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di Rame

Quando ho imparato a chiedere, il mio stipendio è cresciuto del 140%

Ci sono persone educate a riconoscere il valore degli altri, ma non a pretendere il proprio. Se cresci così, contrattare uno stipendio o mettere un prezzo sul tuo lavoro diventa un terreno ostile. Elios, arrivato a Milano dall’Albania a 25.000 euro lordi e con quasi zero euro in tasca, ha dovuto imparare a farlo, e nel frattempo è passato dall’accumulare all’investire.

Tempo di lettura: 8 minuti

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Ascolta il podcast della puntata:

«Io cerco sempre di riconoscere il valore nelle altre persone, senza che siano loro a chiederlo o a cercarlo. E quindi, quando dall’altra parte questo non avviene verso di me, rimango sempre perplesso, e la prima domanda che a volte mi viene da farmi è: “Cosa posso migliorare per aumentare il valore?”».

Questa è una trappola molto comune. Fin da piccoli, nella cultura occidentale, ci dicono che se vogliamo ottenere qualcosa dobbiamo farci avanti, chiedere. Ma se il valore viene riconosciuto solo a chi è in grado di esigerlo, i timidi, gli introversi, gli insicuri, o semplicemente coloro che sono cresciuti dentro una cultura differente, vengono automaticamente penalizzati. Questa è la storia di Elios, che ha faticosamente imparato a chiedere per sé quello che è stato educato a riconoscere di default agli altri.

L’infanzia a Tirana

Elios ha 35 anni, è un software architect e vive a Milano. Ma è nato in Albania, nell’anno in cui il Paese passava dalla dittatura comunista alla democrazia: un intero sistema economico che si trasformava senza che nessuno avesse gli strumenti per orientarsi.

«Le persone hanno iniziato ad avere la proprietà privata senza avere un’educazione su che cos’è la proprietà privata e su come si gestisce. E questo si è visto anche un po’ nella mia famiglia, nella gestione dei soldi: c’era la mentalità di accumulare il più possibile, perché non si sapeva cosa sarebbe successo domani, ma non si è mai parlato di investire oggi per avere più serenità o più tranquillità in futuro».

«C’era la cultura del risparmio, c’era la cultura dell’accumulo, ma non c’era la cultura dell’investimento per affrontare più serenamente il futuro».

La sua è una famiglia di ceto medio che manda avanti un ristorante. La gestione dei soldi segue un preciso rituale.

«All’inizio di ogni mese si accantonavano dei soldi per pagare le tasse, le nostre scuole, le spese della famiglia; e quello che rimaneva si cercava di risparmiarlo il più possibile, a volte anche rinunciando a cose che all’epoca ci saremmo potuti permettere. Si era creata una specie di tetto invisibile oltre il quale non si poteva andare».

Quel tetto non blocca tutte le spese alla stessa maniera.

«Per quanto riguarda la cultura e l’istruzione, i miei genitori hanno sempre cercato di darci il meglio: su quelle cose non si risparmiava. Ma per il divertimento o le vacanze si cercava sempre di fare il minimo indispensabile, invece di vivere in linea con quelle che erano le possibilità economiche dell’epoca».

Il freno a mano invisibile

Questa selezione – sì alla cultura, no al superfluo – finisce per plasmare, in Elios, qualcosa di più profondo del semplice modo di spendere.

«E questo mi aveva creato una specie di freno a mano invisibile, che nella vita mi ha sempre guidato a non superare quel confine, perché una volta superato non si sapeva come sarebbe andata».

Elios studia Business Informatics all’Università di Tirana, un percorso sperimentale che unisce economia e informatica. Finiti gli studi, lavora per tre anni in Albania, cambiando tre aziende. Ma ogni salto porta con sé la stessa paura.

«Nel senso che se va bene, ok, sono coperto; ma se va male, vado a perdere quel guadagno che a oggi ho quasi assicurato. Questa è un po’ la cultura della sicurezza dentro alla quale sono cresciuto: mantenere sempre quello che è sicuro».

«Ogni volta che ho cambiato lavoro ho sempre avuto un po’ di paura a fare il passo, perché non era solo un cambiamento rispetto alle mie capacità professionali: era legato anche alla sicurezza economica che quel cambiamento si portava dietro».

E infatti non cambia mai per migliorare la propria remunerazione, ma solo per cercare più sicurezza.

«Magari guadagnavo meno rispetto alla mia esperienza… ma una volta raggiunta una stabilità finanziaria che mi permetteva di fare una vita tranquilla – pagare le bollette, pagare le spese, risparmiare qualcosa a fine mese, anche se poco – la vivevo meglio piuttosto che rischiare di più e cercare un altro lavoro che mi pagasse di più per la mia esperienza, perché questo avrebbe comportato la perdita di quella sicurezza che avevo costruito lungo tutto il mio percorso».

Se da una parte l’educazione ricevuta in famiglia lo inibisce dal ricercare il miglioramento, dall’altra parte riconosce in essa un’eredità positiva.

«Molti principi della mia famiglia mi hanno fatto bene e continuano a farmi bene, perché mi hanno insegnato sempre a collaborare e a costruire con gli altri, piuttosto che vedere gli altri come mezzi o strumenti. I miei genitori sono riusciti a trasmettermi quella solidarietà e quel senso di comunità che mi ha permesso anche di performare bene in altri ambiti della vita».

L’arrivo in Italia

Il punto di svolta per Elios è l’arrivo in Italia, che avviene per motivi personali. Prima ancora di trasferirsi, trova un impiego accettando una posizione che sa essere molto al di sotto delle sue competenze.

«Guadagnavo 25.000 euro lordi. Se tornassi indietro, non so se accetterei la stessa offerta».

In quel momento inoltre non ha nessun cuscinetto di emergenza.

«Sono arrivato a Milano con quasi zero euro. Era un periodo di grandi spese per la mia famiglia, e così trovare lavoro a Milano, spostarmi, fare le pratiche burocratiche… non mi permettevano di accantonare, di mettere da parte».

L’impatto con la cultura italiano è piuttosto forte.

«Nella società italiana ho proprio visto mancare quel senso di comunità con cui ero cresciuto. Qui, in alcuni ambiti lavorativi si cerca sempre di favorire il proprio percorso di crescita professionale, senza condividere i propri successi con gli altri».

L’estrema competitività, il fatto di dover dimostrare il proprio valore è qualcosa di nuovo per lui.

«Il fatto che il valore non venisse riconosciuto automaticamente mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, perché io cerco sempre di riconoscere il valore nelle altre persone, senza che siano loro a chiederlo o a cercarlo. E quindi, quando dall’altra parte questo non avviene verso di me, resto nel dubbio, e la prima domanda che a volte mi viene da farmi è: “Ok, cosa posso migliorare per aumentare il valore?”».

Un anno e mezzo dopo il trasferimento, arriva la pandemia. Che va a colpire il suo punto più fragile.

«Ha attaccato la stabilità e la sicurezza che avevo cercato per tutta la vita».

Bilanciare il valore del proprio lavoro

È in questo momento di esposizione che il freno a mano ereditato dalla sua cultura familiare smette di funzionare come protezione. E diventa un limite che lo blocca nel riconoscere il suo valore, anche sul piano economico.

«Il concetto di negoziazione, nella mia famiglia, non è mai stato qualcosa di cui parlavamo, nemmeno per le cose di base. Se si andava a comprare qualcosa, non si negoziava mai il prezzo, perché nella mia famiglia c’è sempre stata questa idea di riconoscere il valore del lavoro degli altri. Però, pur riconoscendo il valore del lavoro degli altri, si faceva fatica a vendere il proprio lavoro al prezzo giusto».

«Questo è sempre stato un punto critico per me, perché facevo fatica a negoziare una RAL commisurata non dico alla mia esperienza, ma al valore che portavo all’azienda».

A smuovere qualcosa è il confronto con la compagna, con cui il tema del denaro diventa oggetto di conversazione aperta.

«Una delle cose su cui la mia compagna mi ha aiutato a riflettere è che, per quanto sia giusto essere prudenti e cauti, soprattutto quando si cerca un nuovo lavoro o un futuro migliore, a volte bisogna avere anche il coraggio di osare. Questo rispetto che metti verso gli altri lo devi mettere anche verso te stesso».

Alle conversazioni con la compagna si affiancano conversazioni con esperti di finanza personale.

«Quello che mi ha cambiato un po’ il modo di relazionarmi con il denaro è stato partecipare a eventi di educazione finanziaria e, soprattutto, cercare di comprendere il più possibile l’economia».

Elios nel giro di 8 anni arriva a guadagnare il 140% in più di quando è arrivato a Milano. E lo fa cambiando azienda e negoziando, adattandosi quindi alla cultura locale. Grazie all’incremento del reddito, finalmente ricomincia a risparmiare, ma a differenza della sua famiglia di origine, non si limita ad accumulare. Inizia a investire.

«Tramite i piani di accumulo, che soprattutto per piccole somme e per piccoli investitori sono un modo efficace di costruire un piccolo patrimonio».

Elios non ha abbandonato la cultura con cui è cresciuto: l’ha completata. Alla prudenza ha aggiunto il coraggio di negoziare. Al rispetto per il lavoro degli altri, il rispetto per il proprio. All’idea di risparmiare per affrontare il futuro, la possibilità di vivere anche il presente. Non ha scelto tra Albania e Italia: ha costruito un modo tutto suo di stare nel denaro.

«Tra cinque anni mi piacerebbe avere una gestione economica che mi permetta, da un lato, di vivere meglio il presente, e dall’altro di guardare al futuro con più realismo possibile. Penso che il futuro non si possa prevedere, però lo si può in qualche modo anticipare».

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