Ho guadagnato meno, ma ho iniziato a sentirmi libera
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«Per mantenere la mia indipendenza economica sarei stata disposta anche a fare un lavoro meno remunerativo, meno valorizzato. Perché nell’infanzia e nell’adolescenza ho costruito questa idea di me come persona molto indipendente dal punto di vista finanziario, e mi sono resa conto che avere un’indipendenza economica è una grossissima forma di libertà».
C’è un momento, nella vita, in cui l’indipendenza economica smette di essere un traguardo e diventa uno strumento. Quando questo passaggio avviene, il denaro non serve più a misurare quanto si è arrivati lontano, ma a permettersi di scegliere dove andare. Per Giorgia, quella scelta ha avuto a che fare con un lavoro meno pagato ma più vicino alla vita che desiderava.
Il richiamo dell’indipendenza
Giorgia ha 34 anni, vive a Genova e insegna in un istituto professionale di periferia. È cresciuta in una famiglia di ceto medio, figlia di due impiegati, e non ha memoria di privazioni.
«Ricordo di aver sempre fatto attività sportive, andavo anche alle scuole elementari private, per motivi di orario compatibili con il lavoro dei miei genitori».
Eppure, accanto a quella serenità, c’era anche una certa attenzione ai soldi.
«Mi hanno sempre cercato di trasmettere il valore anche economico delle scelte che si facevano».
Quando Giorgia ha dieci anni, i suoi genitori si separano. Lei e suo fratello vanno a vivere con la madre, inizialmente a casa dei nonni. È lì che nasce una consapevolezza molto importante.
«C’erano gli alimenti che dava mio papà, c’era un contributo economico anche dei miei nonni, però c’era sempre questa dipendenza».
In quella casa, Giorgia incontra anche la figura che segnerà più profondamente il suo rapporto con il denaro: il nonno materno.
«È stato lui ad aprirmi il mio primo piano pensionistico e quindi mi ha proprio portato sulla strada del risparmio, della previdenza e del fare scelte anche per il proprio futuro».
Una bambina di dieci anni con un piano pensionistico è un’immagine che dice molto di quella generazione di nonni: per loro, prendersi cura di una nipote significava metterle in tasca gli strumenti per non dover dipendere da nessuno. E proprio quella parola – indipendenza – è l’obiettivo che prende forma nell’infanzia di Giorgia.
«C’era sempre questo filo di sottofondo, che bisognava trovarsi un marito ricco. Io invece ricordo di aver sempre detto: “no, io mi mantengo da sola”. Non ho mai visualizzato il cosa sarei stata da grande, ma sicuramente il come: una persona indipendente anche dal punto di vista finanziario».
Quel “come” diventa la bussola di tutto ciò che viene dopo. Giorgia studia Scienze dei Materiali, si laurea a Genova e poi si trasferisce a Milano per la magistrale. Durante gli anni universitari lavora: ripetizioni, assistenza allo stadio, piccoli impieghi compatibili con lo studio.
«Questo ha portato ad avere un po’ questo gruzzoletto da parte e per me è stato motivo d’orgoglio poter pagare una parte dell’affitto dell’università a Milano. Sapevo che i miei sforzi lavorativi stavano già portando in quella direzione. Non dovevo render conto a nessuno perché me lo stavo pagando io, nonostante sapevo che se avessi avuto bisogno la mia famiglia ci sarebbe sempre stata».
La meta
Dopo la laurea trova subito lavoro in una multinazionale a Milano. Si occupa di reclami sui prodotti, vive in un monolocale a Monza, ha uno stipendio buono, benefit aziendali, prospettive di crescita.
«Mi hanno valorizzato sia dal punto di vista economico che professionale».
Il paradosso dell’insegnamento
Giorgia ha una relazione a distanza con il suo compagno, che vive a Genova. Quando arriva il Covid, e con il Covid una gravidanza non semplice, decide di tornare nel capoluogo ligure. Il lavoro da remoto le restituisce improvvisamente la vita che aveva lasciato a Genova: il compagno, gli amici, la famiglia. In quel periodo, quasi per caso, riceve una mail relativa a una candidatura fatta anni prima: una supplenza come insegnante.
«Era qualcosa che mi sarebbe sempre piaciuto fare, e ho pensato: “O lo faccio ora o non lo faccio mai più”. A trent’anni, certo, era un rischio: mollare un lavoro a tempo indeterminato, anche se lontano, per buttarmi in un mondo incerto. Ma farlo più avanti, con una carriera già avviata da un’altra parte, dal mio punto di vista sarebbe stato ancora meno saggio».
La supplenza richiede una decisione immediata.
«Ti arriva la supplenza e nel giro di 48 ore devi dare le dimissioni, decidere, stravolgere la tua vita. È stato un bel taglio con tutte le relazioni che avevo costruito, un salto nel vuoto. Sono contenta, se tornassi indietro lo rifarei allo stesso modo, ma come tutte le scelte ha avuto un prezzo».
Quando chiedo a Giorgia che cosa abbia lasciato indietro, la sua risposta torna esattamente lì, sui soldi.
«Dal punto di vista economico ho lasciato alle spalle la possibilità di avanzare, di negoziare uno stipendio. Adesso non ho una dirigente da cui posso andare a dire “faccio bene il mio lavoro, è ora di uno scatto di carriera, rinegoziamo lo stipendio”, cosa che in azienda invece avevo fatto. In azienda ci sarebbero state possibilità di crescita, di responsabilità maggiori, e ovviamente anche di crescita salariale».
E poi i benefit.
«Avevo dei benefici aziendali, in futuro avrei potuto avere la macchina aziendale, ma soprattutto tutta la parte di assistenza sanitaria. Avevo un contratto di categoria molto forte, che prevedeva l’adesione a un fondo sanitario e a un fondo pensionistico con ottimi interessi. A tutto questo ho dovuto dire addio».
Quello che Giorgia ha lasciato – gli scatti, i benefit, l’assistenza sanitaria – racconta anche una differenza strutturale tra il settore privato e il settore pubblico in Italia. Secondo l’ultimo rapporto Ocse Education at a Glance, gli stipendi dei docenti italiani sono inferiori del 15% rispetto alla media europea. È uno dei salari più bassi d’Europa per chi insegna. E questa distanza, per molti, si traduce nella necessità concreta di integrare il reddito.
«Spesso molti docenti fanno dei lavori extra: dalle sempre valide ripetizioni a chi oggi fa l’influencer, a chi vende materiale online. Questo è il nodo cruciale di un sistema che, a parere mio, non funziona. È giusto riconoscere un valore economico al lavoro, anche per poter pretendere quella qualità di insegnamento che un impiegato pubblico deve garantire alla comunità. E quindi è importante che ci siano anche spazi di crescita».
La gestione familiare
Nel frattempo, la gestione economica familiare di Giorgia resta molto strutturata. Lei e il marito mantengono ciascuno il proprio conto personale e ne hanno uno comune per le spese condivise. Per la sua parte personale, Giorgia segue una regola precisa.
«Il 50% lo metto sul conto comune, il 20% cerco di risparmiarlo e il 30% lo utilizzo per le mie spese. È il metodo che uso per avere sempre una parte di risparmio e una parte di soldi a disposizione per le mie esigenze personali».
Alla fine, Giorgia ha sempre avuto una sola direzione – l’indipendenza – ma quella parola, nel tempo, ha cambiato contorni.
«Se non avessi trovato supplenze o lavori in ambito scolastico, avrei fatto altro. Per mantenere la mia indipendenza economica sarei stata disposta anche a fare un lavoro meno remunerativo, meno valorizzato, proprio perché nell’infanzia e nell’adolescenza ho costruito questa idea di me molto indipendente dal punto di vista finanziario. Mi sono resa conto che avere un’indipendenza economica è una grossissima forma di libertà».
A trent’anni, l’indipendenza a cui da bambina ambiva è diventata abbastanza solida da poterne usare una parte come moneta di scambio per un lavoro che le somiglia. Per una città dove la sua vita affettiva è sempre rimasta. Per la possibilità di dedicare tempo, gratuitamente, a qualcosa che non porta soldi ma porta senso. Perché Giorgia, oltre a insegnare, è anche consigliera municipale a Genova e segretaria di un partito. Un altro pezzo della sua vita in cui il denaro, semplicemente, non è il punto.
«Si prende un gettone di circa 50 euro lordi, su cui poi vanno pagate anche le tasse. Ma il tuo lavoro non si limita certo alla giornata di presenza in consiglio municipale, almeno se uno lo vuole fare davvero. Hai telefonate, riunioni con le realtà territoriali. Devi raccogliere i problemi, le istanze delle persone, metterle insieme, tradurle in atti politici».
Ed è proprio qui che il suo discorso sull’indipendenza economica si allarga a una questione collettiva.
«Il problema non è solamente economico, ma di rappresentanza. Se hai tutti questi impegni extra non pagati, finisce che chi ricopre queste cariche è chi può organizzarsi autonomamente il lavoro o chi è pensionato. Diventa complicato conciliare tutto quanto. E così le istanze dei giovani, dei genitori, di chi lavora, spesso non vengono rappresentate».
Avere un lavoro che ti dà stabilità significa anche potersi permettere di esserci dove non si è pagati. Significa poter scegliere come usare il proprio tempo e a chi dedicarlo. E forse è questo, alla fine, il vero significato dell’indipendenza economica: non quanto si guadagna, ma quanto si può scegliere.