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di Rame

Saper gestire il denaro mi permette di restare nel luogo che amo pur guadagnando poco

Emigrando, Paola scopre quanto il valore del proprio lavoro dipenda da dove ci si trova, e che fuori dall’Italia quel valore è molto più alto. E infatti, è proprio tra Istanbul, Vienna e Bangkok che impara a dare valore a sé, a non temere i salti e a tenersi sempre un cuscinetto che le permetta di farli. Ed è proprio questa gestione attenta dei suoi soldi a consentirle, alla fine, la scelta più controintuitiva di tutte: restare in una città che ama ma che la paga poco, e costruirsi lì un lavoro tutto suo.

Tempo di lettura: 11 minuti

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Paola Natalucci

Ascolta il podcast della puntata:

«Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere. Guadagnavo veramente poco, però io a Barcellona ci sto bene. A livello di salute mentale è una città che mi fa molto bene, e anche a livello fisico: ho problemi di asma, quindi sto meglio qua».

Si può restare in una città che si ama anche se quella città ti paga troppo poco? Se hai ben chiaro in testa quanto vale il tuo lavoro, e se sai gestire i tuoi soldi, allora la geografia della tua vita si apre: puoi fermarti dove vuoi, puoi lasciare un lavoro che non ti basta, puoi persino fare la scelta più controintuitiva di tutte.

Da Roma a Milano

Paola ha 43 anni, è una language coach e da nove anni vive a Barcellona. È cresciuta a Milano in una famiglia in cui il rapporto con i soldi non è mai stato fonte d’ansia. Il padre, romano, era arrivato a Milano a sedici anni.

«Mia nonna romana diceva che Roma, negli anni Sessanta, era buona per bottegai, palazzinari e ministeriali; e siccome noi non siamo nessuna di queste cose, siamo andati a Milano, dove è più facile crearsi una vita normale se non si appartiene a nessuna di queste tre categorie sociali».

La madre, milanese, aveva cominciato a lavorare a diciassette anni ed era rimasta impiegata in un’azienda di telecomunicazioni per tutta la vita. Nessuno dei due genitori era cresciuto con i soldi. E da entrambi, Paola eredita una stessa idea di fondo.

«Non era il tipo di famiglia dove ti dicono “no, questo non si può, questo non si può”. C’era un rapporto abbastanza funzionale: il denaro è qualcosa che serve a risolvere i problemi. Quindi, io i soldi li ho sempre visti come uno strumento per fare qualcosa».

Quel “qualcosa”, in casa, aveva contorni precisi.

«Per la cultura o i libri era sempre sì, perché servivano a crescere. E allo stesso tempo c’era l’educazione a non spendere i soldi in cose stupide, come gli oggetti o i giocattoli. Oppure, per esempio, quando andavo a comprare dei vestiti con mia madre lei mi ha molto addestrata a dire: “Ok, se non sei del tutto convinta di come ti sta questo maglioncino, non lo prendere, perché poi non lo usi. Ci occupa spazio e ci prende soldi. La risposta è no”».

Tra le cose che valevano la pena, in cima, c’erano i viaggi. Non quelli di lusso, però.

«Viaggiare vuol dire passeggiare, prendere, assorbire quello che hai intorno, che è gratis. Nessuno ti fa pagare per guardarti in giro, per avere uno sguardo ricco sul mondo».

L’importanza di investire

C’è un’altra cosa che il padre di Paola le trasmette, tutt’altro che ovvia. Aveva visto i salari fermarsi e il lavoro rendere sempre meno. Invece di pensare ad andarsene, aveva scelto di attrezzarsi. Così, quando Paola era ancora un’adolescente, aveva cominciato a spiegarle con calma cosa stava facendo dei propri risparmi, e con quale logica.

«Mi diceva che sì, investire può essere rischioso, ma non per forza deve esserlo. Perché non esistono mica soltanto le azioni che crollano e che polverizzano tutti i tuoi soldi; esistono anche altri modi di investire, magari con rendite più basse, che implicano di lasciare quei soldi investiti per un periodo più lungo per avere poi un ritorno; ma proprio perché sono più di lungo periodo, più lenti, sono più tranquilli, e non ti bruciano i risparmi».

«Quello che mi ha trasmesso con tutta questa spiegazione è che investire è una cosa che si può studiare, è una skill che si può apprendere. Come per tutto: ti metti a leggere e capisci come funziona. Se non capisci, chiami qualcuno che ne sa più di te e gli chiedi come fare».

A diciassette anni, Paola non avrebbe potuto essere meno interessata. Eppure ascoltava, e anni dopo si accorge di quanto quei discorsi fossero preziosi.

«Per me era normale parlare di soldi. Poi, crescendo, mi sono accorta che non lo era. Ho incontrato un sacco di gente cresciuta in famiglie dove di soldi non se ne parla, soprattutto le donne: che non è da signorine, parlare di soldi. A me sembra un’assurdità, oltretutto le signorine guadagnano pure meno, e quindi hanno bisogno di ancora di più di parlare di soldi e investire».

Quei discorsi diventano utili prima di quanto chiunque avrebbe voluto. Il padre di Paola si ammala e muore quando lei ha ventitré anni. Lei e la madre ereditano quello che lui aveva messo da parte, e si trovano a dover decidere cosa farne. Il fatto che lui non le avesse mai tenute all’oscuro, a quel punto, fa tutta la differenza.

«Né io né mia madre avevamo il livello di studio, di conoscenza, di familiarità che aveva lui con gli investimenti, e quindi abbiamo chiamato l’aiuto da casa. L’aiuto da casa era un amico di mio padre, quello che lo aiutava a prendere le decisioni. Ha analizzato la situazione e ha detto: “Lui stava facendo questo, questo e questo, continuiamo così? Cambiamo qualcosa?”. E noi, che eravamo un po’ traumatizzate dall’accaduto abbiamo ridotto l’azionario e aumentato la componente più cauta».

Paola intanto si laurea in Mediazione Linguistica e Culturale. E scopre che in Italia il lavoro per cui si è formata vale troppo poco.

«La mediazione linguistica e culturale è molto bella, però secondo me, quando l’ho fatta io, era ancora presto: la gente non capiva neanche a cosa servisse, non avevano ancora capito che eravamo diventati un paese di immigrazione. E quindi, quando volevi andare a fare certi lavori, naturalmente, nessuno ti pagava. Ti dicevano: “Vuoi lavorare con i migranti? Ma prego, abbiamo certamente bisogno di volontari. Tu non lo fai per i soldi, lo fai per la vocazione”».

«Ho capito, però al signor affittuario non credo di poter dare dei “buoni vocazione” per pagargli l’affitto. Anche l’Enel non la vuole, la vocazione, quando devo pagare la bolletta. Quindi che facciamo? Facciamo che emigriamo, nel mio caso».

Il prezzo delle competenze

Paola si trasferisce in Turchia, a Istanbul, per uno stage di tre mesi all’Istituto Italiano di Cultura. Quando lo stage finisce, inizia a lavorare come insegnante di italiano per l’élite della società istanbuliota.

«Facevo lezioni alle signore, con il tè, perché l’italiano è una lingua boutique: chi impara l’italiano in un posto come la Turchia è chi sa già l’inglese, sa già il francese e per hobby vuole studiare anche l’italiano».

Lì Paola impara una lezione importante.

«Andare a Istanbul mi ha insegnato che, a seconda di dove vai, le tue competenze valgono di più o di meno. Quello che a Milano mi davano 15 euro l’ora, a Istanbul me ne faceva guadagnare 50».

Dopo un anno a Istanbul, Paola torna a Milano per poco, fa il Celta – una certificazione internazionale per insegnare l’inglese agli adulti e poi riparte. Questa volta per Vienna, con il suo compagno austriaco. È lì la lezione sul valore del lavoro si completa, perché per la prima volta Paola lo vede riconosciuto sul serio.

«L’Austria ha una disoccupazione bassa, quindi si crea un rapporto col lavoro opposto al nostro secondo cui tu fai questo lavoro perché devi guadagnare. Se non ti dà niente o ti dà poco, o te lo dà con condizioni agghiaccianti, te ne trovi un altro. Perché un altro c’è. E questo crea anche il tipo di cultura in cui a trent’anni tu puoi prendere, lasciare tutto, e partire per il Sud America».

Attrezzarsi per l’incerto

E infatti, a 30 anni, con il compagno, decidono di mollare casa e lavoro e di partire per il Sud America. Quel salto Paola lo prepara con prudenza: prima di partire insiste per restare a Vienna finché non mette da parte una cifra che le consenta di farlo senza ansia.

«Ho detto: “Ok, se per questa cosa abbiamo in mente di spendere 11 mila euro, io in banca ne voglio avere almeno 15, 16 mila. Perché con quei 4, 5 mila euro, devo vivere e mettermi in contatto con le scuole quando rientro; perché da indipendente, da freelance, ci vuole tempo per ricostruire il proprio giro di clienti».

Con quel cuscinetto partono. Viaggiano a lungo e con poco, lavorando come volontari negli ostelli del Sud America. Dal Sud America passano al Messico, e dal Messico all’Asia. Il giro finisce a Bangkok: al compagno offrono un lavoro, e Paola decide di restare con lui e di cercarne uno anche lei. Lo trova in tre settimane, nel modo più improbabile.

«Mettendo un annuncio su Facebook, con un gattino con gli occhiali e la cravatta che diceva: mi date un lavoro? E ho trovato lavoro davvero. Perché in quel momento una ragazza che lavorava nella scuola internazionale dove ero finita, proprio il giorno prima aveva sentito che un’insegnante americana se ne andava, e mi ha detto: “Ho visto questa foto del gatto, mi sembri il tipo di personaggio che potrebbe stare bene nel nostro dipartimento, mandami il curriculum”».

Nel frattempo, Paola si lascia con il suo compagno e dopo quattro anni nella capitale thailandese, decide di tornare. Destinazione: Europa mediterranea. Così, prima di partire, fa quello che ha sempre fatto: si attrezza.

«Sicuramente mi diranno: “Ah, che bel curriculum, ti daremo 15 euro l’ora, esattamente come dieci anni fa”. Quindi: equipaggiati. Mi sono fatta un mega cuscinetto, e meno male, perché i primi due anni che ero qui guadagnavo veramente una miseria».

Quel “qui” è Barcellona, dove Paola arriva nel 2017 e dove trova lavoro in una grande scuola di lingue internazionale. La sua scelta di restare non è legata a quello che la città offre sul piano economico, ma a ragioni che con lo stipendio non c’entrano.

«Pagavano poco e male. C’era un’interessante discriminazione tra gli insegnanti giovani, arrivati dopo, e quelli che erano lì da vent’anni e avevano condizioni da pascià: loro comodissimi, pagati bene, e noi in giro per due lire a scapicollarci per la città. Guadagnavo veramente poco ma volevo fare una cosa basata su cosa mi piaceva. A livello di salute mentale è una città che mi fa molto bene, mi fa bene avere il mare; e anche a livello fisico: ho problemi di asma, il freddo non mi fa stare bene, quindi sto meglio qua».

Restare a quelle condizioni, però, avrebbe significato restare arrabbiata e povera. Per non esserlo, Paola accetta prima un lavoro in un’azienda tech. Poi si licenzia e inizia a studiare per fare language coaching online.

«Mi permetteva di lavorare in un modo che rispondeva di più ai bisogni delle persone che avevo di fronte. Tante volte non serve ripassare ancora il present perfect, serve parlare di cosa ti fa paura dello sbagliare. Ho fatto questo tipo di formazione per avere un approccio più olistico e fare le cose che piacciono a me: perché se sono io il capo, allora faccio le cose come dico io. Non è solo questione di fare il prezzo, è anche questione di come lavorare. Sarebbe molto eclettico per una scuola di lingue normale, e quindi faccio la sola».

Non aver paura dei soldi vuol dire anche poter mettere il proprio benessere davanti alla sicurezza. E Paola lo fa fino in fondo: apre la partita Iva e comincia a insegnare online, come fanno tanti nomadi digitali.

«Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere. Che è un po’ insolito, no?».

Lo stesso principio – non lasciarsi mai mettere in una posizione da cui dipendere – governa anche la decisione più intima, quella della casa. Paola voleva comprarla da sola; alla fine la compra con il compagno, un argentino conosciuto a Barcellona, ma a una condizione.

«Ho acconsentito a comprarla con lui a condizione che restassi il socio di maggioranza, proprio per una questione di tranquillità emotiva, capito? Perché se dovesse succedere qualcosa io ho il culo coperto».

Non è soltanto una battuta. È la versione di Paola di una frase che la madre le ha consegnato come la cosa più importante.

«Mia madre poche cose mi ha detto, ma una delle più importanti è stata “non smettere mai di lavorare”. E io lo ripeto sempre anche a tutte le mie amiche: non smettiamo mai di lavorare, perché sono soldi, sono indipendenza, sono espressione là fuori nel mondo».

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