Ho ereditato una casa che per il catasto era altrove

Francesca Padovan ha 32 anni e vive a Padova, dove lavora come UX-designer. Rimane orfana quando ha 25 anni e si ritrova con una grossa casa in eredità. Quando decide di venderla, scopre che la casa ha bisogno di essere sanata per essere in regola per la vendita e decide di spendere tutti i suoi risparmi per sistemarla. Quando finalmente riesce a venderla si rende conto dell’enorme eredità che i suoi genitori le hanno lasciato: la possibilità di riiniziare una nuova vita.

Tempo di lettura: 14 minuti

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Francesca Padovan

Ascolta il podcast della puntata:

“Quando ho venduto casa e sono venuta a Padova, per una settimana ho fatto sempre lo stesso incubo: vivevo ancora in quella casa e a un certo punto sentivo le chiavi dentro la serratura della porta che giravano, e pensavo: “questa non è più casa mia. L’ho venduta e questi sono i nuovi proprietari. Devo andarmene, questa è violazione di proprietà privata.”

La storia di Francesca Padovan ruota attorno a questa casa, museo della storia familiare, che diveniva sempre più fredda man mano che qualcuno moriva. Ereditarla poteva essere una disgrazia, invece è stato l’inizio di una nuova vita.

La casa museo

Francesca Padovan ha 32 anni e vive a Padova, dove lavora come UX-designer. Proviene da una famiglia umile, originaria di Favaro Veneto. Suo padre è operaio, turnista, mentre sua mamma fa la donna delle pulizie.

«Mi ricordo che mi portava con lei, entravamo in queste case e lei puliva, stirava».

Nella loro, di casa, vivono assieme al nonno, rimasto vedovo. Quando il nonno muore, il papà di Francesca spegne il riscaldamento nella sua stanza che diviene una sorta di gelido deposito. Qualche anno dopo, quando Francesca ha 13 anni, anche sua madre viene a mancare.

«Io e mio papà siamo rimasti nella stessa casa. Avremmo potuto venderla, magari andare in un appartamento, ma credo che lui cercasse di tenere le cose come erano in precedenza. Quello era il suo modo di andare avanti. Quando è morta mia mamma, lui ha spento il riscaldamento anche della sua stanza, benché ci dormisse ancora. Dopo questo avvenimento io ho preso un po’ di paura. Ho cominciato a pensare: “Se succede anche a mio padre, io resto da sola e mi danno in una famiglia in affidamento”».

Lo studio come strumento di emancipazione

Francesca frequenta il liceo artistico di Venezia e inizia a vedere nello studio il suo faro di speranza.

«Mi piaceva molto. Era un po’ il luogo di fuga da casa, perché a casa non si parlava mai di quello che era successo. C’erano queste stanze fredde e un clima di comunicazione molto basso».

Finito il Liceo, Francesca prova a entrare al Politecnico di Milano.

«Quando ho detto a mio padre che mi avevano preso lui stava riparando le tegole del tetto. Ho questo ricordo di lui che si sporge dal tetto e guarda il cielo e fa tipo: “Uff, va bene”… non era molto contento. Anche quando, dopo la Triennale, ho deciso di fare la Magistrale, mi ricordo che stavamo mangiando e ha lasciato cadere le posate sul tavolo dicendomi: “Eh ancora! Io non posso continuare a pagare l’università!”».

“Non ha mai capito l’importanza dello studio. Mio padre è cresciuto nel secondo dopoguerra, si studiava fino alla quinta elementare e poi si andava a lavorare. Quindi, anche quando studiavo, lui mi consegnava tutta la pila di annunci di lavoro che staccava dalle vetrine dicendomi: “Guarda che di lavoro ce n’è se uno vuole”. Per me invece era importante studiare, mi giocavo tutto.”

Nonostante la fatica che facesse a capire l’importanza dello studio, il padre di Francesca le paga tutto, l’affitto, le tasse. Il giorno della laurea va a sentire la discussione della tesi ed è lì che Francesca misura la distanza che li separa.

«C’erano tutte le famiglie degli altri in giacca e cravatta, mio papa invece è arrivato in camicia a quadri, coi baffi, e parlava in veneto. Però era molto contento. E una cosa che mi ha fatto capire la distanza che c’era tra me e lui è stato il momento della discussione. La mia tesi era in inglese, e una volta finito tutto, lui mi ha detto: “ma dove hai imparato a parlare inglese così?”».

Subito dopo la laurea, Francesca inizia a lavorare. Decide di rimanere a Milano, dove guadagna 400, 600 al mese. Quando finalmente sta per iniziare per un lavoro pagato dignitosamente, riceve una telefonata.

«Stavo per firmare un contratto di apprendistato, con una paga di 1.200 euro, e da Favaro mi hanno chiamato dicendo che mio padre era stato ricoverato in ospedale. Io ricordo di aver chiuso la mia vita di sei anni a Milano in tre giorni. Ho disdetto l’affitto, stavo facendo la patente e ho mollato, mi ero iscritta a un corso e ho chiuso anche quello. Ho saluto tutti, preso un BlaBla Car e sono tornata».

A suo padre viene diagnosticato un tumore in stadio terminale, e dopo qualche giorno di ricovero in ospedale, viene mandato a casa.

«Non so se fosse stata una sua richiesta o se questa è la prassi del sistema sanitario però io mi sono trovata una ventina di giorni da sola con un malato terminale in casa senza la patente e senza lavoro. Ero 24 ore al giorno a controllare che non stesse male o che non succedesse qualcosa di brutto. In quei giorni lui stava semplicemente seduto a pensare. Mi è successo più di una sera di trovarlo in penombra, in soggiorno. Secondo me stava pensando che mi avrebbe lasciato da sola con una casa troppo grande. Mi ha detto: “Torna a Milano che lì avevi trovato la tua strada”, e io ricordo di avergli risposto: “ma si papà, con due lauree troverò lavoro anche qua”».

“In quel momento, secondo me, si è reso conto della fortuna di aver fatto l’università. ”

Mentre il padre peggiora a vista d’occhio. Francesca inizia a pensare di prendere una badante, ma le sarebbero occorsi almeno 1000 euro al mese. Lei ha solo 5000 euro sul suo conto, accumulati grazie ad un progetto svolto per l’università. E di suo padre non sa nulla.

«Io, di mio papà, non sapevo nemmeno quanti soldi avesse in banca. Non ho mai chiesto e lui non mi ha mai raccontato. Penso che non parlare di questioni economiche con i figli fosse una cosa comune nelle persone di quegli anni. Una volta, mia zia mi aveva consigliato di parlargliene in modo tale da avere una delega e accedere al suo conto. Io non sapevo come parlare di queste cose, soprattutto a un ammalato. Quando ho trovato il coraggio, non ho avuto da lui nessuna risposta. È stato in totale silenzio e io non mi sono più permessa di riprendere l’argomento».

Dopo circa venti giorni, il padre di Francesca muore.

«Quando è morto mi ricordo che erano le cinque di mattina e ho pensato: “Adesso stanno tutti dormendo, c’è solo l’ambulanza. Alle otto però, inizia una nuova vita”. Non sapevo cosa fare in quel momento e mia zia mi ha detto di andare a vivere con loro».

Con i suoi 5000 euro sul conto, Francesca paga il funerale, l’urna e la cremazione. Con il notaio avvia la procedura per l’atto di successione e finalmente scopre quanti soldi suo padre aveva in banca.

«C’erano circa 23.000 euro. Intanto, io stavo da mia zia, cercavo lavoro, facevo colloqui. E soprattutto, cercavo di capire cosa fare di quella casa: se viverci, se affittarla, se venderla. E dopo tanti ragionamenti, ho deciso di venderla».

Il dilemma della casa

Convinta della facilità dell’operazione, si rivolge a un ingegnere edile, un amico di suo cugino.

«Lui mi diceva che nella zona di Favaro Veneto c’erano molte case abusive, soprattutto quelle costruite negli anni Sessanta, e che quindi bisognava fare dei controlli. Io lì ho visto l’ultima carta che mi volevo giocare esplodermi in mano. Ho pensato: “Forse mi conviene rinunciare all’eredità. Se è davvero abusiva, io riparto dai 23.000 euro che mio padre mi ha lasciato, mi trovo un lavoro, e vado avanti così”».

Per scoprire se la casa fosse abusiva o meno, con un’architetta che nel frattempo diventa sua amica, Francesca si fa dare gli accessi agli atti.

«Siamo andate all’Archivio di Stato del Comune di Venezia senza sapere l’anno di costruzione della casa, perché non c’era più nessuno rimasto in vita a cui poterlo chiedere e io non avevo nessuna documentazione. Siamo andate un po’ allo sbaraglio e ci siamo fatte dare i libri dell’archivio tra il ‘58 e il ‘62. Sapevo che se non avessi trovato i nomi dei miei nonni, quella casa sarebbe stata abusiva. Poi però, li abbiamo trovati. Fu un grande sospiro di sollievo: la casa era vendibile».

A uno sguardo più attento, però, Francesca e l’architetta si accorgono che ci sono grosse incongruenze tra le carte.

“La casa non era abusiva ma c’era una grande sanatoria sopra. Quindi dal primo preventivo di 2.000 euro siamo arrivati a 23.000. Esattamente i soldi che aveva lasciato mio papà senza neanche saperlo.”

Nonostante la grossa spesa e l’incertezza, Francesca decide comunque di procedere, e di sanare la casa.

«Tutte le spese della sanatoria, dell’architetto e del geometra le ho pescate da quello che rimaneva un po’ a me e da quello che aveva mio papà. Forse qualcosa me l’aveva dato anche mia zia. E so che poi, ero rimasta veramente a zero. Contavo tutto sulla vendita».

Il pensiero di non farlo, di continuare ad abitare quella casa ogni tanto la sfiora.

«Io ho sempre pensato a cosa avrei fatto se fossi rimasta in quella casa. Bisognava avere una forza mentale fortissima per svegliarsi la mattina e cercare lavoro, andare a fare la patente, tornare a casa la sera nello stesso luogo dove tutto era accaduto, farsi da mangiare».

Il momento della rinascita

Finalmente riesce a vendere la casa per 265mila euro. Dopodiché trova lavoro a Padova e si trasferisce. Guadagna 1100 euro al mese, ma i soldi della vendita non li tocca per due anni…

«Era da pazzi. La banca mi chiamava regolarmente chiedendomi cosa ne volessi fare di tutti quei soldi. Io sono andata via da casa di mia zia lasciando un po’ di soldi per tutto l’aiuto ricevuto, ho trovato una stanza in affitto a Padova e un garage a Favaro dove mettere tutte le cose che avevo salvato dalla casa. C’erano le cose dei miei genitori, dei miei nonni, e ho dovuto venderle, buttarle, regalarle. Il garage lo pagavo 70 euro al mese, invece la stanza a Padova 320 euro. Avevo circa 400 euro di spese al mese, ma li attingevo dal mio stipendio».

Durante la pandemia, però, grazie anche all’aiuto di una psicoterapeuta, si rende conto dell’importanza di avere uno spazio dove provare a sentirsi a casa di nuovo.

«Quando c’è stata la pandemia, tutti i miei coinquilini sono tornati alle rispettive famiglie. Io rimanevo là perché non avevo un altro posto dove andare. Quindi, con la psicologa abbiamo ragionato su quanto fosse importante che io comprassi una casa. Ed effettivamente, era vero».

E così Francesca compra un piccolo appartamento a Padova senza nemmeno dover fare un mutuo. E intanto elabora la sua storia di lutto attraverso un podcast on air dal 29 maggio 2024 “Si muore una volta sola”, in cui dialoga con psicologi, necrofori, costruttori di urne di design, scrittori di libri per bambini…

“Se io penso alla mia idea di casa, ho sempre in mente la mia. Però, l’appartamento in cui sono adesso rappresenta un po’ quel luogo di salvezza, perché qualsiasi cosa accada, io ho il mio posto. È praticamente la loro eredità, anche se non è la stessa casa di una volta. Penso che nella sfortuna c’è stata la fortuna di trovare una soluzione perché ci sono tante persone che devono rinunciare a un’eredità e ripartire da zero, con due trolley e una macchina.”

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