Fallire mi ha insegnato a usare i soldi per proteggermi

Montserrat Fernandez Blanco fin da piccola respinge ogni pensiero finanziario volto alla programmazione o alla protezione. Quando investe tutti i suoi risparmi in una startup, che non è subito in grado di garantirle uno stipendio, si ritrova presto senza soldi e senza paracadute, a elaborare in solitudine un fallimento che le appare come un giudizio implacabile sulla sua persona.

Tempo di lettura: 11 minuti

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Montserrat Fernandez Blanco

Ascolta il podcast della puntata:

“Mio nonno diceva che essere poveri è uno stato della mente. Per lui, essere ricco significava avere cultura: tu devi leggere, andare ai musei, a teatro, altrimenti loro (i ricchi) vedono delle cose che tu non vedi”.

Faceva il muratore, questo nonno illuminato. E aveva già capito che la ricchezza e la povertà sono prima di tutto una narrazione.

L’infanzia e la narrazione della ricchezza

Montserrat Fernandez Blanco, cofondatrice di Rame, cresce a Barcellona in una grande casa costruita da quel nonno muratore. Una casa a cui, man mano che si allarga la famiglia, il nonno aggiunge un piano. Si vive così, tutti assieme, nonni, zii, cugini. Un’infanzia bellissima con una mamma che dipinge stanze e realizza pupazzi enormi e una nonna che lavora al servizio di una famiglia ricca di Barcellona, assimilandone le liturgie.

«Nella nostra casa si viveva come vivono i ricchi. Mia nonna aveva l’ossessione per la tavola perfetta, i piattini, le tende, la disciplina degli orari. E questo me l’ha trasmesso perché ancora oggi io vado a letto molto presto la sera».

Si vive come i ricchi. Ma di soldi, soprattutto all’inizio, ce ne sono pochi. I genitori di Montserrat si sono sposati giovanissimi, a 23 anni. Il papà è appena stato assunto in banca e la mamma ha smesso di lavorare per occuparsi di lei e della sorellina che arriverà cinque anni dopo. Le difficoltà economiche, però, non appartengono alla memoria di Montserrat, bensì ai racconti successivi di sua madre. Lei, da piccola, pensava di essere ricca.

“Per risparmiare, mi cucivano i vestiti in casa. Ma quei vestiti erano bellissimi, mi sembravano un sogno, e io mi sentivo una gran signora”.

La prova di questa memoria distorta è racchiusa in una fotografia.

«Quando arrivava Carnevale, i miei compagni indossavano dei costumi meravigliosi che i miei genitori non potevano comprarmi. Un anno, mia madre e mia zia hanno creato per me un costume da donna d’altri tempi, utilizzando un enorme cappello di mia zia. C’è questa foto che mi ritrae: chiesi a mia madre di comprarla perché con indosso quel vestito mi sentivo la più figa della classe. Mia madre invece odiava quella foto, perché denunciava senza ombra di dubbio la differenza tra me e i miei compagni».

Lo stile di vita può essere misurato secondo standard socialmente riconosciuti, ma poi c’è una narrazione di quella vita che può rimescolare le carte in tavola.

«Quando sei piccolo, tu vivi con la narrazione che ti crea la tua famiglia. Io ero immersa in una narrazione di ricchezza, perché ero dentro una famiglia che mi offriva molte cose, molta presenza, molti stimoli».

L’ossessione familiare per la cultura

A un certo punto la ricchezza, classicamente intesa, arriva per davvero. Il papà di Montserrat fa carriera, diventa direttore di banca. Lei però, non si accorge che sono divenuti benestanti. Lo scoprirà soltanto anni dopo, quando i genitori, poco più che quarantenni, si separeranno: «Mio padre non ha cambiato minimamente stile di vita. Non si comprava cose e non ci ha spinto a farlo. Non avevamo neppure l’auto».

L’ambizione che Montserrat eredita dalla sua famiglia non ha a che fare con il possesso di oggetti o di vestiti.

“L’ossessione della mia famiglia materna è che tu devi studiare, studiare, studiare. Sapere sempre di più. L’emancipazione per loro non era tanto l’indipendenza economica quanto la libertà di conoscere. Il focus su guadagnare soldi non c’è mai stato. Mio nonno ci ha trasmesso fondamentalmente una cosa: scegliere il lavoro che ci appassiona di più”.

Il padre di Montserrat, invece, che ha dovuto costruirsi da zero la sua sicurezza avendo perso molto presto il proprio padre, la pensa diversamente: «Per lui era importante fare soldi, ma non per avidità, bensì per poter essere liberi e tranquilli».

Tra questi due modi di stare al mondo, Montserrat sceglie senza alcun dubbio il primo, quello del nonno materno. I soldi non hanno mai la dignità di occupare i suoi pensieri. Eppure, ce ne vogliono molti per permettersi le esperienze culturali di cui, fin da ragazzina, è avida consumatrice. «Sì, ma noi trovavamo sempre il modo di vivere le esperienze da ricchi senza spendere troppi soldi. Io, per esempio, sono una che va tantissimo in biblioteca».

L’indipendenza economica non è un obiettivo impellente per nessuno: Montserrat ha il privilegio del sostegno della sua famiglia durante una formazione lunghissima e molto articolata, prima l’università in Spagna, poi l’Erasmus e un master in Italia. Durante gli studi lavora, ma non per mantenersi.

«Andavo tantissimo al cinema, anche  2 o 3 volte alla settimana, una follia: e lì spendevo tanti soldi. Una parte li ho usati anche per pagarmi l’Erasmus e il master. E poi ho fatto tanti altri corsi. Ciò per cui non ho mai ritenuto valesse la pena spendere è la patente di guida: tutt’oggi non ce l’ho».

Montserrat ha 27 anni quando smette di studiare. Trova un lavoro e pronuncia, in modo teatrale, la fatidica frase: «Papà, non voglio più i tuoi soldi».

La vocazione imprenditoriale

Il suo primo lavoro full time è a tempo indeterminato in una fondazione culturale, dentro un palazzo storico di Milano. Il lavoro dei sogni, perfetto per lei. Ma dopo tre anni mezzo, nonostante abbia fatto carriera, sente di avere imparato tutto ciò che poteva imparare. È in quel periodo che conosce Alberto, un giovane startupper che a Londra, dove vive, è divenuto membro di The Hub, il primo coworking, uno spazio dove la gente paga per avere una scrivania, una connessione a internet e una community di persone con idee innovative. Alberto sta aprendo una sede dell’Hub a Milano e chiede a Montserrat di unirsi a loro.  «Mi sembrava una cosa meravigliosa, bellissima. Questa idea è stata un colpo di fulmine. Poi per me che ero (e sono) molto sognante e idealista… era perfetto».

A quel tempo, Montserrat ha dei risparmi da parte, un piccolo fondo di emergenza che si è costruita nei tre anni e mezzo di lavoro dipendente. Decide così di lasciare il posto fisso e di investire tutto nell’Hub, divenendone cofondatrice. Inizia a lavorare giorno e notte in vista dell’apertura, dandosi 400 euro al mese di stipendio.

“In quella scelta c’era tanta incoscienza. Nella mia famiglia non c’era stata nessuna esperienza imprenditoriale. Io non ne sapevo niente. Quando Alberto mi ha fatto la proposta, mi sono fidata. Mi sembrava tutto molto solido: adesso non guadagniamo ma un giorno guadagneremo. Non avevo idea di cosa significasse fare impresa e dei rischi che si correvano. Cosa è successo? Che a un certo punto ho finito i soldi”.

In quel momento Montserrat non può chiedere aiuto a suo padre, che era talmente contrario a quella sua scelta di lasciare il posto fisso, che era arrivato al punto di cambiare il testamento al fine di diseredarla. «Mio padre è molto rigido sui soldi. Riteneva la mia scelta senza senso e rischiosa. Pensava che io stessi andando verso un dirupo e non intendeva finanziarmi questa follia».

Benché siano cresciute in una famiglia in cui l’unico stipendio arrivava da un posto fisso, per giunta in banca, sia Montserrat sia sua sorella scelgono una strada di tutt’altro genere.

«Il fatto che io e mia sorella siamo imprenditrici non si spiega. Ho sempre attribuito la cosa all’influsso di mia madre. In effetti lei è stata molto coraggiosa a separarsi da suo marito a 40 anni e passa, senza poter contare su un lavoro. Un marito, poi, che era un buon padre e un uomo fedele: tutte le sue amiche le dicevano che era una follia questa scelta. Ma in un certo senso, era una scelta imprenditoriale. Ci vuole una dose di iniziativa e di coraggio per rischiare e dire: ok, costruisco qualcosa di meglio».

La scoperta del fallimento

Quando Montserrat capisce che la startup che ha fondato non può garantirle uno stipendio sufficiente a viverci, decide di cercarsi un lavoretto per il weekend. Trova occupazione in un catering. La pagano benissimo, sono persone splendide. Ma quella che sta vivendo è una grande sconfitta. E la vive da sola, perché di fallimento, nella nostra società, non si parla.

«Lì sul momento è stato molto doloroso. Mi ricordo che il primo giorno di lavoro al catering ho pianto e mi sono detta che avevo fallito e che aveva ragione mio padre. Poi, però, ho recuperato. Ho preso consapevolezza sulla mia pelle di cosa significa non dare valore ai soldi. Sono stata brava a uscirne. Anche se non ero stata brava a prepararmi».

Non è facile vivere a Milano con pochi soldi. Ma c’è una cosa che la aiuta.

«È la rete. In quegli anni vivevo con il mio fidanzato, in una bellissima casa in cui pagavamo poco perché l’avevamo avuta tramite suo zio. Dopo, quando ci siamo lasciati, io ho cominciato a girare per le case di tutti i miei contatti. Il capitale sociale mi ha sempre salvata».

Montserrat dalla famiglia ha imparato a spendere molto poco e a nutrirsi delle sue passioni: «Per esempio, ho viaggiato pochissimo. Tutti i soldi li ho investiti nei progetti che ho fatto. Quando ero all’Hub, vivevo là dentro. Tutta la mia vita era lì. Era una vita super ricca, piena si eventi, di input, di gente che ho conosciuto. Io alla fine sempre ho vissuto facendo i progetti più grandi di me per i quali lavoravo tutto il tempo».

Il coworking ci metterà diversi anni a funzionare. Nel frattempo Montserrat fa altri lavori e si prende un dottorato. Finalmente, sette anni fa, può tornare al coworking che ha fondato per lavorarci a tempo pieno. E lancia al suo interno un progetto destinato a cambiare la narrazione di uno dei più grandi tabù della nostra società, il fallimento. Il suo punto di partenza è proprio la sua esperienza personale.

“Io mi sono sentita in pericolo, quando è successo a me. Ho avuto paura che la mia vita fosse spezzata e non la potessi ricucire, come invece ho fatto. E lì ho cominciato a ossessionarmi con il fallimento. Era qualcosa di cui nessuno parlava dopo esserci passato. Peraltro, nel co-working vedevamo tante realtà che morivano, tante persone che non ce la facevano. Ma perché mai nessuno racconta queste cose? Perché è un tabù”.

Nascono così le Fuckup Night, serate in cui le persone raccontano, invece dei successi, i loro fallimenti. Io stessa partecipo a una, raccontando il mio fallimento come leader. Per Montserrat è la scoperta della forza dirompente che si sprigiona lavorando sui tabù.

«È come se nella nostra società ci fosse tutta una parte che nascondiamo, che non vogliamo raccontare o vedere, peraltro una parte cruciale della nostra vita che viviamo da soli, confrontandoci con i nostri fantasmi. Se io avessi vissuto quell’esperienza assieme ad altre persone, avrei capito che era una cosa normale, che si poteva affrontare e che non ero io a essere sbagliata. Perché questo è il problema. Facciamo calare un giudizio personale anche sull’avere o non avere soldi. È per questo che ho cominciato a fissarmi sul fatto che dovevo rompere i tabù. E per farlo, l’unica possibilità che abbiamo è metterci assieme. Perché, se ci pensi, nei momenti più difficili della nostra vita, ciò di cui abbiamo bisogno è di una rete che ci sostenga».

La ricerca di un nuova narrazione sui soldi

Le Fuckup Night diventano un movimento importante, tanto che Montserrat decide di lasciare l’Hub per dedicarsi ad esse. È più o meno allora che io e lei ci reincontriamo e iniziamo a tessere progetti che poi ci portano dritto verso un altro tabù, quello dei soldi, che ciascuna riconosce nella propria storia familiare.

“Non occuparsi dei soldi sicuramente ha a che vedere con l’educazione che ho ricevuto dai miei nonni. I valori che mi hanno trasmesso erano molto belli, però avevano un limite. Mancavano di una certa praticità, che invece aveva mio padre, per il quale ‘va bene una vita creativa, però deve toccare terra’”.

«Non è necessario scegliere un modello o un altro: c’è ragione in entrambi e credo di averli sintetizzati in me adesso che sto facendo la nuova azienda, con lo stesso coraggio, ma anche con la consapevolezza di mio padre di avere protetto i miei risparmi, di conoscere il rischio che sto correndo».

Oggi Montserrat riconosce di avere avuto un problema di narrazione con i soldi.

«Il problema è che io fraintendevo quel “Dobbiamo fare tanti soldi” di mio padre. La sua idea era “fare tanti soldi per essere protetti”. Però io non mi rispecchiavano in quel desiderio. In tanti non si rispecchiano nella narrazione del possesso. Sono superambiziosa, però non nel possedere, nell’accumulare. Così ho rifiutato i soldi. Che è una cosa sbagliata. I soldi possono significare tante altre cose. Ci hanno raccontato una unica storia sui soldi e invece noi dobbiamo creare una narrazione più completa che ci rappresenti».

È così che nasce il nome Rame. Hai presente quando gettiamo una moneta di rame nelle fontane esprimendo un desiderio? È un gesto antichissimo. È il momento in cui connettiamo i soldi ai desideri. L’inizio di una nuova narrazione.

“Con me Rame ha funzionato. Ringrazio tantissimo questa community… perché se io sono cambiata, il mondo può cambiare”.

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