avere i soldi. Questo però non ha mai rappresentato una spinta tanto forte da farmi fare delle scelte obbligate. Quindi sì, c’era il timore di non riuscire ad avere una stabilità economica, ma dall’altra parte quell’aspetto di irrequietezza di mio padre, un po’ più moderato e soprattutto ben direzionato, è stato ciò che mi ha permesso di fare delle scelte libere».

La prima scelta veramente libera arriva per Giorgia al momento dell’università.

«Mia madre, per paura di non potersi permettere le spese universitarie, mi aveva indirizzato verso Ragioneria. Io avrei voluto fare il Classico e mi sono sempre rammaricata di non aver potuto seguire le mie passioni. Questo ha fatto sì, però, che quando ho dovuto scegliere l’università mi sono imposta e ho fatto Psicologia. Quella è stata la prima scelta veramente forte, autodeterminata e un po’ conflittuale, che ho dovuto gestire con mia madre, ma anche con mio padre, che, malgrado la sua irrequietezza, si aspettava che noi figlie facessimo dei percorsi più stabili».

Quando Giorgia ha 22 anni, le criticità del già fragile rapporto tra i suoi genitori, culminano con la loro separazione.

«Fino a quel momento, con tutta una serie di difficoltà, ci veniva comunque garantito il percorso universitario. Invece, con la separazione dei miei genitori è stato messo in discussione anche quello. Lì ho capito che me la sarei dovuta cavare da sola e quindi mi sono trovata un lavoro come baby sitter, che peraltro ho fatto per dieci anni: è stato il lavoro più stabile della mia vita».

Gli anni dell’Università sono molto duri…

«Studiavo insieme a un’altra ragazza e compravamo i libri a turno. Per me è stato un periodo particolarmente difficile, accompagnato poi da un sentimento di rabbia che provavo nei confronti di mio padre, che stava giocando sul piano economico la negoziazione per la separazione con mia madre».

L’ingresso nel mondo del lavoro

Giorgia riesce a laurearsi, seppure con un po’ di ritardo. Trova un lavoro con un contratto co.co.co ma capisce subito che ha bisogno di un ulteriore investimento sulla formazione post-universitaria. Così lascia quel lavoro e torna a studiare, contro il parere di tutti quelli che conosce. Tranne una persona.

«La mia sorella più grande, che nel frattempo stava facendo la specializzazione in medicina, mi anticipò i soldi e quindi io feci il debito con lei per riuscire a pagarmi il primo master. E anche lì, ovviamente, con una laurea debole, presa in ritardo e senza nessuna certezza ho dovuto affrontare il contesto attorno a me che si interrogava sulla correttezza di questa scelta, che io invece sentivo molto forte nonostante tutte le persone intorno mi dicessero di aspettare».

Dopo aver concluso il master, Giorgia si iscrive a un secondo master ottiene un nuovo contratto co.co.co. e, nel frattempo, rimane incinta.

“Ho lavorato fino a 15 giorni prima del parto. Con quel contratto non c’era alcuna tutela, quindi ho preso il mio periodo di maternità senza copertura e quando poi sono tornata, il titolare mi disse testuali parole: ‘Giorgia, hai deciso di fare la mamma e io adesso non ti posso riprendere perché non puoi più fare le attività che facevi prima’. Avevo 33 anni, due master, una laurea e rischiavo di uscire completamente dal mercato del lavoro.”

A quel punto, con una figlia di nemmeno un anno, Giorgia decide di aprire la Partita Iva e di riprendere i contatti con le persone che aveva conosciuto durante il master. Le cose funzionano. La Partita Iva, benché sconosciuta ai suoi orizzonti, è il vestito che le si addice.

«Il concetto di libera professionista non esisteva proprio nel mio perimetro. Non conoscevo nessuno che fosse libero professionista, per cui è qualcosa che è arrivato così, senza che io sapessi che cosa voleva dire esattamente essere un libero professionista».

La scelta della Partita Iva

Giorgia è brava, trova clienti, inizia a fatturare. La sfida che le pone la Partita Iva è di altro tipo.

«Le difficoltà maggiori sono state sicuramente quelle di comprendere che cosa volesse dire aprire una Partita IVA, e quindi, come si gestiscono i soldi e quali spese bisogna prevedere. Devo dire che quello è stato un apprendimento molto lento. Ho continuato per anni a sorprendermi dell’Iva che dovevo pagare trimestralmente o della cassa di previdenza che ogni tanto arrivava e io non avevo grandi capacità di previsione del periodo in cui sarebbe arrivata. Il fatturato poi ti illude che tu abbia tanti soldi a disposizione e quando poi ti rendi conto invece che con quei soldi non riesci a sostenere i costi della tua attività, ti chiedi come sia possibile, perché tu vedi dei numeri che sono  interessanti e che si rapportano anche a delle RAL di cui le persone si fanno orgoglio».

Per lungo tempo Giorgia si è sentita sbagliata.

«C’era anche un po’ il senso di colpa, il sentirsi un po’ spendacciona, perché credevo che il problema fossi io che spendevo più soldi rispetto a quanti realmente ne guadagnassi. E invece poi nel tempo ho capito che non era così. Era una cattiva gestione dei soldi, ma non legata a delle spese compulsive che facevo, ma semplicemente perché non riuscivo a programmare e ad avere una visione di medio lungo periodo».

A farla uscire dalla quella sensazione che mescola instabilità e senso di colpa non è l’aver imparato a gestire i soldi. Bensì l’aver imparato a dare il giusto valore alle sue prestazioni e dunque a guadagnare di più.

«Ovviamente ho dei riferimenti esterni e so più o meno quanto costano le attività che faccio io che valore hanno sul mercato rispetto ad altre persone che fanno la mia stessa attività. Però il parametro è sempre abbastanza interno: provo e vedo se funziona. Se funziona vuol dire che allora è un valore che il cliente o il mercato mi riconosce».

Giorgia ha anche imparato a porre la questione denaro con i suoi clienti senza timore.

«Per un lungo periodo anche parlare con i clienti di denaro rappresentava un problema e così ho trovato la mia strategia: parlo subito di soldi. Poi, una volta smarcata la questione, si può parlare di tutto il resto. Quindi, invece di aspettare che fosse il cliente a mettere sul tavolo la questione dei soldi e trovarmi poi magari una brutta sorpresa a lavori già avviati, ho imparato a definirlo subito, proprio perché è un tema che mi pesa affrontare».

L’educazione finanziaria per imparare a gestire i soldi

Eppure c’è qualcosa che ancora non le torna nell’approccio che lei e il suo compagno hanno nei confronti dei soldi.

«Malgrado abbiamo entrambi più di 50 anni e facciamo questa attività da liberi professionisti da più di venti, è come se avessimo ancora un approccio molto orientato alla giornata. Per quanto tu possa prevedere quello che accadrà il prossimo anno se ti succede qualcosa di imprevisto, la tua percezione cambia totalmente. E questo dovrebbe essere un buon motivo per gestire meglio i soldi. Invece per noi, soprattutto per lui, è un buon motivo per non gestirli proprio».

Giorgia però sente che questa cosa non funziona, così decide di seguire un percorso di educazione finanziaria. Che all’inizio le mette un po’ di ansia.

«Perché controllare quello che spendi vuol dire anche averne consapevolezza. Quindi tu inizi un percorso di educazione finanziaria partendo da una domanda: “Com’è possibile che spenda così tanto?”».

“Questo momento di consapevolezza di come spendi i soldi è sempre stato l’ostacolo più difficile da superare, perché a quel punto, quando capisci come li spendi, se vuoi intervenire devi anche cambiare il modo in cui li gestisci. In precedenza non ero mai abbastanza motivata a farlo mentre adesso sì. Quindi sono nella fase in cui sto superando la brutta notizia che deriva dal sapere come spendi i tuoi soldi.”

La scoperta più interessante che Giorgia fa in questo periodo è che ricchezza forse non è togliersi tutti gli sfizi, ma saper scegliere quelli che vale la pena togliersi.

«Se avessi avuto una migliore gestione oggi probabilmente avrei la sicurezza di poter guardare al futuro con un po’ più di tranquillità. Ecco, mi sono resa conto che una cattiva gestione del denaro non mi ha permesso di risparmiare e quindi di avere serenità rispetto a quando smetterò di lavorare».

Imparare a distinguere il superfluo che da gioia da quello completamente inutile, però, richiede un lavoro sui comportamenti.

«Per cui, ad esempio, le spese che si fanno per uscire a mangiare qualcosa a pranzo e a cena sono solitamente delle spese che impattano molto sul mio budget. Perché, ovviamente, quando vai a fare la spesa alle 20:00 l’unica cosa che puoi prendere è qualcosa che sia già preparato. E allora ragionare su come risparmiare vuol dire anche ragionare sul modo in cui le tue abitudini devono cambiare».

Ma questa è solo una piccola correzione di una filosofia di fondo che negli anni non è cambiata.

«Ancora oggi misuro la mia ricchezza con quanto posso permettermi di comprare le cose non solo di cui ho bisogno, ma che mi piace comprare. D’altra parte, un po’ di pensiero magico ce l’ho ancora».

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