La precarietà mi faceva sentire “piccola”

Elisabetta ha 37 anni e vive con suo marito e suo figlio in una villetta quadrifamiliare. Figlia unica di due genitori dipendenti pubblici, si dedica con tutta se stessa al lavoro, si sposa e ha un bambino. La precarietà sul lavoro, però, la fa sentire piccola. Così come la cultura in cui è cresciuta, che continua a chiederle conto dei risultati ottenuti, a tal punto che solo un grave incidente riuscirà a convincerla a lasciare il posto fisso per dedicarsi a nuove ambizioni e scoprire altre forme di ricchezza.

Tempo di lettura: 10 minuti

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“Ricordo una passeggiata in montagna in cui siamo arrivati in cima, e a un certo punto ho aperto il portafogli e sono scoppiata a piangere. Mio marito, intelligenza emotiva non indifferente, mi ha detto: “I soldi non sono mai stati il tuo valore”. E per me era una rivelazione scoprire che il mio valore non dipendeva dalle oscillazioni e dalla contingenza”.

Elisabetta Bilei ha 37 anni e vive a Limena, in provincia di Padova, con suo marito e suo figlio, in una villetta quadrifamiliare su tre piani. Lei, che è nata e cresciuta in un appartamento a Mestre, da quando vive fuori città ha scoperto che esistono nuovi parametri di ricchezza e soprattutto nuovi desideri che non ha mai coltivato prima.

I pilastri della cultura veneta

«Avere la casa o la porzione trifamiliare o quadrifamiliare è una necessità, un obbligo.. una cosa normale. L’altro giorno parlavo con la parrucchiera che mi diceva che suo figlio di dieci anni ha vissuto tutta la vita in un appartamento e lei se ne faceva una colpa. Io ho vissuto tutta la mia infanzia in un appartamento ed ero contentissima perché avevamo un grande giardino condominiale e c’erano tantissimi bambini con cui giocare. Era una sorta di comune e io mi sentivo fortunata a vivere in quel contesto».

Ma la casa indipendente non basta. C’è almeno un’altra proprietà di cui si ha bisogno per sentirsi “arrivati”.

«Quando si ironizza sul Veneto si pensa subito al “capannone”, che da noi rappresenta un vero e proprio stile di vita. Noi non ce l’abbiamo in famiglia. Quando abbiamo iniziato a portare nostro figlio a scuola abbiamo iniziato a renderci conto che, più o meno tutti, hanno un capannone, accanto alla casa. C’è il posto in cui si vive e il posto dove si fanno le feste di compleanno».

Elisabetta e suo marito sono veneti, sì, ma non da generazioni. Lei, in particolare, è cresciuta a Mestre, figlia unica di due genitori dipendenti pubblici, salario basso ma lavoro sicuro. E tanta vita di comunità. Le scarse risorse economiche e l’impossibilità di contare sui nonni, li hanno spinti a fare rete con i vicini.

“Una cosa che mi ricordo di quando ero piccola è che i miei si sono inventanti un centro estivo, il primo della città, perché non c’era nessuno che mi tenesse d’estate. Così, con altri genitori hanno fondato un’associazione, di cui mio padre era tesoriere, e la sera selezionavano gli animatori che facevano formazione”.

Elisabetta ama scrivere ma sceglie Ragioneria, in parte perché in terza media ha un calo di rendimento che pregiudica il consiglio dei professori, in parte perché l’esperienza vissuta da sua madre la condiziona.

«Mia mamma aveva avuto un trauma: mentre studiava medicina suo padre è morto e ha iniziato ad avere problemi economici. Ha interrotto gli studi per trovarsi un lavoro, ma avendo fatto il liceo scientifico non aveva un pezzo di carta “da spendere”. Così, vista la mia crisi in terza media ha suggerito di intraprendere una strada che mi desse più sicurezze sul piano lavorativo. E mi sembrava un ragionamento giusto da questo punto di vista».

Il rapporto con i soldi, per Elisabetta, è sempre stato complicato.

«Quando ero giovane avrei detto che tendevo a essere una persona generosa. In realtà, i soldi mi servivano per colmare l’insicurezza di non piacere agli altri. Li utilizzavo per fare regali: piccoli gioielli, ninnoli, accessori per i capelli e tutte quelle cose per cui cercavo di prendermi la gratificazione degli altri».

“Ho dovuto analizzare questa tendenza per un po’ prima di elaborarla, perché in quel momento ovviamente non la vedevo. Anche in questo i miei genitori sono stati bravi perché hanno cercato di responsabilizzarmi senza banalizzare le mie necessità, bensì hanno provato a capirle”.

Elisabetta cresce. Dopo Ragioneria, finalmente è libera di seguire la sua vocazione per la scrittura iscrivendosi a Scienze della comunicazione. Dopo la laurea triennale, ha già il suo primo lavoro. Ed è lì che riconosce in sé il primi segnali di quella cultura veneta di cui ci parlava con un certo distacco, ma che le appartiene più di quanto immagini.

«In Veneto ho lavorato per dieci anni in agenzie di comunicazione che trattavano soprattutto con aziende venete. Quindi, il tessuto imprenditoriale veneto l’ho visto da tantissimi punti di vista, e quello di cui sono sempre stati orgogliosi i veneti è il fatto che siano grandi lavoratori. Io quel “testa bassa e lavorare” ce l’ho sempre avuto, pur venendo da una famiglia di statali. È una caratteristica che affonda le radici negli stimoli che avevo attorno».

Diventare “grande” in una cultura permeata dal lavoro

Il legame con il lavoro, un misto di senso del dovere e di identità personale, è un qualcosa di talmente forte che Elisabetta non riesce a staccarsene neanche in uno dei momenti più difficili della sua vita.

«In quel periodo, mentre stavo vivendo un’esperienza lavorativa negativa, con un capo misogino, mia mamma si è ammalata di tumore. Il lavoro era difficilissimo perché ero costantemente sotto pressione. Mio padre mi diceva “se non ce la fai puoi lasciarlo, poi ne troverai un altro”, ma io non ce l’ho fatta. Per me rappresentava una sconfitta».

“In quel momento mi sono resa conto quanto la cultura e la visione veneta fosse veramente permeata dentro di me e che quindi, neanche davanti a questo, potessi darmi il permesso di mollare, non tanto per il bisogno di soldi, quanto per l’importanza che aveva per me l’avere un lavoro”.

Dopo una decina di mesi, trova un’opportunità di lavoro a Vicenza e la coglie subito, anche se si tratta di fare tanti chilometri in auto ogni giorno…

«Poi mi sono sposata, ho avuto un bambino e il parto è stato abbastanza travagliato e complicato tanto che sono finita in rianimazione. Dopo tre mesi dall’uscita dall’ospedale il mio capo mi ha regalato un cornetto di corallo, che ho ancora, e mi ha detto che forse non servivo più. A quel punto bisognava capire che cosa avrei fatto da grande. Avevo un bambino, un mutuo, una responsabilità, un asilo nido privato da pagare e un lavoro a cui forse tornare. O forse no».

Elisabetta è già grande e ha già fatto molte cose da adulta. La precarietà del lavoro, però, la fa sentire piccola. Così come la cultura in cui è cresciuta, che continua a chiederle conto dei risultati ottenuti. E così quella domanda continua a ronzarle in testa come un tormento.

“Cosa vuoi fare da grande? è una domanda che evito accuratamente di fare a mio figlio perché neanche io avevo idea di cosa volevo fare e non è giusto che ce l’abbia lui”.

«Ogni tanto qualcuno gliela fa e poi viene a raccontarmi le versioni più disparate della storia. Io però la evito come la morte, soprattutto perché credo che si possa continuare a cambiare idea, ed è quello che dico anche a me stessa».

Elisabetta non viene licenziata, ma dal suo ritorno dopo la maternità inizia un periodo molto difficile.

«Mio figlio aveva un anno e mezzo e andava al nido. Ovviamente si ammalava tantissimo e il mio capo non ne voleva sapere. Nel frattempo era arrivata Amanda, con cui io in quel momento ero in aperta competizione. Non per colpa sua, anzi, probabilmente le dovrei delle scuse. Ma in quel momento io ero quella messa da parte».

“All’improvviso, tutto il mio ruolo costruito in anni di lavoro e la stima dei clienti sono andati a sfumare. Era come se avessi partorito e fossi diventata scema tutta in un colpo”.

Elisabetta ha capito da tempo che deve avviare qualcosa di suo. Ha anche un’idea, diventare wedding planner. E ha anche iniziato a porre le basi per un’attività indipendente. Ma ancora non si sente pronta a lasciare il posto fisso.

«Dopo di che ho iniziato a portare avanti praticamente tre lavori contemporaneamente. C’è il lavoro in agenzia, che alla fine è rimasto part time, la mamma, e la wedding planner. Fino a che, a un certo punto, non faccio un incidente in auto in autostrada e finisco in ospedale di nuovo. Era come se la vita mi avesse messo davanti un grande cartello luminoso. E in quel momento ho capito che era ora di licenziarsi».

La scoperta di una nuova ricchezza

È l’autunno del 2017 e finalmente Elisabetta compie i primi passi effettivi per diventare libera professionista a tempo pieno. E le cose ingranano abbastanza velocemente. È soddisfatta e dal suo punto di vista speciale, osserva il rapporto che le altre persone hanno con i soldi.

«Il mio lavoro da wedding planner è in parte da psicologa, e rappresenta uno spaccato della società. C’è proprio un lavoro anche sociologico perché vedi come le persone si relazionano ai soldi. Ci sono due approcci che sono completamente diversi: c’è la coppia con budget limitato, che è abbastanza chiara da questo punto di vista, quindi le informazioni che ti dà sono congrue alle scelte che poi ne conseguono; ci sono poi invece le persone che vogliono ostentare, che si da il caso siano proprio quelle che poi iniziano a tirare sui prezzi».

Elisabetta osserva come la situazione socioeconomica si rifletta sull’atteggiamento degli sposi.

«L’emozione preponderante che ho visto ai matrimoni è stata la rabbia, la rivalsa sociale. “È il mio giorno e io me lo merito. Io pago, io pretendo”, e anche gli invitati avevano questo atteggiamento».

Ma abbandoniamo le vesti di sociologhe e torniamo alla storia di Elisabetta. Le cose sembrano procedere alla grande fino a quando arriva il Covid a mettere in pausa i progetti matrimoniali di mezza Italia e in seria crisi la sua attività imprenditoriale. L’orgoglio le impedisce di chiedere aiuto, ma i suoi genitori capiscono.

“Ci sono arrivati spontaneamente e un giorno ho trovato un bonifico sul conto. È stato proprio un atto di generosità pura, senza recriminazioni, senza il “se avessi avuto un posto fisso però…”.

«I miei sono due dipendenti statali, quindi per loro il posto fisso significava tanto. Poi, da dipendente con un contratto a tempo indeterminato, a licenziata con un bambino piccolo, fino ad aprire la partita Iva. Era l’anticristo. Però in quel momento non hanno fatto una piega».

L’altro pilastro in quel momento difficile è stato suo marito.

«Lui ha continuato a lavorare, ha sempre percepito il suo stipendio e non ha mai detto una parola. Nel 2020 ha pagato lui le nostre vacanze: siamo stati qualche giorno in montagna. Lui non ha detto, ma ha fatto. E quello ha fatto la differenza. Io che mi ero sempre misurato con i numeri a scuola, i soldi, lo stipendio, quanto io ero brava a portare a casa, a incassare. Trovarmi in quella situazione in cui dovevo contare quanti soldi entravano, a quanto ammontava il mutuo, l’asilo e tutto il resto per me era considerato un fallimento».

E lì come abbiamo sentito all’inizio, arriva suo marito a farle capire che i soldi non sono il suo valore. Così Elisabetta si rimbocca le maniche e continua a lavorare duramente. Oggi l’attività è nuovamente solida e diversificata. Non si occupa solo di matrimoni ma anche di formazione.

«L’attività è solida e diversificata, nel senso che a me piace fare i matrimoni ma allo stesso tempo non ho mollato la parte di formazione. Per la Confartigianato di Venezia, ma anche quella di Sottomarina, ho creato una mia scuola per aspiranti wedding planner e wedding planner in erba e questa mi dà particolarmente soddisfazione. A me piace chiamarla Radio Business school, perché lo scopo è di capire cosa c’è dietro i matrimoni. Quindi la verità, non solo la bellezza. E anche come si gestisce un business».

“Anche oggi mi dico è servito tenere i piedi in più scarpe, continuare a fare formazione per poi arrivare a trasmettere questa cosa a tutte le persone che hanno un sogno”.

Ascolta il podcast della puntata:

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